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Canone RAI: si paga solo per i PC usati come TV

Pubblicato su da ustorio

La RAI fa un passo indietro e precisa: si deve pagare il Canone Speciale soltanto per gli schermi per PC utilizzati in funzione di televisori.

 

Secondo quanto annunciato da pochi minuti, la RAI ha fatto definitivamente marcia indietro circa le precedenti velleità relative all’imposizione del pagamento del Canone Speciale su pc, tablet e smartphone. L’intoppo sorgeva da una interpretazione restrittiva di una norma secondo cui qualsiasi device potenzialmente in grado di trasmettere canali televisivi sarebbe dovuto essere soggetto ad abbonamento, con attenzione specifica alle realtà aziendali.

E si parte con una smentita che vuol descrivere il passo indietro come una precisazione:

La Rai [...] precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone.

Secondo quanto spiegato dall’azienda di Viale Mazzini, un incontro avvenuto in mattinata presso il Ministero dello Sviluppo avrebbe sbloccato la situazione: il ministero ha imposto una interpretazione differente della situazione, riportando così la calma attorno ad una vicenda che avevascatenato gli utenti (e soprattutto le aziende) per un balzello interpretato come fortemente iniquo, arcaico e peraltro pesantemente nocivo per il pesante onere che avrebbe determinato.

Spiega la nota diramata dalla RAI:

La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali  imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più’ televisori. Ciò quindi limita il campo di applicazione del tributo ad una utilizzazione molto specifica del computer rispetto a quanto previsto in altri Paesi europei per i loro broadcaster (BBC…) che nella richiesta del canone hanno inserito tra gli apparecchi atti o adattabili alla ricezione radiotelevisiva, oltre alla televisione, il possesso dei computer collegati alla Rete, i tablet e gli smartphone.

Non conta pertanto la natura in sé dello strumento, ma l’uso che ne vien fatto. Se dunque un monitor viene utilizzato in funzione di schermo per la trasmissione tv, allora il canone è dovuto ed è regolato dai regolamenti relativi al Canone Speciale. Al di fuori di questa speciale casistica, invece, tutto rimane come prima:

Si ribadisce pertanto che in Italia il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore.

 

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Canone RAI, interrogazione sui PC

Pubblicato su da ustorio

Presentata un'interrogazione parlamentare. Quali dispositivi sono effettivamente obbligati al pagamento? Alle aziende è stato chiesto di pagare per i computer degli uffici

 

La bufera sul cosiddetto canone speciale della RAI è tornata ad imperversare tra le più svariate categorie professionali. I senatori Donatella Poretti e Marco Perduca hanno recentemente presentato il testo di un'interrogazione ai ministeri dello Sviluppo Economico e dell'Economia e finanze.

Bisogna davvero pagare il canone anche per i personal computer? Stando al
 testo dell'interrogazione, "a partire dal febbraio 2012, numerose aziende e uffici hanno ricevuto una missiva da parte della RAI in cui si richiede il pagamento del canone TV per la detenzione di uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radiotelevisive al di fuori dell'ambito familiare, compresi computer collegati in rete (digital signage e similari), indipendentemente dall'uso al quale gli stessi vengono adibiti".

A partire dal marzo 2007, l'Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori (ADUC) ha più volte interpellato gli organi competenti per sapere nello specifico
 quali apparecchi siano effettivamente soggetti al canone/tassa oltre il televisore. Le risposte ricevute nel corso degli anni sono state spesso "varie e contraddittorie".

"A tutti i titolari di un contratto di fornitura di elettricità, siano essi famiglie o pubblici esercizi o professionisti, verrà chiesto di pagare il canone - aveva sottolineato alla fine del 2010 l'ex-ministro Paolo Romani - perchè, ragionevolmente, se uno ha l'elettricità ha anche l'apparecchio TV". In sostanza, il canone RAI sarebbe stato imposto al di là del possesso di un apparecchio radiotelevisivo.

