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Istruzioni per l'uso RIMBORSO IVA SULLA TIA

Pubblicato su da ustorio

 

 

 

Da TARSU a TIA

 

A partire dal 1999 molti Comuni hanno sostituito la Tassa Smaltimento Rifiuti con la Tariffa di Igiene Ambientale, come definito dall’art. 49 del D.lgs. n. 22 del 1997 (il cosiddetto Decreto Ronchi) e dal DPR n. 158/1999.

Le principali differenze tra TARSU e TIA riguardano:

- il calcolo del contributo che, nel caso della TARSU è effettuato sulla base dei metri quadrati del proprio immobile (con una riduzione nel caso si viva da soli), nel caso della TIA, invece, la tariffa è determinata da dei costi generici del servizio, ai quali si aggiunge una componente variabile legata al numero dei componenti del nucleo familiare, è calcolata, cioè, in base ai rifiuti effettivamente prodotti;

- un’evoluzione positiva, specialmente in alcune realtà, tesa ad incentivare sempre più la raccolta differenziata ed i comportamenti delle utenze finalizzati a ridurre i rifiuti alla fonte, a massimizzare il recupero ed a minimizzare il ricorso alla discarica.

Con il passaggio da tassa a tariffa, però, è divenuto possibile applicare su quest’ultima l’IVA al 10%, fino alla dichiarazione della Corte Costituzionale del luglio 2009. 

 

 

L’illegittimità dell’IVA sulla TIA

 

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 238 del 24 luglio 2009, ha stabilito che la TIA (Tariffa di Igiene Ambientale) è una “tassa” e non una “tariffa”, pertanto, sulla stessa non è applicabile l’IVA.

Si riconosce, così, del tutto illegittima l’IVA al 10% applicata dai comuni interessati sulla TIA, per la quale, oggi, i cittadini possono chiedere il rimborso.

 

 

La TIA in cifre

 

Sono oltre 6 milioni le famiglie residenti in circa 2000 comuni italiani, che, dal 1999 al 2008, hanno dovuto pagare l’IVA di troppo sulla tassa sui rifiuti, e che oggi devono avere indietro quanto versato in più del dovuto.

La stima di tale spesa non è affatto di poco conto: secondo quanto indicato dall’ultimo rapporto APAT, è stimabile che, tra famiglie ed aziende, la partita viaggi intorno ai 200-230 milioni di Euro all’anno.

Ad esempio: per una famiglia che paga 250 Euro all’anno di TIA, quindi, la restituzione corrisponderebbe a 25 Euro l’anno, che vanno moltiplicati per il numero di anni in cui si è pagata la TIA.

 

 

 

 

Cosa fare

 

Prima di tutto bisogna controllare di avere tutte le ricevute di pagamento relative alla TIA, facendo attenzione che, nelle relative fatture, sia stata effettivamente addebitata l’IVA.

Per richiedere il rimborso e la cessazione immediata dell’applicazione dell’IVA, per gli aventi diritto basterà recarsi presso uno degli sportelli della Federconsumatori dislocati su tutto il territorio nazionale, dove potranno compilare degli appositi moduli e dove riceveranno tutta l’assistenza necessaria. In ogni caso consigliamo di presentare la richiesta il prima possibile

 

 

Ora tocca al Governo 

 

Alla luce di tale situazione, è indispensabile che il Governo ed il Ministero delle Finanze diano disposizioni attuative affinché si dia piena applicazione alla sentenza:

- facendo cessare l’assoggettamento ad IVA già dalla prossima bolletta della TIA,  

- mettendo in moto il meccanismo di rimborso per restituire alle famiglie quanto illegittimamente sottratto.

 

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Italia Programmi, la truffa.

Pubblicato su da ustorio

Attenzione alla truffa: con un redirect studiato ad hoc, Italia Programmi (Easy Download) si nasconde di giorno per truffare la notte.

 

Oggi prende il nome di ItaliaProgrammi, ma è già noto ai più come Easy Download: la truffa ha coinvolto migliaia e migliaia di utenti in tutta Italia, proponendo download gratuiti e tentando in seguito di costringere l’utenza al pagamento di un abbonamento annuale pari a 96 euro. La truffa è nota ed è già stata sanzionata anche dall’Antitrust, con l’ADUC in prima fila nel tentativo di tutelare gli utenti italiani tratti in inganno dal meccanismo. Ma i responsabili dell’inganno non hanno intenzione di desistere ed hanno così dato vita ad un sistema ancor più meschino e pericoloso, nascondendosi dietro a siti del tutto legittimi.

Anche il Gruppo HTML si trova inconsapevolmente coinvolto e Webnews, parte integrante del gruppo medesimo, è in grado di assicurare circa la più totale estraneità di HTML.it rispetto ai truffatori di EasyDownload prima ed ItaliaProgrammi poi.

 

Quando Easy Download era ormai irrimediabilmente condannato ed estesamente conosciuto dall’utenza (a tal proposito anche la nostra redazione ha fatto del proprio meglio per informare circa la truffa in atto), i truffatori hanno avuto buon gioco a celare il proprio meccanismo sotto un nuovo nome, bypassando così le possibili resistenze degli utenti più informati e riuscendo così a ripristinare il tasso di successo con cui Easy Download poteva operare prima che scoppiasse lo scandalo. Il successo teorico dell’antitrust diventa però presto nella pratica un insuccesso, così spiegato dall’ADUC nel proprio comunicato:

La vicenda Italiaprogrammi è identica a quella Easydownload, denunciata da Aduc l’anno scorso. A seguito della denuncia, l’Antitrust ha aperto una istruttoria e condannato la Eurocontent Ltd, società tedesca che gestiva il sito Easydownload, al pagamento di una multa esemplare, ben 960.000,00 euro, che però la Eurocontent non pagherà mai, perchè ha visto bene di dichiarare il fallimento ad aprile 2011. A nulla è valsa la successiva e ulteriore multa di euro 30.000,00 comminata dall’Antitrust per non aver ottemperato al provvedimento di condanna. Si tratta di 990.000,00 euro che le casse dello Stato italiano non vedranno mai, così come gli utenti truffati non vedranno mai i 96,00 pagati alla Eurocontent (secondo la stessa Antitrust si tratta di somme pagate fra i 500.000,00 euro e il milione di euro).

Le pressioni dell’antitrust contro il nuovo meccanismo hanno però scatenato la reazione dei truffatori, i quali hanno intrapreso due iniziative per celare al meglio la propria attività. Innanzitutto hanno cambiato il nome dell’azienda, ora denominata Estesa Limited, ed inoltre hanno ideato un sistema di redirect che di giorno nasconde la truffa e di notte lancia l’attacco. Ma il meccanismo è stato scoperto, con tanto di nuova segnalazione all’Antitrust affinché faccia qualcosa per impedire il perpetrarsi di una truffa che ha già fatto ingenti danni nel nostro paese.

Lasciamo ancora una volta alle parole dell’ADUC la descrizione di quanto scoperto, poiché è dalle ricerche dell’associazione che emerge in tutta la sua gravità il nuovo meccanismo truffaldino:

 Di giorno il loro link mydownload-club.info/Flash-Player.html non conduce alle pagine web di italiaprogrammi ma al noto, e affidabile, sito di download gratuiti Download.html. Il sito offre lo stesso servizio di italiaprogrammi, richiede una registrazione, il tutto pero’ gratuitamente, e non a pagamento.  Di sera e di notte lo stesso link porta invece alla pagina di registrazione di Italiaprogrammi. Perché?

Estesa, o chi per loro, all’insaputa dei gestori del sito Download html – lo diamo per scontato, non possiamo immaginare che Download html sia in “combutta” con Italiaprogrammi – di giorno opera un reindirizzamento automatico  del link mydownload-club.info/Flash-Player.html alla pagina del noto sito. Nella barra di url non comparirà però l’indirizzo del sito visualizzato, ma sempre l’indirizzo sorgente, anche continuando a navigare nel sito. Estesa, nasconde all’utente il link originale di download.html.it, facendo dunque credere all’utente di:

 

·         navigare sul noto sito;

 

·         che dunque il sito mydownload-club.info/Flash-Player.html   “appartenendo” a download.html è un sito “sicuro”, cioé di reale download gratuito;

 

 Una cosa è certa: il Gruppo HTML non ha nulla a che vedere con la truffa in cui è stato coinvolto download.html.it e, anzi, il sito è chiaramente vittima prima delle azioni della Estesa Limited. Download.html.it è un sito del tutto gratuito e legale, mentre ItaliaProgrammi è una truffa alla quale l’utenza deve porre particolare attenzione.

