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Come incentivare tutti a pagare le tasse

Pubblicato su da ustorio

E’ inutile negarlo: c’è un’ampia fetta di economia in nero, ma c’è anche una scarsa consapevolezza dei cittadini a richiedere lo scontrino fiscale. Ma mentre è chiaro perché lo fa chi non dichiara il prodotto, è meno chiaro perché il cittadino non lo pretenda. Certamente i motivi sono pratici e ritengo poco utile martellare la coscienza sociale con spot televisivi e pubblicizzazione del lavoro svolto dalla Guardia di finanza, … a campione. Così si divide il popolo degli italiani tra sfigati(vocabolo caro al nostro Governo), ovvero quelli visitati dalla Gdf, e fortunati. Ma così non si crea certo l’interesse a richiedere lo scontrino. La morale, poi, si sa, non è di questi tempi: il sistema bancario e finanziario, tanto aiutato dal governo, ci ha fatto dimenticare questo concetto. Mentre la creazione di un regime del terrore fiscale serve solo ad aumentare la cappa di pessimismo e a disincentivare le attività: il Pil è in caduta libera.

Ciò posto, si è sempre detto che il motivo per cui i cittadini non si fanno rilasciare lo scontrino è perché non possono detrarlo dalla tassazione, ovvero perché non hanno interesse. Se le imprese hanno un vantaggio fiscale, il consumatore non potendo detrarre alcun costo, se non quello di parte delle spese mediche e qualche altra irrisoria percentuale su qualche bene o servizio, non ha interesse a farsi rilasciare lo scontrino.

Numerose sono state le ipotesi e le cure avanzate. La più sensata è quella di prevedere un nuovo regime fiscale che faccia detrarre, seppur in parte, qualunque tipo di spesa. Allora sì che i cittadini sarebbero incentivati a richiedere lo scontrino. D’altro canto, esistono già delle esperienze, come quella effettuata nella regione San Paolo del Brasile, che hanno permesso di detrarre parte delle tasse di tutti gli scontrini attraverso un fiscalweb. Funziona così: il cittadino, registrato al programma, fornisce al prestatore di beni o servizi il proprio codice fiscale e riceve immediatamente uno sgravio fiscale pari al 30 per cento dell’Iva dovuta. La somma accreditata può essere usata dal cittadino in compensazione delle proprie imposte o bonificata direttamente sul suo conto corrente. Gli esercenti hanno l’obbligo di aderire al programma, che è invece una semplice facoltà per i cittadini. Il tutto è gestito via web e il software è fornito gratuitamente dallo Stato. Il consumatore non ha nessun obbligo di conservazione dei documenti fiscali emessi nei suoi confronti, che saranno inviati dall’esercente e accessibili online in ogni momento. Lo scontrino cartaceo è utile al consumatore nel caso di omissione di invio online da parte dell’esercente. Il consumatore può controllare l’onestà dell’esercente o il suo credito via web: mette il numero di scontrino e automaticamente ottiene l’importo delle detrazioni.

Questo meccanismo farebbe aumentare a dismisura la richiesta di scontrini, specialmente quelli di piccolo importo. E’ vero che, così facendo, i cittadini pagano meno imposte, ma aumentano le entrate, e l’evasione si riduce notevolmente o svanisce del tutto. Fermo restando che, poi, non è questo il tipo di evasione più importante in assoluto, rispetto l’evasione di Iva delle grandi imprese o le fatture false. E’ per i grandi evasori che la Guardia di finanza o i funzionari dell’Agenzia delle entrate devono essere impiegati: non certo per appostarsi all’uscita dei bar o delle botteghe artigiane o altro. Infine, come dice Bruno Buratti, generale della Guardia di finanza, nella seconda audizione riservata dalla commissione alle Fiamme Gialle c’è un’evasione di sopravvivenza: infatti, ci sono bravi imprenditori onesti, spinti fuori dal mercato da svariate forme di concorrenza sleale, poste in essere da soggetti coinvolti in frodi fiscali o favoriti da prodotti transfrontalieri: lo Stato dovrebbe intervenire e non limitarsi a far chiudere bottega. Insomma, oltre a quelle prospettate dal grande Lucio Battisti, ci sono anche delle altre Innocenti Evasioni.