Vibranti le proteste di Rete Imprese Italia (Casartigiani, Confartigianato, Cna, Confcommercio, Confesercenti) contro "l'imposizione del tributo sul possesso non solo di televisori ma anche di qualsiasi dispositivo atto o adattabile a ricevere il segnale TV, inclusi monitor per il PC, videofonini, videoregistratori, iPad, addirittura sistemi di videosorveglianza. Come dire che basta avere un computer per essere costretti a pagare una somma che, a seconda della tipologia di impresa, va da un minimo di 200 euro fino a 6mila euro l'anno".


L'interrogazione presentata dai senatori Poretti e Perduca vorrebbe ora sapere "se il ministero dello Sviluppo Economico ha concluso il proprio approfondimento tecnico giuridico in merito a quali apparecchi, oltre al televisore tradizionale, siano soggetti al pagamento del canone TV".
"Ove tale approfondimento sia giunto a termine - si legge nel testo - quali apparecchi sottoelencati presuppongono il pagamento del canone di abbonamento: videoregistratore, registratore dvd, computer senza scheda tv con connessione ad Internet, computer senza scheda tv e senza connessione Internet, videofonino, tvfonino, iPod e apparecchi mp3-mp4 provvisti di schermo, monitor a se stante (senza computer annesso), monitor del citofono, modem, decoder, videocamera, macchina fotografica digitale".

E ancora, in conclusione: "ove invece tale approfondimento non sia ancora giunto a termine, cosa intenda fare il Governo per rimediare al comportamento illegittimo della concessionaria del servizio pubblico, la quale chiede il pagamento del canone speciale anche per personal computer collegati in rete".

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Come incentivare tutti a pagare le tasse

Pubblicato su da ustorio

E’ inutile negarlo: c’è un’ampia fetta di economia in nero, ma c’è anche una scarsa consapevolezza dei cittadini a richiedere lo scontrino fiscale. Ma mentre è chiaro perché lo fa chi non dichiara il prodotto, è meno chiaro perché il cittadino non lo pretenda. Certamente i motivi sono pratici e ritengo poco utile martellare la coscienza sociale con spot televisivi e pubblicizzazione del lavoro svolto dalla Guardia di finanza, … a campione. Così si divide il popolo degli italiani tra sfigati(vocabolo caro al nostro Governo), ovvero quelli visitati dalla Gdf, e fortunati. Ma così non si crea certo l’interesse a richiedere lo scontrino. La morale, poi, si sa, non è di questi tempi: il sistema bancario e finanziario, tanto aiutato dal governo, ci ha fatto dimenticare questo concetto. Mentre la creazione di un regime del terrore fiscale serve solo ad aumentare la cappa di pessimismo e a disincentivare le attività: il Pil è in caduta libera.

Ciò posto, si è sempre detto che il motivo per cui i cittadini non si fanno rilasciare lo scontrino è perché non possono detrarlo dalla tassazione, ovvero perché non hanno interesse. Se le imprese hanno un vantaggio fiscale, il consumatore non potendo detrarre alcun costo, se non quello di parte delle spese mediche e qualche altra irrisoria percentuale su qualche bene o servizio, non ha interesse a farsi rilasciare lo scontrino.

Numerose sono state le ipotesi e le cure avanzate. La più sensata è quella di prevedere un nuovo regime fiscale che faccia detrarre, seppur in parte, qualunque tipo di spesa. Allora sì che i cittadini sarebbero incentivati a richiedere lo scontrino. D’altro canto, esistono già delle esperienze, come quella effettuata nella regione San Paolo del Brasile, che hanno permesso di detrarre parte delle tasse di tutti gli scontrini attraverso un fiscalweb. Funziona così: il cittadino, registrato al programma, fornisce al prestatore di beni o servizi il proprio codice fiscale e riceve immediatamente uno sgravio fiscale pari al 30 per cento dell’Iva dovuta. La somma accreditata può essere usata dal cittadino in compensazione delle proprie imposte o bonificata direttamente sul suo conto corrente. Gli esercenti hanno l’obbligo di aderire al programma, che è invece una semplice facoltà per i cittadini. Il tutto è gestito via web e il software è fornito gratuitamente dallo Stato. Il consumatore non ha nessun obbligo di conservazione dei documenti fiscali emessi nei suoi confronti, che saranno inviati dall’esercente e accessibili online in ogni momento. Lo scontrino cartaceo è utile al consumatore nel caso di omissione di invio online da parte dell’esercente. Il consumatore può controllare l’onestà dell’esercente o il suo credito via web: mette il numero di scontrino e automaticamente ottiene l’importo delle detrazioni.