Webnews ha seguito fin dalla prima ora le vicissitudini legate ad EasyDownload e continuerà a fornire il proprio servizio informativo agli utenti. Chi risulta essere stato truffato dal sistema può rivolgersi all’ADUC per ottenere maggiori indicazioni sulle operazioni da eseguire per tutelarsi dal punto di vista legale. Con una raccomandazione su tutte: occorre evitare di pagare l’abbonamento richiesto dalla Estesa Limited, ignorando ogni possibile minaccia legale ricevuta: la truffa è stata smascherata ed i tentativi di ottenere il pagamento sono un’arma che spara a salve.

Per maggiori informazioni è possibile contattare la redazione di Webnews o rispondere al presente articolo.

 Update
Questa la risposta ufficiale inviata da Massimiliano Valente, Presidente del Gruppo HTML (editore HTML.it), all’Aduc a seguito di quanto emerso nelle ultime ore:

Spettabile Emmanuela Bertucci,

Le scrivo in riferimento all’articolo a Sua firma, pubblicato sul sito ADUC.

Ribadisco e preciso l’assoluta estraneità del sito download.html.it (di cui la società che rappresento è editore) rispetto alle attività di Estesa Limited, con la quale non abbiamo alcun rapporto né presente né passato.

Preciso che il sito downlolad.html.it è assolutamente gratuito e non richiede alcuna registrazione per scaricare i file presenti nel proprio archivio. Più in generale HTML.it, editore on line dal 1997, mai è stato coinvolto in attività di questo genere ed anzi, attraverso il sito Webnews.it, segue le vicessitudini di “Easy Download” prima e “ItaliaProgrammi” poi, dando voce e spazio informativo ai consumatori truffati. Ne è conferma l’articolo, a firma di Giacomo Dotta, tempestivamente pubblicato domenica 16 ottobre 2011 sul sito Webnews.it, proprio su quest’ultimo capitolo della vicenda.

Confermando il mio personale apprezzamento per l’attività di controllo e

 denuncia svolta da ADUC, resto a completa disposizione per ogni chiarimenti e porgo

Distinti Saluti.



 

 

 

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attenti ai fulmini, alcune regole che possono salvare la vita.

Pubblicato su da ustorio

L’autunno è la stagione ideale per organizzare escursioni nei boschi, scampagnate, gite in montagna o al lago, ma è anche il periodo in cui più frequentemente si determinano temporali e fulmini.

Secondo il Sistema Italiano di Rilevamento dei Fulmini (SIRF), ogni anno in Italia cadono circa 750 mila fulmini. I fulmini sono delle scariche elettriche che si verificano nell’atmosfera, ad alta intensità di corrente. Si originano nelle nuvole e solo nel 10% dei casi si scaricano al suolo, con potenziali effetti distruttivi su uomini e cose.

Per questo motivo, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), rielaborando le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, ha ritenuto opportuno mettere a punto alcune regole di comportamento per tutta la famiglia.

«I danni più gravi sono determinati dalla fulminazione diretta, che può provocare anche la morte – sostiene il dottor Milazzo, Pediatra del Direttivo SIPPS Sicilia - Se la corrente passa per il cuore, si può determinare un arresto cardiaco; se passa per i centri respiratori, un arresto della respirazione. Danni minori possono consistere in paralisi,amnesie, perdita della coscienza, danni all’udito, danni indiretti, causati da incendi o crolli».


 Ecco come comportarsi in casa o all’aperto:


1. Se ci si trova all’aperto, bisogna evitare di stare sotto un albero, oppure accanto a oggetti appuntiti o metallici, nonché accanto a strutture che potrebbero crollare, quali pali, eccetera. Nei campeggi, è raccomandabile rimanere al di fuori delle tende. È sempre meglio stare rannicchiati, piuttosto che distesi, o in piedi. Grotte e anfratti costituiscono condizioni di protezione.

2. Se ci si trova in prossimità di fiumi o di laghi, 
non stare sulla riva né fare il bagno,
 poiché l’acqua conduce bene la corrente elettrica. Inoltre bisogna ricordare che l'acqua dolce, specie se a basse temperature, rappresenta un particolare pericolo per gli annegamenti.

3. Se si naviga in barca, è preferibile attraccare, oppure andare al largo, poiché le zone interessate sono solitamente circoscritte. Bisognerebbe stare lontano dall’albero e cercare di 
creare un collegamento diretto tra l’albero e il mare. A pericoli analoghi è esposto chi fa il bagno a mare o soggiorna sulla riva.

4. Se si sta in casa, si è abbastanza sicuri, purché si abbia un impianto elettrico a norma. È però sempre preferibilenon fare il bagno, staccare dalle prese di corrente le apparecchiature elettroniche, informatiche e gli elettrodomestici non indispensabili in quei momenti, staccare il cavo dell'antenna tv, evitare di parlare al telefono fisso e non stare accanto ai camini.

5. I mezzi di trasporto (auto, roulotte, treni, funivie) sono sicuri, in quanto si comportano da gabbia di Faraday, scaricando la corrente al suolo. Gli aerei solitamente volano al di sopra delle nub
i temporalesche.

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anisakis (verme delle aringhe), se lo conosci lo eviti

Pubblicato su da ustorio

 

L’anisakidosi, o malattia del “verme delle aringhe”, è un disturbo causato dall’anisakis, ossia nematodi (vermi) parassiti che si annidano nelle pareti dello stomaco. Il modo migliore per prevenirlo è cercare di non mangiare pesce crudo o poco cotto.

L’anisakidosi è diffusa soprattutto nelle zone dove si mangia abitualmente il pesce crudo, ad esempio in Giappone, tuttavia, da quando mangiare il sushi è diventato una moda, sono stati riferiti casi negli Stati Uniti, in Europa, nel Sud-America e in altre zone.

Chiunque mangi pesce o calamari crudi o poco cotti è in realtà a rischio.

 

L’anisakis non può essere trasmesso tra gli esseri umani.

Alcuni mammiferi marini infetti (ad esempio le balene, i delfini o i leoni marini) defecano nel mare rilasciando le uova del parassita, che diventeranno larve; quest’ultime sono ingerite dai calamari, a loro volta preda dei pesci.

Esistono prove a sostegno del fatto che, se il pesce non viene eviscerato subito dopo essere stato pescato, le larve si possono spostare dall’apparato digerente alla carne. I cicli vitali di tutti i generi di anisakis connessi alle infezioni degli esseri umani sono simili.

I parassiti vengono rinvenuti di frequente nelle carni del merluzzo, dei pesci simili al merluzzo, della passera di mare, del salmone del Pacifico, delle aringhe e della rana pescatrice.

Quando l’uomo mangia pesci, o calamari crudi o poco cotti (il pesce e i crostacei sono le principali fonti di contagio), ingerisce anche le larve dei nematodi; penetrate all’interno dell’organismo le larve invadono l’apparato digerente.

Con le appendici anteriori, le larve dei nematodi presenti nel pesce o nei crostacei si incistano nella parete dell’apparato digerente, a livello della tonaca muscolare (in alcuni casi possono penetrare più in profondità nella parete intestinale, perforarla e raggiungere il resto dell’organismo).

Le larve producono una sostanza che attrae nella zona gli eosinofili e gli altri globuli bianchi dell’ospite. Le cellule ospiti infiltrate formano un granuloma nei tessuti che circondano il parassita. All’interno dell’apparato digerente, il nematode può staccarsi e riattaccarsi più volte alle pareti. Il parassita raramente giunge a maturazione negli esseri umani: di norma viene eliminato spontaneamente entro tre settimane dall’infezione. Se rimane all’interno dei tessuti, finisce per essere rimosso e fagocitato dalle difese immunitarie dell’ospite.

Alla fine quindi muoiono, lasciando una massa infiammata nell’esofago, nello stomaco o nell’intestino.

Alcune persone, dopo o durante l’ingestione di pesce crudo o poco cotto, avvertono una sensazione di prurito in gola: si tratta del verme che si muove nella bocca o nella gola.In questi casi è possibile estrarlo dalla bocca oppure espellerlo tossendo e prevenire così l’infezione.

Altri, invece, avvertono anche lo stimolo a vomitare e riescono così ad espellere il parassita dall’organismo. 