 

BLOG di Antonio Tanza

di Antonio Tanza | 4 febbraio 2012

 

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Asteroidi, è il turno di Eros

Pubblicato su da ustorio

Si avvicina a 30 milioni di chilometri dalla Terra. Non ci sarà alcun rischio per il pianeta. Ma l'Europa finanzia uno studio per prevenire pericoli futuri

 

Roma - L'asteroide 433 Eros sta passando "vicino" alla Terra: si tratta ancora di un minimo di 26,7 milioni di chilometri di distanza, 50 volte la distanza media dalla Luna, ma comunque la sua orbita più vicina dopo quella che ha seguito nel 1975.

433 Eros è d'altronde uno degli asteroidi più "vicini" alla Terra: è stato scoperto nel 1898 dagli astronomi Carl Gustav Witt e Auguste Charlois ed è anche il primo asteroide ad essere avvicinato (ed analizzato) da una sonda terrestre, la Shoemaker della NASA nel 2000.

Da ieri è visibile anche con un telescopi amatoriali: dall'Italia 
occorre guardare in direzione della costellazione dell'Idra. Cielo limpido permettendo, maggiori possibilità vi sono il prossimo 3 febbraio quando per l'ottimale configurazione Terra-Sole-Asteroide raggiungeràla sua massima luminosità.

 

Per vederlo ancora più da vicino, d'altronde, vi sono già le foto scattate dalla NASA nel 2000.
Ogni qual volta 
un oggetto si avvicina all'orbita terrestre, d'altronde, si ripropongono i discorsi sulla probabilità che cada andando a distruggere case, città o addirittura la vita così come la conosciamo. Così, secondo alcune indiscrezioni, il ricercatore Alan Harris con un consorzio di scienziati europei starebbe lavorando ad una serie di strategie per deflettere/abbattere/difendersi dalla (remota) possibilità che l'asteroide decida di fare una visita alla Terra, e pare che la Commissione europea abbia investito 4 milioni di euro nel progetto per difendersi da tutti quegli oggetti che transitano l'orbita terrestre (Near-Earth Object): NEOShield.

 

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Arriva l’Agenda Digitale Italiana

Pubblicato su da ustorio

Torna di attualità il tema dell’Agenda Digitale Italiana da tempo richiesta a gran voce da AGCOM, associazioni di categoria e aziende italiane. Sembra che il nuovo Governo sia più sensibile ai temi digitali del nostro Paese e nell’ultimoDecreto Legge Semplificazioni troviamo alcuni accenni su quella che potrebbe essere la strada maestra per la creazione di una vera Agenda Digitale Italiana. Al riguardo, nel DL si fa cenno a 4 specifici obbiettivi. Il primo punto focalizza l’attenzione sullo sviluppo della banda larga e sull’abbattimento deldigital divide italiano.

I dati parlano chiaro, l’Italia nelle TLC è molto indietro rispetto agli altri Paesi Europei e dunque non sorprende che il digital divide possa diventare un importante obbiettivo per una coalizione di Governo.

 Il secondo punto che troviamo nel DL fa riferimento all’open data, un processo che dovrebbe garantire la massima condivisione dei dati pubblici con i cittadini in modo da favorire la trasparenza.

Terzo punto il cloud computing. Il Governo vorrebbe spostare tutti i dati della pubblica amministrazione sulla “nuvola”, cioè su server remoti per rendere più facile la gestione dei dati stessi da parte dei funzionari e dei dipendenti pubblici.

Quarto obbiettivo la creazione di “smart communities“, luoghi virtuali dove i cittadini possono incontrarsi, discutere dei problemi delle istituzioni e proporre soluzioni.

Per realizzare questi obbiettivi, nel DL Semplificazioni si fa riferimento a una sorta di cabina di regia che dovrebbe coordinare l’attuazione di queste misure. La cabina di regia dovrebbe essere composta da un coordinamento tra il Ministero dell’Istruzione, quello dello Sviluppo Economico e quello dellaFunzione Pubblica con la presenza di Regioni, Province, Comuni e altri enti.

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AGCOM: nuove regole per l'accesso alle reti di banda larga

Pubblicato su da ustorio

AGCOM vara il regolamento per le modalità di accesso alle infrastrutture delle reti di banda larga da parte degli operatori, suscitando polemiche.