Questo meccanismo farebbe aumentare a dismisura la richiesta di scontrini, specialmente quelli di piccolo importo. E’ vero che, così facendo, i cittadini pagano meno imposte, ma aumentano le entrate, e l’evasione si riduce notevolmente o svanisce del tutto. Fermo restando che, poi, non è questo il tipo di evasione più importante in assoluto, rispetto l’evasione di Iva delle grandi imprese o le fatture false. E’ per i grandi evasori che la Guardia di finanza o i funzionari dell’Agenzia delle entrate devono essere impiegati: non certo per appostarsi all’uscita dei bar o delle botteghe artigiane o altro. Infine, come dice Bruno Buratti, generale della Guardia di finanza, nella seconda audizione riservata dalla commissione alle Fiamme Gialle c’è un’evasione di sopravvivenza: infatti, ci sono bravi imprenditori onesti, spinti fuori dal mercato da svariate forme di concorrenza sleale, poste in essere da soggetti coinvolti in frodi fiscali o favoriti da prodotti transfrontalieri: lo Stato dovrebbe intervenire e non limitarsi a far chiudere bottega. Insomma, oltre a quelle prospettate dal grande Lucio Battisti, ci sono anche delle altre Innocenti Evasioni.

 

BLOG di Antonio Tanza

di Antonio Tanza | 4 febbraio 2012

 

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Italia-Programmi.net ci ha scritto di nuovo

Pubblicato su da ustorio

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Italia-Programmi.net ci manda l'ennesima minaccia chiedendo di pagare l'abbonamento ai loro servizi: questa la missiva.

 

Italia-Programmi.net non molla la presa. Per dimostrare all’utenza truffata il fatto che non bisogna pagare alcunché alla Estesa Limited (poiché, già punita dalla legge, non può aver pretese sull’utenza a seguito delle sue azioni truffaldine), abbiamo seguito le tracce del servizio fino a giungere all’iscrizione ed alla sottoscrizione inconsapevole del loro abbonamento per il download. Il meccanismo si è dimostrato una truffa così come evidenziato dall’utenza che nel frattempo ci ha lasciato le sue testimonianze, ed ora siano noi stessi tra i “perseguitati”.

Abbiamo già pubblicato in passato una delle prime missive ricevute e continuiamo ora con questa nuova puntata. La mail seguente è stata ricevuta nelle ore scorse e rappresenta l’ennesima minaccia da parte di una azienda che ha già truffato migliaia di italiani ricavandone milioni di euro. Le iniziative dell’antitrust sono valse ad oggi ben poco ed a quanto pare i meccanismi per l’oscuramento del sito sono più complessi di quanto dimostrato in altri casi in cui i tempi sono stati ben più solleciti.

Mentre pubblichiamo tale mail a scopo informativo (così che ognuno possa rispecchiare le minacce ricevute in quelle che vengono inviate anche al nostro account), centinaia di altri utenti stanno per cadere nella medesima truffa. Si ricorda a tutti di NON PAGARE in nessun caso, di ignorare tali missive e di rivolgersi all’Antitrust ed alle associazioni dei consumatori per ogni ulteriore informazione.

Italia-Programmi.net – Ultimo avviso di pagamento prima dell’esazione da parte del tribunale

Gentile Signor ********** ***********,

purtroppo ad oggi non abbiamo ancora ricevuto il pagamento della nostra fattura del **/**/**** per l’utilizzo della nostra piattaforma di download www.italia-programmi.net (tutte le attivita di utilizzo da parte Sua sono state registrate e dimostrabili e inoltre documentabili per il tribunale).

Al momento della conclusione del contratto Lei ha utilizzato il seguente indirizzo IP: ***.***.***.*** / ***.***.***.*** (Orario di iscrizione: ****-**-** **:**:**)
(Attraverso questi dati puo essere dimostrata senza dubbio la conclusione del contratto).