 

Tra i sintomi dell’anisakidosi ricordiamo:

§  dolore addominale,

§  nausea,

§  vomito,

§  distensione addominale,

§  diarrea,

§  sangue e muco nelle feci,

§  febbre lieve.

Nei casi più gravi il paziente soffre di forte mal di pancia, molto simile a quello dell’appendicite acuta, accompagnato da una sensazione di nausea.

Entro alcune ore dall’ingestione delle larve infette è possibile avvertire un forte dolore addominale, nausea e vomito e solo in alcuni casi le larve vengono espulse col vomito. Se invece arrivano nell’intestino si ha una grave reazione immunitaria granulomatosa, da una a due settimane dopo l’infezione: i sintomi sono simili a quelli del morbo di Crohn.

I sintomi possono manifestarsi da un’ora a due settimane dopo l’ingestione di pesce (o molluschi crudi o poco cotti). Di solito, nei pazienti colpiti, viene rinvenuto un solo parassita.

 

Nei casi più gravi l’anisakiasi è molto dolorosa e può essere risolta solo con l’intervento chirurgico. La rimozione chirurgica dell’anisakis dalla lesione è l’unico metodo sicuro per alleviare il dolore e per eliminare la causa del disturbo, perché in generale non è consigliabile attendere che il parassita muoia.

I sintomi di solito continuano per un po’ dopo la morte del parassita, infatti, durante la rimozione chirurgica, si possono evidenziare lesioni che contengono solo i resti del parassita. È stato inoltre riferito, in seguito a un intervento esplorativo in laparotomia, un caso di stenosi pilorica (restringimento e indurimento del piloro, la valvola che separa lo stomaco dall’intestino) dovuto a un verme non rimosso.

Anche quando sono ben cotte le larve di Anisakis sono molto pericolose per gli esseri umani. Quando infettano il pesce, anisakidi (e le specie imparentate come il verme delle foche Pseudoterranova spp. e il verme del merluzzo Hysterothylacium aduncum) rilasciano diverse sostanze biochimiche nei tessuti circostanti. Spesso, inoltre, vengono ingerite intere, all’interno di un trancio di pesce. Si possono quindi verificare manifestazioni allergiche acute, ad esempio l’orticaria e lo shock anafilattico, accompagnate o meno dai sintomi gastrointestinali. La frequenza dei sintomi allergici connessi al consumo di pesce ha portato a ipotizzare l’esistenza dell’anisakiasi gastroallergica, una reazione allergica acuta mediata dalle IgE.

Nelle persone che lavorano nella catena di conservazione del pesce è stata riscontrata una forma di allergia occupazionale che provoca

§  asma,

§  congiuntivite,

§  dermatite da contatto.

Per i parassiti l’essere umano è l’ospite finale, le larve dell’Anisakis e dello Pseudoterranova non sono in grado di sopravvivere all’interno dell’apparato digerente umano ed alla fine muoiono.

È inoltre possibile che si verifichi la perforazione intestinale, che va affrontata tempestivamente, perché è una situazione di emergenza.

 

Nel Nordamerica si arriva alla diagnosi di anisakidosi di norma quando il paziente avverte una sensazione di prurito o bruciore in gola e poi tossisce via o estrae dalla bocca il verme anisakis.

Nei casi in cui il paziente vomita o espelle il parassita tossendo, il disturbo può essere diagnosticato con un semplice esame visivo del nematode (l’Ascaris lumbricoides, il cosiddetto “verme” è un parente terrestre degli anisakis: anche gli anisakis possono risalire nella gola e nelle cavità nasali). Negli altri casi può essere necessario l’endoscopio, cioè un dispositivo a fibre ottiche che permette al medico di esaminare l’interno dello stomaco e la parte iniziale dell’intestino tenue. L’endoscopio è dotato, a un’estremità, di una piccola pinza meccanica che può essere usata per rimuovere il verme. Altri casi ancora sono diagnosticati individuando la lesione granulomatosa con un intervento in laparotomia. Per scoprire il parassita è stato messo a punto un test allergologico RAST, che però non è ancora in commercio.

In alternativa per diagnosticare il disturbo spesso ci si basa sulla storia del paziente, che riferisce di aver mangiato pesce o calamari crudi o non ben cotti. La conferma della diagnosi di norma avviene poi come detto per via endoscopica o radiografica, oppure ancora per via chirurgica se il verme si è già annidato nelle pareti dell’apparato digerente.

 

 

La terapia dell’anisakidosi consiste generalmente nella rimozione del parassita dall’organismo, mediante endoscopia o intervento chirurgico.

In alcuni casi invece l’infezione guarisce ricorrendo unicamente alla terapia sintomatica, mentre in altri casi, al contrario, può provocare una lieve ostruzione intestinale per la quale può essere necessario l’intervento.

Sono stati infine riportati casi di efficacia di una terapia non chirurgica a base di albendazolo.

 

Per prevenire il disturbo è sufficiente evitare il pesce e i calamari crudi o poco cotti.

La Food and Drug Administration consiglia le seguenti modalità di preparazione e conservazione per uccidere i parassiti eventualmente presenti nel pescato:

 

Cottura (del pesce e dei molluschi)

I. pesce e molluschi vanno cotti bene, devono raggiungere una temperatura interna di almeno 63 °C.

Congelamento (pesce):

§  Ad almeno -20 °C per 7 giorni (in totale), oppure

§  Ad almeno -35 °C fino a solidificazione, poi conservazione ad almeno -35 °C per 15 ore

§  Ad almeno -35 °C fino a solidificazione poi conservazione ad almeno -20 °C per 24 ore.

 

 

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Cloud e virtualizzazione: come cambierà l'end user computing

Pubblicato su da ustorio

 

Introduzione

 

8 aprile 2014: è questo il giorno in cui Microsoft cesserà tutte le attività di supporto ufficiale al sistema operativo Windows XP. Entro questa data tutte le aziende che ancora oggi si affidano a questo sistema operativo dovranno obbligatoriamente aver completato la migrazione verso una nuova piattaforma: un processo complesso che richiede ingenti attività di pianficazione nonché investimenti numericamente rilevanti. Molte delle aziende che ancora basano la propria infrastruttura IT su Windows XP si troveranno proprio in questi anni a dover decidere come proseguire il proprio cammino nell'ambito dell'End-User Computing (EUC): si tratta di un grosso nodo da sciogliere, poiché rappresenterà il modo in cui le aziende forniranno gli strumenti tecnologici ai propri lavoratori.

Nel corso degli ultimi anni si sono infatti affermati nuovi e diversi paradigmi tecnologici che hanno messo sempre più decisioni da prendere dinnanzi ai dipartimenti IT delle aziende. Molti utenti si aspettano di lavorare (o lo richiedono) con dispositivi multipli, la globalizzazione e la connettività hanno portato ad una "dispersione" della forza lavoro che il progresso delle tecnologie mobile provvede a riconnettere e a far collaborare. Adesso esistono il cloud e la virtualizzazione, con piattaforme ed applicazioni che possono essere distribuite e centralizzate, senza che l'utente possa percepire la differenza rispetto ad un ambiente di lavoro più "tradizionale".

Questa situazione porta ad una reale esplosione nelle possibilità di scelta, che di norma rappresenta una buona cosa. Ma così non è, dal momento questo mare di possibilità genera confusione e fa emergere numerose domande alle quali l'IT deve essere in grado di rispondere: gli utenti divengono più esperti e sofisticati, quanto e che tipo di supporto hanno bisogno? Possono e dovrebbero lavorare con i propri dispositivi e le proprie applicazioni? Come si concilia questo con i dati sensibili? Quali sono i nuovi rischi collegati a queste nuove tendenze? Quanto controllo deve avere l'IT nel rendere disponibili queste tecnologie agli utenti-dipendenti?

Si evince pertanto che l'end-user computing non è più un processo lineare di aggiornamento e sostituzione, come è stato fino ad ora, ma diventa un vero e proprio percorso attraversato da molteplici alternative. Alternative che spesso appaiono essere complesse e divergenti e per questo motivo ogni azienda si trova nella situazione di dover capire quale strada seguire e in quale momento, per ciascun gruppo di lavoratori. Ma questo è possibile ad una sola condizione: sapere quale sia la destinazione.