 

L'AGCOM ha varato ufficialmente il regolamento per le modalità di accesso alle infrastrutture per la banda larga di nuova generazione (NGN), sia in relazione alle reti dei collegamenti a lunga distanza che a quelle d'accesso cittadine. Il provvedimento è intitolato "Regolamento in materia di diritti di installazione di reti di comunicazione elettronica per collegamenti dorsali e coubicazione e condivisione di infrastrutture".

Le linee guida dell'autorità presieduta da Corrado Calabrò si basano su cinque principi cardine: la competizione, gli obblighi di accesso simmetrico, il riconoscimento del rischio dell'investimento nello sviluppo di reti NGN nel caso in cui vi sia l'obbligo di accesso da parte di terzi, riconoscimento delle differenze geografiche e incentivi ai casi di co-investimento.

Sebbene il testo finale della delibera non sia ancora stato pubblicato ufficialmente, pare che Telecom Italia non avrà l'obbligo di offrire l'unbunding sulla fibra, ma piuttosto AGCOM avrebbe deciso semplicemente di istituire l'obbligo di servizio end to end, ovvero la possibilità per i gestori di richiedere tratti di fibra ottica spenta e riattivarli in proprio.

All'arrivo delle voci sulle regole AGCOM si sono create parecchie polemiche tra gli operatori, parte dei quali avevano pregato più volte l'Authority di imporre a Telecom Italia un certo numero di vincoli così da poter utilizzare in qualche modo la fibra che proprio Telecom sta costruendo. Favorire dunque gliinvestimenti di Telecom o favorire lo sviluppo dei competitor? Pare che AGCOM abbia scelto una via di mezzo, appunto l'end-to-end, nonché Virtual unbundling e bitstream, le quali richiedono un minor livello di infrastrutture per offrire banda larga agli italiani.

Tra i primi commenti arrivati nelle ore in cui sta giungendo il regolamento definitivo per l'NGN, vi è quello di Marco Fiorentino, vice presidente Aiip (Associazione dei principali provider italiani), che ha sottolineato come «Aspettiamo di leggere la delibera (che sarà pubblicata nei prossimi giorni, ndr) per vedere i dettagli. Già ora però diciamo che ci opporremo in tutte le sedi se l'Agcom intende togliere obblighi bitstream nelle zone in cui ci sono solo concorrenti infrastrutturati. È ammissibile toglierli solo là dove c'è una concorrenza reale tra servizi bitstream». Ha commentato invece il presidente AGCOM Calabrò in tal modo: «Con questa delibera l'Italia si colloca nel gruppo ristretto dei paesi che hanno già completato il quadro regolamentare funzionale allo sviluppo delle reti di nuova generazione: gli operatori alternativi avranno a disposizione la più ampia gamma di servizi all'ingrosso per le reti in fibra, e saranno quindi in grado di offrire alla clientela quei servizi innovativi che la banda ultralarga rende possibili».

Telecom Italia dovrà pertanto valutare ove estendere la propria rete in fibra ottica da 100 Megabitche attualmente si trova solo in 40.000 palazzi di quattro città italiane. Vodafone si è apposta chiaramente a quanto emerso con il regolamento, sottolineando come si andrebbe a compromettere con tale decisione la possibilità di sviluppo delle infrastrutture e della competizione sul mercato.

 

 

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Tasse: Bosch paga 300 mln all'Agenzia delle Entrate

Pubblicato su da ustorio

Una transazione da 300 milioni di euro chiude il contenzioso tra Bosch e Agenzia delle Entrate su un debito per tasse non pagate.

 

L'azienda tedesca Bosch GmbH e l'Agenzia delle Entrate italiana si sono accordate per una transazione, secondo la quale la prima pagherà alla seconda 300 milioni di euro. Motivo: presunte tasse non pagate dal 1997, per una somma che secondo il Fisco - tra tasse, interessi e sanzioni - avrebbe toccato quota 1,4 miliardi di euro

Alla fine di una lunga trattativa tenuta segreta, la multinazionale che produce ed esporta in tutto il mondo componenti per auto ed elettrodomestici ha ceduto all'"accertamento per adesione" e si prepara a pagare una cifra elevata anche per un'azienda di questo calibro che è presente in 150 Paesi del mondo.