Dato che la fattura non e ancora stata saldata nemmeno dopo i vari solleciti, saremo costretti a passare la pratica al recupero crediti, che a sua volta si occupera della fattura non ancora saldata e provvedera a rivendicare il credito per vie legali in tribunale.

Con la presente Le riserviamo l’ultima possibilita di provvedere al pagamento della fattura in modo extragiudiziale, se non usufruisce di questa possibilita, dovra prendere in considerazione ulteriori altre spese a Suo carico, come: avvocati, tribunale e recupero crediti non ancora pervenute:

Ammontare non ancora pervenuto: 96,00
Commissioni di sollecito: 14,50
—————————————
Ammontare totale: EUR 110,50

Indicare per favore la seguente causale: *******

Per poter effettuare il bonifico La preghiamo di utilizzare le seguenti coordinate: Beneficiario:

Estesa Ltd.
IBAN: CY30005001400001400154795201
BIC-Code: HEBACY2N
Causale: *******

Ulteriori chiarimenti per fatture e solleciti: Su questo sito internet ha accettato im modo esplicito le nostre condizioni di utilizzo. L’accesso sul suo sito www.italia-programmi.net e’un abbonamento a pagamento. Il pagamento dell’utilizzo del servizio deve essere versato 12 mesi in anticipo, come evidenziato dai nostri termini e condizioni generali.

Con il pagamento si accede al diritto di utilizzo del sito per 12 mesi. Onde evitare che una terza persona si registri con i vostri dati d’accesso, abbiamo messo in atto vari controlli di sicurezza, che saranno prova inconfutabile in caso di controversie.

Abbiamo inoltre inviato alvostro indirizzo E-mail i dati d’accesso con i quali si puo’beneficiare dei nostri servizi attivati da parte nostra con un email di conferma. Al momento della registrazione, avete fornito i seguenti dati:

Nome / Cognome: *********** **********
Via numcivico : ********* * cap
Citta’: ***** **********
Data di nascita: **/**/****
Telefono: ***********
E-Mail: **********@******.com

Per precauzione, al momento della registrazione, vi e’stato trasmesso e salvato L’indirizzo IP. Questo appare come: ***.***.***.*** / ***.***.***.***. In caso di indagini penali e’posssibile risalire dall’indirizzo IP per identificare il computer, per vedere il tempo di applicazioni che e’stato utilizzato, tramite le autorita’ competenti. Poiche’i dati di connessione devono essere conservati almeno 6 mesi in base al diritto attuale, l’indagine penale e’promettente.

Cordiali saluti, Il Team di Italia-Programmi.net http://www.italia-programmi.net

 

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Asteroidi, è il turno di Eros

Pubblicato su da ustorio

Si avvicina a 30 milioni di chilometri dalla Terra. Non ci sarà alcun rischio per il pianeta. Ma l'Europa finanzia uno studio per prevenire pericoli futuri

 

Roma - L'asteroide 433 Eros sta passando "vicino" alla Terra: si tratta ancora di un minimo di 26,7 milioni di chilometri di distanza, 50 volte la distanza media dalla Luna, ma comunque la sua orbita più vicina dopo quella che ha seguito nel 1975.

433 Eros è d'altronde uno degli asteroidi più "vicini" alla Terra: è stato scoperto nel 1898 dagli astronomi Carl Gustav Witt e Auguste Charlois ed è anche il primo asteroide ad essere avvicinato (ed analizzato) da una sonda terrestre, la Shoemaker della NASA nel 2000.

Da ieri è visibile anche con un telescopi amatoriali: dall'Italia 
occorre guardare in direzione della costellazione dell'Idra. Cielo limpido permettendo, maggiori possibilità vi sono il prossimo 3 febbraio quando per l'ottimale configurazione Terra-Sole-Asteroide raggiungeràla sua massima luminosità.

 

Per vederlo ancora più da vicino, d'altronde, vi sono già le foto scattate dalla NASA nel 2000.
Ogni qual volta 
un oggetto si avvicina all'orbita terrestre, d'altronde, si ripropongono i discorsi sulla probabilità che cada andando a distruggere case, città o addirittura la vita così come la conosciamo. Così, secondo alcune indiscrezioni, il ricercatore Alan Harris con un consorzio di scienziati europei starebbe lavorando ad una serie di strategie per deflettere/abbattere/difendersi dalla (remota) possibilità che l'asteroide decida di fare una visita alla Terra, e pare che la Commissione europea abbia investito 4 milioni di euro nel progetto per difendersi da tutti quegli oggetti che transitano l'orbita terrestre (Near-Earth Object): NEOShield.