Quando si parla di virtualizzazione e cloud, che rappresenteranno i punti fermi sui quali si poggerà l'evoluzione dell'End-User Computing, non si può non trascurare la posizione di una realtà che attualmente detiene l'85% del mercato mondiale della virtualizzazione: VMware. E' Brian Gammage, Chief Market Technologist dell'azienda statunitense, che illustra quale sia la visione dell'azienda nell'ambito dell'End-User Computing, cercando di prevedere in che modo le aziende dovrebbero pianificare il proprio percorso per individuare in che modo affrontare i propri investimenti. Gammage sottolinea un concetto che deve essere tenuto presente per tutta la durata della fase evolutiva: l'End-User Computing non riguarda la tecnologia ma riguarda il modo in cui gli utenti lavorano tramite la tecnologia. E' per questo che decisioni sbagliate rischiano di ostacolare la produttività e la capacità di crescita di un'azienda.

  

 Comprendere il punto di partenza

 

Per affrontare il viaggio di trasformazione è necessario anzitutto capire quale sia il punto di partenza. L'attuale fotografia, però, non è particolarmente allegra: i dipartimenti IT delle aziende si trovano sotto il fuoco incrociato di tutti gli altri dipartimenti, con richieste di ogni natura e con il problema di dover spesso riuscire a conciliare esigenze tra loro contrastanti. I dipartimenti IT si trovano spesso tra l'incudine ed il martello: utenti che si lamentano, insoddisfazioni dal business, la leadership che vede l'EUC come un costo invece che come un insieme di asset di valore. Soggiogato da quattro forze (il budget, la compliance, il business, gli utenti), l'End-User Computing si trova invischiato in un circolo vizioso.

 

Il budget

 

Attualmente l'End-User Computing rappresenta in media il 25%-40% del budget stanziato da un'azienda per l'IT. Purtroppo, però, gran parte di questi costi sono di tipo operativo e cioè impiegati per il mantenimento, il supporto e le operazioni degli asset esistenti: si tratta, in altre parole, di denaro speso restare fermi e e non per sviluppare nuove funzionalità o per incrementare la produttività.

Ogni progetto per sviluppare nuove capacità è di norma pachidermico, consuma molte risorse e coinvolge gran parte della forza lavoro. Si tratta, in genere, di progetti che vengono compresi nel processo di aggiornamento e rinnovo come può essere la migrazione di un sistema operativo o l'aggiornamento di infrastrutture hardare. Dal momento che le funzionalità EUC sono altamente integrate, è difficile distinguere i risultati provenienti dalle nuove capacità e quelli derivanti dagli investimenti del rinnovo. Ne consegue una percezione per la quale i soldi spesi per l'EUC non portino alcun ritorno. In altre parole l'EUC viene visto come un mero costo e non come un investimento: è questa percezione che porta le aziende a ridurre le spese destinate all'End-User Computing.

 

La compliance

 

I dispositivi ed il software EUC sono pieni di vulnerabilità che le aziende faticano a tamponare o, in ogni caso, vanno a risolvere a posteriori. Del resto è difficile poter prevenire rischi che non si è in grado di percepire: l'anno in corso ha visto numerosi episodi che hanno messo in discussione la sicurezza informatica, non da ultimo gli episodi di cosiddetto "hactivism". La perdita di dati riservati, magari appartenenti ad un cliente di un'azienda, possono causare un danno d'immagine per l'azienda stessa, nonché comportare pesanti e costosi strascichi legali. Si tratta di rischi reali che vanno via via crescendo. A partire da questa considerazione e ricollegandosi al discorso fatto poco sopra, si evince che il calare della spesa e la crescita dei rischi non fanno che incrementare ancor di più i rischi per dollaro speso: una dinamica che che porta alla naturale reazione di standardizzare e chiudere gli ambienti operativi. E' un tradizionale modus operandi che viene visto come l'unica strada per gestire questo tipo di rischi.

 

Il business

 

La standardizzazione e la chiusura causa, per molte aziende, un conflitto diretto con le esigenze del business. E' molto difficile affrontare i cambiamenti per un ambiente desktop standardizzato e chiuso e di norma ogni eventuale cambiamento coivolge un elevato numero di utenti. Cresce la complessità ed il costo di completamento di eventuali fusioni ed acquisizioni aziendali, così come l'apertura di nuove sedi ed anche la normale routine di amministrazione del turnover della forza lavoro e della crescita. Un approccio di questo tipo non permette la giusta flessibilità e la mancanza di flessibilità è un ostacolo alla scalabilità del business. Nel business una costante è il cambiamento, e per questo gli utenti business sono spesso insoddisfatti. La naturale risposta è quella di ridurre gli strumenti a disposizione: se pare che ciascun utente stia portando un fardello, perché non renderlo più piccolo?

 

Gli utenti

 

Questo approccio significa però offrire meno a ciascun utente e quindi spingersi in direzione opposta aquelle che sono le aspettative dell'utente. E' il potere della cosiddetta consumerizzazione: gli utenti si aspettano di avere a disposizione strumenti più capaci, che di norma utilizzano già privatamente. Gli utenti sanno come possono fare per lavorare meglio e cercano di arginare i controlli per assicurarsi di poter fare ciò, anche "arrangiandosi". E' a questo punto che l'EUC sembra essere meno rilevante, tale da sollevare l'ovvia domanda: "perché ci si spende così tanto?". Ed il circolo si reinnesca.

Una spirale che necessita di una via di uscita prima che si riavvolga nuovamente. Molte aziende, come detto in apertura, si trovano o si troveranno presto nella situazione di pianificare gli investimenti per affrontare la prossima migrazione tecnologia: è il momento ideale per trovare una strada che interrompa il circolo vizioso

.

Individuare il punto di arrivo

 

Fotografato il punto di partenza, è quindi opportuno determinare quale voglia essere il traguardo al fine di poter definire al meglio il percorso che connetta i due punti. Secondo Gammage sono le nuove possibilità offerte dalla tecnologia che dovrebbero suggerirci quali sono gli obiettivi da raggiungere, partendo da un'ulteriore considerazione: attualmente sono i dispositivi che usiamo ed i sistemi operativi a vincolare le operazioni ed il supporto per l'End-User Computing. In altre parole i dispositivi e i sistemi operativi ci distraggono da ciò che ha davvero importanza, ovvero le persone, le applicazioni ed i dati a supporto del processo di business. Il Chief Market Technologist di VMware suggerisce cinque obiettivi che nell'arco del prossimo lustro dovrebbero porsi le aziende che intendono migliorare il proprio ambiente EUC:

-Rifocalizzarsi sugli utenti, sulle applicazioni e sui dati: i dispositivi ed i sistemi operativi devono essere relegati ad un ruolo di supporto. 
-L'ambiente operativo deve essere più facile e meno costoso da gestire.
-Offrire un miglior supporto al business nel rapporto con il mondo esterno
-Aiutare gli utenti a lavorare in maniera produttiva venendo loro incontro per qualunque esigenza e con qualunque possibile scelta dei dispositivi che utilizzano
-Incrementare il livello di controllo, di verifica e di gestione del rischio.

Sono obiettivi di spessore, ma tutti raggiungibili e necessari poiché riguardano la produttività del primo asset di ogni azienda: le persone. Paradossalmente si tratta di obiettivi che sarebbero molto più semplici da raggiungere se le aziende avessero la possibilità di ricominciare da zero con la riprogettazione di un nuovo EUC. Ovviamente la vera sfida è quella di riuscire a centrare gli obiettivi senza fare terra bruciata ed interrompere il lavoro e la produttività dei lavoratori.

In ogni azienda vi sono numerose applicazioni EUC e molte di queste sono dipendenti dal sistema operativo in uso (che nella stragrande maggioranza dei casi è proprio Windows). Le applicazioni tendono ad avere lunghi cicli di vita e a ramificare molte interdipendenze, sia tecniche, sia di business: alcune applicazioni, in special modo quelle sviluppate internamente, hanno un ruolo chiave nell'interconnessione di sistemi o domini di business. Le aziende dovranno pertanto mantenere il sistema operativo desktop in uso per supportare le applicazioni fino a quando ne avranno bisogno. Un approccio di rimpiazzo completo non è un'opzione considerabile dal momento che queste applicazioni potranno solamente essere sostituite in itinere nel corso del tempo.