L'operazione che aveva portato all'accordo per 300 milioni era stata portata avanti, oltre che dai rappresentanti legali dell'azienda, anche dal Fisco e dalla procura di Milano che puntavano a recuperare una somma che avrebbe potuto rerendere pipiù morbida la manovra "salva Italia" del governo Monti. Tutto era stato effettuato in gran segreto prima di Natale e aveva avuto i suoi momenti cardine negli uffici della procura di Milano per un reato al limite fra il tributario e il penale: l'accordo fra le parti aiuterà le casse dello Stato, magari evitando un'altra "manovrina" a danno dei cittadini.

Quello che Bosch contestava era che il suo ufficio italiano, situato a Torino, era semplicemente una società di consulenza e che le tasse per i lavori erano già state pagate in Germania, dove si trova il quartier generale e dove l'aliquota è del 30%.

Ora la multinazionale tedesca ha comunicato di voler farsi rimborsare quanto versato al fisco d'oltralpe, visto che con quello italiano si è giunti a un compromesso, che solitamente permette al contribuente di evitare la lite tributaria e vedersi ridurre le sanzioni a un terzo del minimo previsto dalla legge. Tuttavia anche se l'accertamento per adesione non tolga la possibilità di una azione penale, il pagamento costituisce una attenuante che può dimezzare le sanzioni penali togliendo di mezzo l'applicazione delle sanzioni accessorie.

In passato, soluzioni simili erano state decise per alcune banche italiane.

 

 

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Lo Stato italiano ha un debito di 90 miliardi con le aziende

Pubblicato su da ustorio

Lo Stato italiano deve circa 90 miliardi di euro alle aziende fornitrici, anche se tale somma ufficialmente non rientra nel "debito pubblico".

 

Secondo un calcolo di Confindustria, il debito dello Stato verso le imprese fornitrici ammonterebbe a 70 o forse 90 miliardi di euro. In pratica: un debito nel debito, che però rischia di far morire numerose aziende, piccole, medie o grandi che non ricevono i pagamenti per prestazioni o compravendite effettuate anche più di un anno fa. La cosa curiosa è che tali somme non rientrano nella voce "debito pubblico" perché secondo i parametri di Maastrischt quanto uno Stato deve alle aziende è come se non esistesse. Paradossalmente, se i creditori fossero soddisfatti tali somme entrerebbero nel "calderone" del debito pubblico e l'Italia vedrebbe aumentare il rapporto deficit-Pil.

Le conseguenze sono presto immaginabili: molte - soprattutto quelle meno strutturate e con fatturati inferiori - rischiano la chiusura. La cosa incredibile di questa situazione è che il ministero dello Svilippo Economico è conscio di questa situazione "incresciosa" che si ripercuote con un effetto domino su tutto il territorio italiano e su molte aziende.

Il motivo? "La causa è da attribuire a motivi esterni: dalla mala gestione di Paesi terzi ad altri organismi" ha commentato il ministro Corrado Passera. Ma la risposta suona poco comprensibile o tollerabile da parte di quelle aziende che vantano dei crediti e che sono colpiti da questo stato di cose.

L'Ue impone agli Stati un massimo di due mesi per saldare i propri debiti pena multe salate che, per quanto riguarda il nostro Paese, sono enormemente inferiori all'importo dovuto alle imprese. Per capire in che stato (con la "S" minuscola) ci troviamo, in Germania, le imprese ricevono il dovuto dopo un mese. Ma forse gli imprenditori e i manager delle grandi aziende hanno alle spalle una Giustizia civile che funziona e che permette di far valere i propri diritti.

Ma ritornando al debito di 90 miliardi, quando sarà saldato - e dunque per i comuni mortali sarà estinto - per le regole comunitarie invece emergerebbe e il rapporto fra debito e PIL salirebbe di sei punti. Tutto secondo i piani, dunque. Ma chi ci rimette, sono le aziende.

Intanto, visto che semplicemente lo Stato italiano non ha la liquidità per pagare i fornitori, si sta pensando di pagare i creditori emettendo titoli di Stato a loro favore, visto che non si possono più fabbricare fisicamente i soldi da dare ai fornitori, come avveniva prima dell'avvento della Moneta Unica, il primo gennaio 2002. Tuttavia, pagando in titoli, il debito pubblico crescerebbe nello stesso modo.

Insomma: non si riesce a trovare una soluzione, mentre le aziende sono in difficoltà.