 

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Arriva l’Agenda Digitale Italiana

Pubblicato su da ustorio

Torna di attualità il tema dell’Agenda Digitale Italiana da tempo richiesta a gran voce da AGCOM, associazioni di categoria e aziende italiane. Sembra che il nuovo Governo sia più sensibile ai temi digitali del nostro Paese e nell’ultimoDecreto Legge Semplificazioni troviamo alcuni accenni su quella che potrebbe essere la strada maestra per la creazione di una vera Agenda Digitale Italiana. Al riguardo, nel DL si fa cenno a 4 specifici obbiettivi. Il primo punto focalizza l’attenzione sullo sviluppo della banda larga e sull’abbattimento deldigital divide italiano.

I dati parlano chiaro, l’Italia nelle TLC è molto indietro rispetto agli altri Paesi Europei e dunque non sorprende che il digital divide possa diventare un importante obbiettivo per una coalizione di Governo.

 Il secondo punto che troviamo nel DL fa riferimento all’open data, un processo che dovrebbe garantire la massima condivisione dei dati pubblici con i cittadini in modo da favorire la trasparenza.

Terzo punto il cloud computing. Il Governo vorrebbe spostare tutti i dati della pubblica amministrazione sulla “nuvola”, cioè su server remoti per rendere più facile la gestione dei dati stessi da parte dei funzionari e dei dipendenti pubblici.

Quarto obbiettivo la creazione di “smart communities“, luoghi virtuali dove i cittadini possono incontrarsi, discutere dei problemi delle istituzioni e proporre soluzioni.

Per realizzare questi obbiettivi, nel DL Semplificazioni si fa riferimento a una sorta di cabina di regia che dovrebbe coordinare l’attuazione di queste misure. La cabina di regia dovrebbe essere composta da un coordinamento tra il Ministero dell’Istruzione, quello dello Sviluppo Economico e quello dellaFunzione Pubblica con la presenza di Regioni, Province, Comuni e altri enti.

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Italia, un'azienda su tre è in difficoltà

Pubblicato su da ustorio

 

Il ministero dell'Economia lancia l'allarme: crescono del 61% le società vicine al fallimento e del 52% quelle che stanno per chiudere.

 

Inevitabilmente, la crisi si riflette nelle dichiarazioni fiscali delle società: sono infatti in aumento le aziende che operano in perdita. E' il Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia che lo comunica, precisando che nell'anno d'imposta 2009, che quindi riguardano le dichiarazioni 2010-2011, le società in rosso erano il 37% contro il 35% dell'anno precedente.

In aggiunta, la quota di società in utile cala di oltre due punti percentuali fino a scendere al 57,9%. Insomma: molti lavorano in perdita anche a causa della crisi economica che stiamo attraversando e che ha visto nel 2009 il suo apice, con la chiusura di numerose aziende di ogni dimensione.

In base alle dichiarazioni Ires e Irap del 2009 e presentate nel 2010/2011, l'anno in questione è stato caratterizzato da una profonda crisi economica, che ha determinato una forte riduzione del PIL reale, il -5,1%, e per l'Ires, l'imposta sul reddito delle società, la pesante recessione spiega il forte incremento delle dichiarazioni presentate da società in situazione di fallimento, secondo il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia. A crescere, in Europa sono soprattutto le PMI.

Nel periodo 2002-2010 le piccole e medie imprese hanno contribuito per l'85% alla creazione netta di posti di lavoro nell'Unione europea. Un dato emerso da uno studio sul contributo di queste aziende alla creazione di occupazione. Nelle PMI il tasso annuo di crescita dell'occupazione è stato dell'1%, mentre nelle grandi imprese è stato solo dello 0,5%, dove ne fa eccezione il settore commerciale, in cui l'occupazione è aumentata nelle PMI dello 0,7% l'anno contro il 2,2% delle grandi imprese, in seguito del forte sviluppo delle grandi imprese commerciali, soprattutto nel settore automotive.