Si tratta di un processo che alcune realtà hanno già intrapreso: alcune delle nuove applicazioni sono server-based o web-based e la periodica necessità di migrare sistema operativo suggerisce di preferire applicazioni che siano neutrali al sistema operativo e al browesr. E' un processo lento: il punto di pareggio tra applicazioni desktop e applicazioni "neutrali" arriverà nel corso del 2012 ma bisognerà attendere fino al 2017 prima che si arrivi ad un 30%, che di norma è la soglia sotto la quale molte aziende accelerano il processo di sostituzione. Tutte queste considerazioni significano che le applicazioni Windows-based ed il sistema operativo continueranno a giocare un ruolo chiave negli ambienti EUC per molto tempo a venire, probabilmente almeno fino alla fine di questo decennio.

Un processo lungo e complesso, da riuscire ad innestare nella prossima attività di migrazione, ma con il fine ultimo di semplificare e rendere più flessibile l'ambiente operativo. Secondo la visione di VMware si tratta di un percorso da affrontare in tre diverse fasi, in maniera graduale: partendo dalle applicazioni, passando dal cloud ed infine abbandonando quando possibile l'ambiente desktop tradizionalmente inteso.

 

Prima fase: revisione delle applicazioni

 

Come già sottolineato in precedenza, le aziende dovrebbero riuscire ad impiegare la prossima ondata di investimenti EUC per semplificare e migliorare ciò di cui dispongono ora. Per molte realtà questo dovrà accompagnare la migrazione a Windows 7. E' essenziale, in questa fase, essere in grado di comporre un punto della situazione che sia obiettivo, realistico e dettagliato, per capire quale sia il punto di partenza e quali siano i cambiamenti che è necessario effettuare.

E' opportuno pensare con lungimiranza: dove gli utenti lavoreranno e si muoveranno, che genere di controllo deve essere dato sulle applicazioni che useranno, con chi lavoreranno e come. Di pari importanza, in questa fase, è la capacità di slegarsi da quell'approccio di "standardizzazione" cui si faceva riferimento in precedenza: un approccio alla "one size fits all" seguito in passato ha portato ad un'inefficienza diffusa poiché in questo modo nessuno può avere gli strumenti corretti per poter lavorare. A questo è indispensabile aggiungere le considerazioni sulle esigenze dell'azienda: che elasticità è necessaria affinché i lavoratori siano in grado di supportare la crescita del business e gli obiettivi di trasformazione? Quale genere di livello minimo deve essere stabilito per prestazioni, disponibilità e sicurezza?

Una volta fatto il punto della situazione, la prima area di intervento sono le applicazioni, in maniera tale che ci si possa preparare alla migrazione del sistema operativo. In questi casi le operazioni sono piuttosto dispendiose, in quanto la migrazione di un sistema operativo implica un lavoro di repackaging e testing di tutte le applicaizoni prima di passarle sulla nuova piattaforma. Le aziende hanno a disposizione tre strade: riconfezionare le applicazioni che non hanno alcun problema con il nuovo sistema operativo, sistemare e riadattare quelle applicazioni che presentano qualche piccolo problema e, infine, scartare e sostituire in toto tutte quelle applicazioni che presentano problemi più complessi.

E' in questa fase che ci si può appoggiare alla virutalizzazione, specie per quelle applicazioni che possono essere migrate senza problemi. Dal momento che un'applicazione virtualizzata opera nel proprio ambiente isolato da altre applicazioni e disaccoppiato dalla configurazione del sistema operativo, l'applicazione risulta essere molto più portabile, semplificando le operazioni e permettendo di risparmiare risorse. I risparmi sono immediati, dal momento che un'applicazione virtualizzata non necessita di test. In pochi casi, tuttavia, sarà possibile virtualizzare l'intero parco di applicazioni (per via di dipendenze incrociate, accesso diretto a driver specifici), motivo per il quale per un certo periodo di tempo l'azienda dovrà essere in grado di far coesistere applicazioni virtualizzate e applicazioni native: in questo frangente è essenziale però che tutto possa essere gestito in maniera omogenea e con i medesimi strumenti, altrimenti si andrebbe in direzione opposta alla semplificazione e al risparmio.

Approccio differente, invece, per quelle applicazioni che devono essere sostituite: in questo caso un atteggiamento di lungimiranza è quello di scegliere soluzioni che non richiedano lo stesso livello di attenzione nel caso di una futura migrazione del sistema operativo. In altri termini è opportuno orientarsi in direzione si soluzioni cosiddette "neutrali" al sistema operativo, come applicazioni web-based (in questo caso senza dipendenze da browser) e formule di Software-as-a-Service. Lavorare in questo modo sulle applicazioni permetterà di effettuare una profonda revisione di tutto il parco degli applicativi, permettendo di individuare eventuali ridondanze o intuilità che possono così essere eliminate.

E' a questo punto che un'azienda può pensare di iniziare ad introdurre i desktop virtuali per i propri lavoratori, sempre facendo attenzione che essi possano essere gestiti con le policy aziendali già esistenti. Bisogna sempre ricordare, infatti, che lo scopo di tutto il percorso è quello di arrivare ad una semplificazione e non di introdurre ulteriore complessità.

 

Seconda fase: l'introduzione del cloud

 

Portata a compimento la prima fase, le aziende dovrebbero poi cercare di focalizzarsi sulla realizzazione (o adozione) di una piattaforma di servizi cloud (pubblico, privato o ibrido) e, come già detto più volte in precedenza, allargare le policy aziendali alla gestione di questa piattaforma. Secondo la visione di Gammage, in questo modo le aziende potranno gestire le risorse desktop e le risorse cloud mediante gli stessi processi e gli stessi strumenti, in maniera tale che esse appaiano come una singola entità.

Inizialmente la piattaforma cloud funzionerà come una sorta di "hub" per l'accesso alle applicazioni cloud e SaaS, ma le sue funzionalità potranno via via crescere con lo spostamento di sempre più applicazioni e servizi EUC dal desktop al cloud. Nel momento in cui si è stabilita la piattaforma cloud e ad essa sono state estese le policy aziendali, è possibile decidere che cosa e in quale momento delle applicazioni e dei servizi esistenti possono essere spostati nel cloud, mentre tutte le nuove applicazioni introdotte dovrebbero essere già nativamente rese disponibile tramite la piattaforma di servizi cloud, così come lo sviluppo in-house delle applicazioni dovrebbe avvenire su piattaforma cloud.

In questo modo si può preparare la strada per estendere funzionalità e servizi del desktop (reale o virtuale che sia) al cloud, in maniera tale che servizi, applicazioni e contenuti possano essere accessibili da qualunque dispositivo, specialmente da smartphone e tablet. E' a questo punto che l'azienda sarà riuscita a smeplificare il processo di inserimento delle nuove applicazioni e a raggiungere l'indipendenza dai dispositivi.

Nel momento in cui la piattaforma cloud è stata resa pienamente operativa con le caratteristiche fin qui citate, le aziende potranno immediatamente realizzare una serie di benefici: le applicazioni SaaS potranno essere aggiunte facilmente al parco esistente, le applicazioni possono essere rese istantaneamente disponibili agli utenti, così come la gestione dei diritti di accesso può essere gestita in maniera molto più agevole. Il paradigma SaaS consente inoltre di non avere costi nascosti: questa caratteristica, assieme alla dettagliata reportistica dell'uso permetterà finalmente all'azienda di disporre di un elemento che è mancato nel mondo EUC fino ad ora: il diretto collegamento tra costi e risultati.

E' a questo punto che la percezione degli investimenti effettuati nell'end-user computing inizierà a cambiare, permettendo di accelerare con gradualità la fuga dal circolo vizioso cui si faceva riferimento in precedenza. La possibilità di collegare direttamente costi e risultati permette infatti di dimostrare i benefici ottenuti e in questo modo gli investimenti effettuati nell'EUC possono essere correlati con i fatturati invece di essere considerati un mero costo.

Questa nuova situazione consente inoltre di affrontare ogni evoluzione in maniera estremamente modulare, così che gli investimenti possano essere correttamente bilanciati con le risorse a disposizione: è un approccio che va in direzione diametralmente opposta a quella dei pachidermici progetti cui si faceva riferimento qualche pagina addietro. L'eliminazione della complessità porterà anche ad una flessione nei costi operativi, che saranno sempre più determinati dall'utilizzo degli strumenti e sempre meno dal mantenimento e dal supporto 

 

Terza fase: l'abbandono del desktop

La terza e ultima fase dell'itineriario elaborato nella visione di VMware consta più di un processo di graduale iterazione dei passi fin qui compiuti, allo scopo di ridurre via via la dipendenza dal desktop e dal sistema operativo e per continuare ad ottenere risparmi nei costi operativi.