 

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Telefonia: cambiare gestore sarà più rapido e facile

Pubblicato su da ustorio

Aziende e privati avranno più facilità a cambiare gestore telefonico e provider internet: la manovra Monti dispone che sia fatto tutto entro 24 ore.

 

La Manovra Monti ha incluso delle novità interessanti sia per il consumatore che per i gestori delle linee telefoniche: a partire da marzo, si potrà decidere di cambiare operatore in sole 24 ore mentre attualmente sono previsti tre giorni lavorativi. Si tratta di un cambiamento utile anche per le stesse aziende che dovranno sempre cercare di proporre prodotti competitivi che sappiano attirare l'interesse del cliente.

Questo cambiamento riguarderà sia la linea mobile che la linea fissa, gli operatori attivi sul mercato dovranno così cercare di tenersi stretti i loro clienti perché cambiare sarà davvero semplice. Coloro che usano la linea solo per navigare non saranno più vincolati ad un contratto anche telefonico ma si procederà ad una sottoscrizione per un contratto Adsl low cost. Internet è oggi qualcosa di indispensabile e chi, non vuole avere il peso economico della linea fissa per le chiamate perché usa il cellulare, potrà farlo senza problemi. Gli operatori nel settore avranno modo di spaziare con nuovi prodotti e le offerte certo non mancheranno.

Il termine di 24 ore dovrà essere rispettato altrimenti l'operatore deve corrispondere un indennizzo al consumatore pari a 7,50 euro per ogni giorno di ritardo. Questa novità permetterà di avere un rispetto maggiore di quanto previsto e la soddisfazione del consumatore. Si può considerare anche una sorta di apertura sul mercato in questo specifico settore perché potranno nascere nuove aziende telefoniche concorrenti e quindi il settore e avrebbe un incremento notevole.

I presupposti sembrano essere piuttosto interessanti ora bisogna attendere qualche mese, quando il tutto sarà in vigore, per vedere quali saranno le reazioni di operatori telefonici e consumatori.

 

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Truffa su Facebook: come rimuovere la Timeline

Pubblicato su da ustorio

Non è possibile rimuovere la Timeline di Facebook una volta attivata e chi volesse tentare potrebbe cadere vittima di truffe di vario tipo.

La Timeline ancora non è arrivata a titolo definitivo su Facebook e già si moltiplicano i tentativi di truffa relativi alla nuova funzione del social network. Ad oggi, infatti, la Timeline è attivabile soltanto a seguito di precisa scelta volontaria, mentre nei prossimi giorni (ma una data ancora manca) dovrebbe diventare cosa ufficiale per ognuno degli oltre 800 milioni di utenti del social network. Tuttavia in questa fase sono in molti a guardare con sospetto al nuovo “diario” e sono conseguentemente molti a cadere in una truffa che coltiva su questa diffidenza le proprie opportunità di riuscita.
 
La scoperta dei primi tentativi truffaldini è firmata Inside Facebook, le cui ricerche hanno permesso di mettere in evidenza varie pagine correlate alla possibilità di rimuovere la Timeline dal proprio profilo dopo averne fatta precisa richiesta in precedenza. Trattasi, nella migliore delle ipotesi, di semplici bufale: rimuovere la Timeline, infatti, è impossibile poiché una volta attivata il percorso non è più invertibile in alcun modo. Ma la casistica vede registrati casi più pericolosi, nei quali un semplice click può mettere l’utente a rischio e può consentire alla truffa di propagarsi ulteriormente.

Secondo quanto emerso, il tentativo è sulla scia dei canonici attacchi di tipo clickjacking/likejackingla Timeline è soltanto la nuova esca innescata su di un meccanismo noto e rodato, che da tempo sa catturare le proprie prede stimolando la curiosità per agganciare click truffaldini.

La Timeline è al momento nella terra di nessuno: Facebook sta aspettando di risolvere tutte le perplessità delle autorità circa la privacy degli utenti, mentre gli utenti stessi vi stanno approdando poco alla volta testandone in anteprima le opportunità. Essendo una funzione che presto o tardi sarà opzione di default per l’intera community, è possibile fin da subito consultare l’apposita guida contenente tutti i dettagli sul progetto, approdando così con maggior consapevolezza sul nuovo strumento senza dover temere per rischi o truffe di qualsivoglia tipo.





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SOPA, la censura di Internet si avvicina?