 

 

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AGCOM: nuove regole per l'accesso alle reti di banda larga

Pubblicato su da ustorio

AGCOM vara il regolamento per le modalità di accesso alle infrastrutture delle reti di banda larga da parte degli operatori, suscitando polemiche.

 

L'AGCOM ha varato ufficialmente il regolamento per le modalità di accesso alle infrastrutture per la banda larga di nuova generazione (NGN), sia in relazione alle reti dei collegamenti a lunga distanza che a quelle d'accesso cittadine. Il provvedimento è intitolato "Regolamento in materia di diritti di installazione di reti di comunicazione elettronica per collegamenti dorsali e coubicazione e condivisione di infrastrutture".

Le linee guida dell'autorità presieduta da Corrado Calabrò si basano su cinque principi cardine: la competizione, gli obblighi di accesso simmetrico, il riconoscimento del rischio dell'investimento nello sviluppo di reti NGN nel caso in cui vi sia l'obbligo di accesso da parte di terzi, riconoscimento delle differenze geografiche e incentivi ai casi di co-investimento.

Sebbene il testo finale della delibera non sia ancora stato pubblicato ufficialmente, pare che Telecom Italia non avrà l'obbligo di offrire l'unbunding sulla fibra, ma piuttosto AGCOM avrebbe deciso semplicemente di istituire l'obbligo di servizio end to end, ovvero la possibilità per i gestori di richiedere tratti di fibra ottica spenta e riattivarli in proprio.

All'arrivo delle voci sulle regole AGCOM si sono create parecchie polemiche tra gli operatori, parte dei quali avevano pregato più volte l'Authority di imporre a Telecom Italia un certo numero di vincoli così da poter utilizzare in qualche modo la fibra che proprio Telecom sta costruendo. Favorire dunque gliinvestimenti di Telecom o favorire lo sviluppo dei competitor? Pare che AGCOM abbia scelto una via di mezzo, appunto l'end-to-end, nonché Virtual unbundling e bitstream, le quali richiedono un minor livello di infrastrutture per offrire banda larga agli italiani.

Tra i primi commenti arrivati nelle ore in cui sta giungendo il regolamento definitivo per l'NGN, vi è quello di Marco Fiorentino, vice presidente Aiip (Associazione dei principali provider italiani), che ha sottolineato come «Aspettiamo di leggere la delibera (che sarà pubblicata nei prossimi giorni, ndr) per vedere i dettagli. Già ora però diciamo che ci opporremo in tutte le sedi se l'Agcom intende togliere obblighi bitstream nelle zone in cui ci sono solo concorrenti infrastrutturati. È ammissibile toglierli solo là dove c'è una concorrenza reale tra servizi bitstream». Ha commentato invece il presidente AGCOM Calabrò in tal modo: «Con questa delibera l'Italia si colloca nel gruppo ristretto dei paesi che hanno già completato il quadro regolamentare funzionale allo sviluppo delle reti di nuova generazione: gli operatori alternativi avranno a disposizione la più ampia gamma di servizi all'ingrosso per le reti in fibra, e saranno quindi in grado di offrire alla clientela quei servizi innovativi che la banda ultralarga rende possibili».

Telecom Italia dovrà pertanto valutare ove estendere la propria rete in fibra ottica da 100 Megabitche attualmente si trova solo in 40.000 palazzi di quattro città italiane. Vodafone si è apposta chiaramente a quanto emerso con il regolamento, sottolineando come si andrebbe a compromettere con tale decisione la possibilità di sviluppo delle infrastrutture e della competizione sul mercato.

 

 

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Italia, al 92° posto nell'Indice della libertà economica

Pubblicato su da ustorio

Indice libertà economica: l'Italia scende al 92° posto nella classifica internazionale del WSJ, che vede in testa Hong Kong (Irlanda 1a in Europa).

 

Pubblicato dal Wall Street Journal, in collaborazione con l'Heritage Foundation l'Indice della libertà economica non fa certamente brillare il nostro Paese in positivo. La classifica è ancora una volta guidata da Hong KongSingapore Australia. Perdono terreno Canada, Stati Uniti e Messico.