Secondo Gammage questa fase potrà verificarsi nel corso della seconda metà di questo decennio e rappresenterà il completamento della fuga verso il cloud: è a questo punto che i servizi cloud diverranno il principale spazio di lavoro attraverso il quale è possibile accedere al desktop, come fosse un qualsiasi altro servizio. Il tradizionale ambiente desktop esisterà solamente per supportare l'onda lunga delle applicazioni legacy dell'azienda.

Una volta che il passaggio verso il cloud sarà completato, a seguito della sostituzione in itinere di tutte le applicazioni OS-dependant con le alternative cloud-based, l'azienda potrà liberarsi del sistema operativo desktop. Alla fine di questa fase le aziende avranno completato il lungo viaggo del rinnovamento dell'ambiente EUC, potendo così concentrarsi meglio sull'utente, sulle applicazioni e sui dati, grazie ad una enorme semplificazione dell'ambiente operativo e della sua gestione.

L'utente si troverà così ad aver a che fare non più con un desktop tradizionalmente inteso, ma con uno spazio di lavoro che darà accesso a tuti i servizi necessari. Ancor più importante, si tratterà di uno spazio che potrà essere accessibile da qualunque posto ci si trovi e con qualunque dispositivo. Uno spazio di lavoro che sarà controllato tramite le policy aziendali, che oltre a determinare l'accesso alle applicazioni potranno definire le capacità d'uso in maniera dinamica, a seconda dei permessi, della localizzazione e del contesto di utilizzo.

La conclusione del percorso

Secondo VMware un percorso così strutturato permetterà di trasformare radicalmente l'ambiente operativo, andando a risolvere quei punti critici che abbiamo evidenziato in apertura e investendo l'EUC del ruolo che realmente dovrebbe avere: il principale strumento di supporto ed esecuzione dei processi di business.

Anzitutto l'end-user computing sarà visto dal business non più come un ostacolo al cambiamento, alla crescita e alla trasformazione. La semplificazione nella gestione e la rimozione della complessità consentirà di portare a termine in maniera più rapida eventuali operazioni di fusione e acquisizione, l'apertura o la chiusura di sedi e uffici potrà essere condotta a costi inferiori e, aspetto molto più importante, il ritorno dell'investimento potrà finalmente essere misurato in maniera diretta. Il nuovo ambiente consentirà un controllo più granulare, con un incremento diretto nella sicurezza e nella verifica delle attività degli utenti.

Gli utenti stessi potranno disporre di una maggior flessibilità per lavorare con dispositivi e applicazioni che preferiscono, ma dovranno tener presente che le migliorate capacità di controllo potranno consentire di ottenere metriche più precise sul livello di produttività tra le varie alternative. Gli utenti potranno avere maggior voce in capitolo nelle decisioni che riguardano gli strumenti che usano per lavorare, partecipando in maniera più democratica alla vita dell'azienda.

I dipartimenti IT saranno riusciti a scappare dal circolo vizioso nel quale si trovano intrappolati oggi: costi per utente significativamente ridotti e una maggiore attenzione, invece, ai benefici che possono apportare al business. Non da ultima una maggiore flessibilità anche per loro, che li mette nella condizione di poter soddisfare in maniera molto più semplice le numerose richieste.

In ultima analisi, il "computing" passerà in secondo piano, poiché l'attenzione si sarà spostata sugli utenti, sulle applicazioni e sui dati. Le applicazioni saranno accessibili ovunque e da qualunque dispositivo, ma il dipartimento IT potrà disporre di un controllo molto più stretto sulle modalità d'utilizzo degli strumenti. Si gestirà meno e si gestirà meglio, con una grande semplificazione degli strumenti di supporto.

 

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Guida alla nuova IPT e all'aumento IVA sull'auto

Pubblicato su da ustorio

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Il decreto legge 138/2011, cioè la manovra finanziaria 2012-2014 entrata in vigore sabato scorso dopo l'approvazione della legge di conversione, rende effettive le nuove disposizione relative all'Ipt, l'Imposta provinciale di trascrizione che si paga per iscrivere al Pubblico Registro Automobilistico un veicolo nuovo o per registrare il passaggio di proprietà di uno usato. Il provvedimento sull'Ipt, lo ricordiamo, era previsto dall'art. 17 del decreto legislativo n° 68 del 6 maggio 2011 ("Tributi connessi al trasporto su gomma") e non si applica alle province che fanno parte delle regioni a statuto speciale: Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta.

NUOVA IMPOSIZIONE, NON AUMENTO - Da allora, si è parlato di "aumento dell'Ipt". Impropriamente, perchè in realtà l'Ipt non è affatto aumentata, nel senso che le sue tariffe sono rimaste e rimangono esattamente le stesse di prima, cioé variano, per ogni kW di potenza della vettura, da 3,5119 a 4,5655 euro, in base alla provincia dove essa è immatricolata. Le province, infatti, possono maggiorare l'importa base dell'Ipt (3,5119 euro, appunto) fino al 30%, cioé fino a 4,5655 euro. Ciò che il decreto ha cambiato è la modalità di imposizione dell'Ipt. Il comma 6 dell'art. 17, infatti, dispone che «sia soppressa la previsione specifica relativa alla tariffa per gli atti soggetti a Iva e la relativa misura dell'imposta sia determinata secondo i criteri vigenti per gli atti non soggetti ad Iva». In altre parole, per tutti gli atti di iscrizione al PRA di una vettura nuova, che sono appunto soggetti a Iva, si applica ora la tariffa dell'Ipt valida per quelli non soggetti a Iva, che non è fissa, ma è calcolata in base ai kW della vettura. All'atto pratico, l'Ipt sulle auto nuove costa come prima solo per quelle con potenza fino a 53 kW: da 150,81 a 196,05 euro, in base alla provincia. Oltre, arriva la "batosta" che prima non c'era, per calcolare la quale bisogna moltiplicare ogni kW per l'importo stabilito dalla provincia di immatricolazione.

ESEMPIO DI CALCOLO PER LE AUTO NUOVE - Ecco dei semplici calcoli che forniscono qualche esempio degli importi dell'Ipt sulle auto nuove in vigore da sabato scorso. Prendiamo, per esempio, la provincia di Brescia, una di quella che ha scelto di non applicare alcuna maggiorazione sull'importo "base" dell'Ipt, cioé di far pagare solo i canonici 150,81 euro. Con la nuova Ipt, come abbiamo visto, rimane tutto come prima solo per le auto fino a 53 kW, per le quali la tariffa resta ferma a quel valore. Se l'auto nuova invece ha solo un kW in più, cioé 54,l'importo passa già a 189,64 euro (54 x 3,5119 euro) e se ne ha 60 va a 210,71. Con 100 kW aumenta a 351,19 euro, con 200 schizza a 702,38 euro e così via. In termini percentuali, chi acquista oggi un'auto da 200 kW e la immatricola a Brescia pagherà un'Ipt più cara del 365,7% rispetto a prima. A Catanzaro, invece, che insieme ad altre 48 province applica la maggiorazione massima sulla tariffa "base" nazionale, cioé quella del 30%, l'Ipt è di 196,05 euro e tale rimane per tutte le auto fino a 53 kW. Utilizzando gli stessi esempi di potenza di prima, i nuovi importi salgono rispettivamente a 246,54 euro per 54 kW (54 x 4,5655 euro), a 273,93 euro (60 kW), a 456,55 euro (100 kW) e a 913,1 euro (200 kW). Nelle altre province che applicano percentuali di maggiorazione intermedie tra il minimo e il massimo, il calcolo va fatto moltiplicando sempre l'importo dell'Ipt locale, che pubblichiamo nella tabella, per la potenza in kW della vettura. Ovviamente, il nuovo criterio d'imposizione dell'Ipt farà crescere i prezzi "chiavi in mano" delle auto nuove. Non poi di molto, rispetto ai prezzo di listino (e niente del tutto per quelle che non superano i 53 kW), ma abbastanza da costituire un elemento di disturbo per un mercato del nuovo che già boccheggia.

ANCHE L'IVA AUMENTA - Se poi al rincaro dell'Ipt s'aggiunge quello dell'Iva, la cui aliquotà, sempre per colpa della manovra, è rincarata da sabato dell'1% passando al 21% (altri 100 euro in più da pagare per ogni 10 mila di imponibile), la cosa si fa ancora più fastidiosa. Secondo Filippo Pavan Bernacchi, presidente di Federauto, quell'1% di Iva peserà in media per circa 220 euro su ogni auto venduta e permetterà all'erario un introito supplementare di 435 milioni di euro all'anno. Contro la manovra, quindi, è comprensibilissima la levata di scudi degli operatori del settore, che hanno parlato di "accanimento" del governo nei confronti di un settore già in profonda crisi.