Pubblicato su da ustorio

Cos’è SOPA? SOPA è l’abbreviazione di Stop online Piracy Act, ed è una legge contro la pirateria e la difesa del diritto d’autore che il Congresso Americano starebbe preparando. Ma SOPA, rispetto ad altre proposte di legge analoghe è ben diversa perché prevederebbe l’attribuzione dei pieni poteri alDipartimento di Giustizia che avrebbe la possibilità di far intervenire gli organi giudiziari per colpire i siti Internet che avrebbero infranto il diritto d’autore o avrebbero comunque facilitato questa pratica illegale.

In termini pratici, il Dipartimento di Giustizia avrebbe la possibilità quindi di farchiudere immediatamente i siti Internet sospetti e darebbe loro solo 5 giorni di tempo per un eventuale reclamo anche se nel frattempo il sito sotto inchiesta rimarrebbe comunque chiuso. In caso venisse davvero riscontrata l’infrazione, il proprietario del sito rischierebbe una condanna sino a 5 anni di carcere.

 Legge durissima che ha suscitato fortissime critiche, non per niente attualmente il suo iter di approvazione è bloccato per l’alto numero di emendamenti proposti. Se la legge invece venisse approvata così com’è, il Web non sarebbe più lo stesso. Siti come Facebook e i social network in generale, dovrebbero verificare ogni singolo contenuto pubblicato dagli utenti per non incappare in sanzioni perché per il SOPA anche un solo link a contenuti illegali è considerato fuori legge.

Ma nel mirino della legge finirebbero anche i motori di ricerca che non poterebbero più permettersi di fornire risultati che rimandino a contenuti protetti da diritto d’autore. Insomma si andrebbe vero una pensantelimitazione della libertà della rete.

Ovviamente tra i favorevoli all’approvazione di questa legge troviamo le grandiMajor che da tempo chiedono una stretta al fenomeno della condivisione online illegale di contenuti protetti dal diritto d’autore. Sul fronte opposto troviamo invece la “NetCoalition” composta dai provider americani e da giganti come Google, Wikipedia, Yahoo, eBay e Facebook che ovviamente rigettano la possibilità che SOPA diventi così com’è legge.

 

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Wi-Fi, un bug mette a rischio milioni di router

Pubblicato su da ustorio

Individuata una falla nel sistema di autenticazione wireless WPS: a rischio milioni di router sparsi in tutto il globo.

Wi-Fi Protected Setup è una tecnologia adottata da numerosi produttori di router wireless per semplificare la procedura di collegamento allo stesso da parte di nuovi dispositivi, utilizzando un metodo basato sullo scambio di un PIN di 8 cifre per l’autenticazione. Tale metodo, però, sarebbe affetto da un grave bug che consentirebbe ad eventuali malintenzionati di effettuare un attacco brute force per effettuare l’accesso al router in meno di due ore.

Ad ogni tentativo di accesso, infatti, il dispositivo restituisce un messaggio EAP-NACK il quale avvisa il destinatario riguardo la riuscita della procedura di autenticazione. Proprio in tale messaggio risiederebbe la falla, in quanto risulta essere possibile individuare dalle informazioni contenute in esso se la prima metà del PIN inserito è corretta oppure meno. La seconda metà sarebbe inoltre facilmente individuabile in quanto fornita direttamente dal router come strumento per effettuare il checksum del codice.

La vulnerabilità in questione non fornisce dunque direttamente il codice completo ad eventuali aggressori, ma semplifica notevolmente loro il compito: il numero di possibili combinazioni passa infatti da 10^8 (100 milioni) a soli 10^3+10^4 (11 mila combinazioni differenti). Tale aspetto, unito all’assenza di un sistema in grado di intervenire bloccando le comunicazioni con un dispositivo durante un attacco di brute force permette così di individuare la combinazione corretta semplicemente provando ad inserire in maniera automatica tutte quelle possibili, con tempi che in alcuni casi possono arrivare anche a sole due ore.

L’elevata diffusione di tale sistema di autenticazione pone il problema su di un livello piuttosto elevato, essendo a rischio milioni di router in tutto il mondo. Il consiglio degli esperti è quello di disabilitare momentaneamente il sistema WPS, utilizzare una chiave d’accesso sfruttando lo standard WPA2 ed eventualmente abilitare il filtraggio dei dispositivi mediante MAC Address.






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