Nella classifica globale siamo al 92° posto su 179 Paesi, collocati al 36°, se si considerano i 43 Paesi europei. All'interno dell'Unione, il Paese più libero è l'Irlanda con 76,9%, in 9° posizione, mentre il meno libero è la Grecia con il 55,4%, in 119ª posizione.

Risultato: siamo nella parte bassa della classifica, con un peggioramento rispetto al 2011, perdendo 1,5 punti rispetto all'anno scorso, quando eravamo all'87° posizione, e quasi quattro punti rispetto al 2010. Un dato è certo: l'economia globale non è in buone condizioni, e le decisioni dei governi nazionali non fanno che peggiorare la situazione. Sempre secondo l'indagine Heritagage - Wall Street Journal il nostro Bel Paese paga un alto prezzo alla crisi dei debiti sovrani nell'Eurozona in termini di stabilità macroeconomica.

A incidere negativamente sono soprattutto l'aumentare della corruzione percepita e l'incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo le finanze pubbliche, incidendo sullo stock del debito. I punti strutturalmente deboli, più in generale, per la libertà economica nel nostro Paese stanno nella spesa pubblica che è valutata ad appena il 19,4%, 9,2 punti in meno dell'anno scorso, e lalibertà del lavoro, il 43%, oltre alla più grande incertezza del quadro normativo e all'insostenibilepressione fiscale per chi porta avanti un'azienda.

L'Indice della libertà economica è costruito attraverso 10 indicatori sintetici che sulla base dei dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali: consentono di riassumere la libertà economica, attraverso una serie di variabili che misurano l'invadenza dello Stato come per esempio la pressione fiscale e la spesa pubblica, la qualità dell'ordinamento e la certezza del diritto, l'autonomia dei protagonisti economici nel condurre le loro attività nel mercato del lavoro o gli adempimenti necessari ad avviare o condurre attività produttive, la qualità del sistema giudiziario, la corruzione e diversi altri parametri.

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pepsi, e sai cosa bevi!

Pubblicato su da ustorio

Gli azionisti di Pepsi.Co hanno presentato una risoluzione collaborativa con la Securities and Exchange Commission, nel tentativo di costringere l'azienda a interrompere contratti con una società di ricerca che utilizza cellule di bambini abortiti nel suo processo di produzione di esaltatori di sapidità artificiali.

Secondo LifeNews.com, Pepsi ha "ignorato preoccupazioni e critiche da parte di decine di gruppi pro-life e decine di migliaia di pro-life, persone che hanno espresso la loro opposizione alla collaborazione tra Pepsi.Co con l’azienda biotech Senomyx, dopo esser stato provato che nei loro additivi venivano usate cellule fetali da corpi di bimbi abortiti"

Sul suo sito web Senomyx spiega che il suo programma di ricerca del sapore "si focalizza sui progetti dediti alla  scoperta e allo sviluppo di ingredienti dal sapore salato, dolce e salato che hanno lo scopo di consentire la riduzione del MSG, zucchero e sale nei prodotti alimentari e delle bevande. Utilizzando gli studi sui recettori di gusto umani, abbiamo creato sistemi di recezione del gusto che forniscono una lettura biochimica o elettronica quando il sapore di un ingrediente interagisce con il recettore ".


Ma Vinnedge Debi di ‘’ Children of God for Life’’, un gruppo pro-vita che ha focalizzato la sua attenzione sul rapporto della Pepsi con Senomyx, ha sottolineato che ciò che l'azienda non rivela il fatto che si stia utilizzando cellule di rene embrionato HEK293, prelevate da bambini abortiti per produrre tali recettori. Avrebbero potuto facilmente scegliere animali, insetti, o altre cellule umane che producessero la proteina G, utile al funzionamento dei recettori del gusto".

Alla domanda, posta al vice presidente di Senomyx Gwen Rosenberg sull’uso da parte dell’azienda di HEK293, ha assicurato che "non troverete nulla sul nostro sito web riguardo HEK293." A proposito della posizione della società su ricerca sulle cellule staminali, Rosenberg dichiarava con vanto: "Non abbiamo una posizione su nulla. Siamo concentrati sulla ricerca di nuovi sapori per ridurre zuccheri e sali. Il nostro obiettivo è quello di aiutare i consumatori con diabete o problemi di pressione alta ad avere una qualita’ di migliore".