COSA (NON) CAMBIA PER L'USATO TRA PRIVATI - Chiariamolo subito, perché sull'argomento c'è stata e c'è un po' di confusione: per i passaggi di proprietà delle vetture usate acquistate da un privato (cioé, un venditore non soggetto a Iva) non cambia assolutamente nulla: poiché l'atto di vendita non è assoggettato al regime dell'Iva, tutto rimane esattamente come prima: si paga in base alla potenza in kW, come si è sempe pagato, e ogni kW costa come prima. Il discorso invece cambia, e assume lo stesso profilo spiegato in precedenza, se il venditore è un soggetto Iva, per esempio un agente di commercio che vende il suo usato. Anche in questo caso, invece della tariffa fissa si applica quella per kW di potenza già citata.

E SE SI ACQUISTA IN AUTOSALONE? - Un discorso a parte va fatto per gli acquisti di auto d'occasione da un venditore professionista, cioé un concessionario o un autosalone. La quasi totalità delle vetture usate che transitano per questo canale vengono rivendute con regime dell'Iva e relativa fattura. Quindi, per queste auto, come per quelle nuove, prima dell'entrata in vigore del decreto il venditore godeva della tariffa agevolata dell'Ipt, quella fissa indipendente dalla potenza (sempre da 150,81 a 196,05 euro). Da sabato, però, il soggetto Iva non può più beneficiare di questa agevolazione, quindi pagherà anche per l'usato fatturabile la tariffa in base ai kW. E qui iniziano i problemi.

SPARIRANNO LE "MANCE" - A questo punto bisogna sottolineare ciò che forse sfugge a molti, e cioé che i commercianti di auto usate, pur avendo beneficiato fino a oggi di una tariffa agevolata dell'Ipt concessa ai soggetti Iva, quasi sempre hanno chiesto all'acquirente una somma per il passaggio di proprietà paragonabile a quella che il privato avrebbe pagato rivolgendosi a qualsiasi agenzia di pratiche auto per un atto non soggetto a Iva, cioé con tariffa "a kW". Insomma, da questa pratica molti venditori professionisti hanno ricavato per anni una specie di "mancia" utile ad arrotondare i loro margini. L'importo della "mancia" è costituito dalla differenza tra la somma versata all'agenzia che cura le pratiche di voltura della macchina (e che comprende sia la parte da pagare all'agenzia stessa per il suo lavoro, sia l'Ipt e i vari emolumenti) e quella richiesta al cliente finale per la voltura stessa. Mediamente, un'agenzia che lavora per un rivenditore di auto trattiene per sé circa 30-40 euro per ogni pratica.Considerando anche gli emolumenti da versare al PRA e i vari bolli di legge, si può ritenere con buona approssimazione che, prima del decreto, ogni pratica di passaggio di proprietà costasse a un concessionario-salonista circa 320-330 euro in tutto. Con approssimazione altrettanto buona, possiamo assumere che la somma richiesta al cliente per la voltura sia mediamente di 450 euro, anche se nelle grandi città capita di sentirsi chiedere molto di più, anche oltre 500 euro. Quindi, per differenza, è ragionevole parlaare di una "mancia" da almeno 120-130 euro per ogni passaggio di proprietà. Tuttavia, il decreto cambia le carte in tavola e l'Ipt in base alla potenza farà aumentare sensibilmente il costo delle pratiche anche per i professionisti della vendita, che potranno continuare a ritagliarsi la loro "fetta" solo vendendo l'usato fino a 53 kW, per il quale nulla cambia rispetto al passato. Per quelle più potenti, se vorranno ugualmente ricavare lo stesso margine di prima, dovranno chiedere al cliente un prezzo per la voltura crescente in base ai kW, quindi sensibilmente più elevato e, per le auto più potenti, davvero stratosferico. L'alternativa è di rinunciare a quel piccolo margine. Un'alternativa assai probabile, poiché è più che logico prevedere che l'acquirente di un usato vecchiotto e di una certa potenza, diciamo da 7 mila euro e 150 kW, sarà poco propenso ad accettare un ulteriore arrotondamento su un costo del passaggio di proprietà divenuto già di colpo costosissimo. Ed ecco spiegato il primo motivo che ha portato le organizzazioni di categoria (Anfia, Federauto e Unrae) ad alzare le barricate contro il cosiddetto "aumento dell'Ipt", che assottiglia i margini complessivi della vendita dell'usato in un periodo in cui di margini c'è molto, molto bisogno.

KILOWATT DEPREZZATI - Ovviamente, c'è dell'altro, e questo è il ragionamento degli operatori: la manovra governativa sull'Ipt potrebbe deprimere parecchio il mercato delle auto usate, soprattutto di quelle di valore contenuto, ma di potenza elevata, che con le tariffe "a kW" vedrebbero crescere i costi del passaggio di proprietà a livelli insostenibili, rendendo molto più difficoltosa la rivendita. In altre parole, le quotazioni dell'usato più potente potrebbero crollare, e ciò danneggerebbe chi ha già in giacenza molte vetture del genere e che vedrebbe deprezzarsi il valore del suo stock. Insomma, i rivenditori di usato dovranno scegliere tra due alternative altrettanto sgradevoli: o disfarsi di buona parte dell'usato rimettendoci denaro,oltretutto assorbendo anche i nuovi costi dell'Ipt, oppure tenerselo in casa a lungo con la prospettiva di ulteriori deprezzamenti. E questo è il secondo motivo per il quale il decreto viene visto come il fumo negli occhi dalla filiera dell'automobile. E a proposito di malumori, va registratoanche quello delle agenzie di pratiche auto, le quali temono che i rivenditori cerchino di recuperare almeno una piccola parte dei maggiori costi dell'Ipt ritoccando all'ingiù anche le tariffe delle pratiche che le agenzie stesse svolgono su loro incarico. A Torino, per esempio, circolano già voci di agenzie che hanno accettato (qualcuno dice che si sono proposte) di lavorare per 10 euro a pratica. Una remunerazione che numerosi operatori giudicano del tutto irragionevole.

 

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Customer Relationship Management (CRM).

Pubblicato su da ustorio

Il Customer Relationship Management è un processo di marketing basato sulla conoscenza del cliente: più si sa di lui e più il servizio migliora.

 

Molte imprese per sviluppare relazioni più solide e redditizie con i propri clienti investono tempo e risorse nel Customer Relationship Management (CRM). Questo processo per essere veramente efficace deve poter organizzare, in modo razionale e preciso, le informazioni disponibili su i clienti da fidelizzare.

Stingere contatti con i propri clienti tramite telefonate, email, conference call e visite, sono tutte opportunità per reperire dati da trasformare in informazioni, che saranno poi utilizzate per migliorare il rapporto commerciale tra il cliente e l'azienda.

Le imprese che applicano bene il CRM di solito forniscono ai propri clienti, e in tempo reale, prodotti e servizi molto vicini alle loro esigenze, grazie allapersonalizzazione delle offerte, definite sulla base della conoscenza raggiunta tramite le informazioni raccolte ed elaborate in precedenza.

Don Peppers e Martha Rogers - due guru di questo settore - descrivono un processo composto da quattro fasi che può essere applicato al CRM per migliorare le performance commerciali:

1.    Identificare i clienti attuali e potenziali

2.    Distinguere i clienti in funzione delle loro necessità e del valore per l'impresa

3.    Interagire coi clienti per migliorare la conoscenza delle loro necessità e costruire relazioni più solide

4.    Personalizzare i prodotti, i servizi e i messaggi per ogni cliente

 

Questo processo può portare risultati se si sceglie un approccio di Marketing personalizzato o Marketing one - to - one: una strategia di copertura del mercato nella quale l'impresa decide di rivolgersi a specifici segmenti realizzando offerte su misura per ogni gruppo di clienti. E'  facile intuire quanto sia importante, per i marketing manager e gli operatori di CRM, poter contare su informazioni molto dettagliate, e il più vicino possibili ai bisogni, desideri e comportamenti dei clienti.

Non dobbiamo dimenticarci che per un'impresa non è sufficiente soltanto acquisire un cliente, bensìcoltivarlo nel lungo periodo perché si possa instaurare una relazione di fiducia e soddisfazione per entrambe.

Per questo il Customer Relationship Management è una risorsa di grande valore aggiunto nelle attività commerciali.

 

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Il super WiFi è standard

Pubblicato su da ustorio

Presentate le caratteristiche definitive del nuovo standard WiFi 802.22, capace di raggiungere i 100 chilometri di distanza. C'è ancora bisogno del WiMAX?

 

Roma - La tecnologia wireless compie un ulteriore passo in avanti con l'introduzione della Super WiFi 802.22. Il nuovo standard presentato dalla IEEE (Institute of Electrical and Electronic Engineers) è capace di coprire fino a 12.000 miglia quadrate.

L'ambizioso sistema, chiamato WRAN (Wireless Regional Area Networks), punta ad eliminare le zone d'ombra dell'ADSL e a fornire la connessione su vaste aree, basandosi sullo sfruttamento delle frequenze televisive rimaste inutilizzate.

La rilevazione dello spettro (spectrum sensing) adottata dalla Super WiFi identifica i white spaces per non interferire con i canali TV che già viaggiano tra 54 e 862 MHz su VHF e UHF.
Il sistema si prefigge di servire le aree meno densamente popolate, come le zone rurali, snobbate dalla banda larga ma raggiunte dalla televisione.

Le specifiche ufficiali parlano di una velocità di trasmissione pari a 22Mbps per canale e di una portata massima di 100 Km, per ogni trasmettitore. In teoria, la WiFi 802.22 potrebbe quindi coprire tutto il territorio degli Stati Uniti con circa 300 access point. Sulla carta, il segnale della WRAN vince la sfida col WiMAX (IEEE 802.16f), che lavora a onde corte intorno ai 2GHz, ma per il momento si parla solo di "potenziale" e di prospettive future.

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…e l’Italia va in vacanza

Pubblicato su da ustorio

Aumenti del carburante in vista dell'esodo. Vacanze, le mete degli italiani secondo Federalberghi: il 55% va in vacanza, soggiorni più brevi.

 

L'esodo estivo inizia all'insegna del caro carburante. La benzina tocca un nuovo record storico, superando quota 1,64 euro al litro nei distributori Ip. La compagnia aumenta di un centesimo anche ilgasolio, che si porta quindi a 1,523 euro al litro. La rilevazione è di Staffetta Quotidiana, mentreQuotidiano Energia fissa il prezzo di Ip leggermente al di sotto, a 1,636 euro al litro.

Sempre secondo QE i prezzi medi a livello nazionale vanno da 1,624 euro al litro di Eni all'1,636 di Ip, con le no-logo a 1,547 euro. Il diesel va da 1,505 euro al litro di Eni ed Esso a 1,511 di Ip (no-logo, 1,413). Infine il Gpl costa da un minimo di 0,718 euro al litro (Eni) a un massimo di 0,735 di IP e Shell (no logo a 0,715). Tutto questo mentre gli italiani si preparano alle partenze per le vacanze.

In un anno che, ancora contrassegnato dalla crisi economica, vede meno partenze dell'anno scorso e soggiorni mediamente più corti. La stima è diFederalberghi, secondo cui fra giugno e settembre si muoveranno il 55% degli italiani, circa 33 milioni di persone, dopo il 55,2% dell'estate scorsa. La durata media della vacanza sarà di 11 notti, dopo le 12 del 2010. Gli indecisi sono il 3,1%.

 La notizia positiva è però che scende anche il numero di coloro che non faranno le vacanze, al 41,9% dal 42,4%, ed è la prima volta che succede da parecchi anni, spiega il presidente Bernabò Bocca, il quale ritiene che «considerando la congiuntura economica» si tratta di numeri positivi, che fotografano una «tenuta assoluta del settore».

La crisi comunque pesa, visto che fra coloro che non faranno le vacanze il 42,8% ha fatto questa scelta per motivi economici.

Quanto alle destinazioni, il 78% sceglie l'Italia (con una crescita rispetto al 70% dell'anno scorso) mentre il 21% andrà all'estero. Come da tradizione in estate la maggioranza va al mare, in pratica 7 italiani su 10 (il 70,4%, in flessione però dal 74,6% del 2010). Seguono la montagna, con il 15,7%, e le città d'arte, 3,6% (in aumento dall'1,6% dell'anno scorso). Stabili i laghi, 1,6%, mentre cresce il successo dei soggiorni benessere, al 3,1% dall'1,4% precedente.

La meta preferita? La Sicilia, con il 13% di domanda nazionale, seguita da Sardegna, 10,2%, Calabria, 9,7%, Puglia, 9,5%, Veneto, 7,2%, Emilia Romagna, 6,6%, Toscana, 5,9%, Liguria e Campania, 5,1%.

All'estero invece vincono le capitali europee, scelte dal 51,9% di chi oltrepassa il confine, in netto aumento dal 44,6% del 2010. Viceversa, flessione notevole per mari tropicali e località esotiche, dal 22 al 13,4%, mentre restano stabili le capitali extraeuropee, 10%, le crociere, 6%, la montagna, 4%.

La spesa media sarà di 776 euro per chi resta in Italia, più bassa degli 853 del 2010 (-9%), e di 1052 euro per chi va all'estero, dai 1'65 precedenti. Il 32,8% andrà in albergo, il 13,6% a casa di parenti o amici, l'11,5% prende un appartamento in affitto, il 10,4% trascorre le ferie in una casa di proprietà

 

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Teorie innatiste, comportamentiste e relativiste

Pubblicato su da ustorio

Per le teorie innatiste, leader si nasce. Per le teorie comportamentiste, invece, lo stile di leadership è influenzato dal comportamento del gruppo che il capo è chiamato a dirigere. Infine, per le teorie relativiste non esiste uno stile di leadership valido in ogni situazione, ma esso vada scelto in base a fattori ambientali

Tantissime sono le teorie che si sono sviluppate sul tema degli stili di leadership.

Tali teorie sono riconducibili a tre filoni differenti:

  • le teorie innatiste;
  • le teorie comportamentiste;
  • le teorie relativiste.

Le teorie innatiste si fondano sull'idea che essere leader dipende da qualità innate del soggetto che lo rendono capace di guidare un gruppo e di ottenere la sua fedeltà. Il leader, dunque, ha una serie di caratteristiche personali che lo rendono tale. Egli è dotato di intelligenza, di determinazione, di spirito di iniziativa, di capacità di assumersi le responsabilità, di gestire e di imparare dalle sconfitte ed è dotato di ottime capacità relazionali. Di conseguenza,il leader è colui che ha carisma, genio e intelligenza.

Le teorie comportamentiste osservano il leader sia in base ai suoi comportamenti che agli effetti che questi producono sul gruppo in termini di soddisfazione e di risultati conseguiti. Pertanto lo stile di leadership più adeguato dipende dal comportamento del gruppo.

Tra i principali fautori di queste teorie ci sono White e Lippit che individuano tre stili di leadership: autoritario, democratico e permissivo, come pure troviamo la teoria della X e della Y di McGregor che ritiene che sia valida la leadership autoritaria in presenza di un individui passivi, pigri e poco responsabili, mentre è più opportuna la leadership democratica nel caso di individui che non hanno una natura passiva e non presentano un atteggiamento ostile nei confronti della direzione aziendale.

Nelle teorie innatiste, come in quelle comportamentiste si pone l’accento soprattutto sui fattori personali: quelli del leader nelle prime, quelli del gruppo nelle seconde. Entrambi questi filoni, inoltre, si basano sul presupposto che esiste un solo stile di leadership valido in assoluto: ogni autore cerca di capire quale sia tale stile.

Le teorie relativiste si fondano sull’idea che non esiste uno stile di leadership unico e migliore degli altri sempre e in ogni situazione. Esistono, invece, stili più adatti in determinati contesti o situazioni e meno adatti in altri. I fattori che possono far optare per uno stile di leadership piuttosto che per un altro sono vari, come ad esempio le peculiarità dei collaboratori, il contesto ambientale, la cultura dell’organizzazione, la natura dei compiti. Occorre, quindi, scegliere, di volta in volta, lo stile di leadership più adatto al contesto aziendale.

Nelle teorie relativiste, quindi, sono considerati fondamentali i fattori ambientali. Rientrano tra queste teorie, ad esempio, quella del continuum e le teorie delle fasi.

 

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