Vinnedge ha ricordato che nel mese di agosto Pepsi firmato accordo quadriennale da 30 milioni di dollari con Senomyx al fine di sviluppare dolcificanti di nuova generazione per l’azienda produttrice di bevande. Il gruppo ‘’pro-life’’ ha contattato entrambe le aziende, chiedendo loro di non utilizzare cellule fetali nel programma, ricordando loro che ci sono altre alternative molto piu’ valide.

Senomyx ha ignorato totalmente la lettera, mentre i funzionari Pepsi hanno risposto con una e-mail da "Relazioni Consumer Pepsi", assicurando tutti coloro che in precedenza li avevano contattati esprimendo preoccupazioni in merito che la società si è "impegnata ad utilizzare solo i più etici metodi in tutti gli aspetti della ricerca. Questa è una cosa che prendiamo molto sul serio, e noi stessi come tutti i nostri partner di ricerca manteniamo gli stessi standard elevati di ricerca, in quanto leaders di livello mondiale".


Per quanto riguarda il suo rapporto con Senomyx, PepsiCo ha spiegato che "si utilizzano tecniche che sono state il considerate un ottimo standard per diversi decenni da università, ospedali, agenzie governative statunitensi, aziende alimentari e delle bevande, e in sostanza tutte le aziende farmaceutiche e biotech nel mondo."

Bradley Mattes, direttore esecutivo dei problemi Life Institute, uno dei gruppi pro-life coinvolti nella campagna, ha chiarito: "Mentre le cellule del feto abortito non sono effettivamente nel prodotto stesso, la stretta relazione tra prodotto e ricerca è sufficiente per respingere la maggior parte dei consumatori. A nostra conoscenza, questa è la prima volta un prodotto alimentare è stato pubblicamente associato con l'aborto".

Spazzando via le preoccupazioni che i bambini abortiti siano stati utilizzati per contribuire a migliorare i loro prodotti, Pepsi ha invece fatto notare che la ricerca potrebbe aiutare l'azienda a creare "ottime bevande a basso contenuto calorico mantenendo grandi proprieta’ di degustazione per i consumatori", così come "ci aiuterà a raggiungere il nostro scopo, cioè l’impegno a ridurre l’aggiunta di zucchero per un ammontare del 25% nelle principali marche nei mercati chiave durante il prossimo decennio e, infine, aiutare le persone a vivere una vita più sana ".

Nella loro risoluzione, gli azionisti PepsiCo hanno chiesto al consiglio di amministrazione dell'azienda di adottare "una politica aziendale che riconosca i diritti umani e dia lavoro a standard etici che non comportino l’utilizzo di resti di esseri umani abortiti, sia per quanto riguarda la ricerca privata, di collaborazione e gli accordi sullo sviluppo."

Vinnedge ha dichiarato che "Gli azionisti hanno il diritto di conoscere la verità su ciò che PepsiCo sta facendo con i loro sudati risparmi. La mancanza di considerazione di PepsiCo per la sensibilità morale del pubblico altro non ha fatto che gettare benzina sul fuoco".

Ironia della sorte, lo codice di condotta della stessa PepsiCo comprende il vanto di "trattare con clienti, fornitori, pubblico e concorrenti in modo etico e appropriata". Ma fa altresì notare Vinnedge: "Non c'è nulla di etico o appropriato nel modo in cui stanno sfruttando i resti di un innocente bambino abortito ".

Oltre a inviare lettere al consiglio di amministrazione della PepsiCo, è stato lanciato un boicottaggio all’azienda Pepsi che è stato affiancato da altri gruppi pro-life, tra cui la American Life League, Colorado diritto alla vita, American Right to Life, e Sound Choice Pharmaceutical Institute. 

Vinnedge raccontato ua storia risalente a 12 anni fa di un ragazzo della Florida di nome Gene che, venuto a conoscenza della connessione tra la PepsiCo e l'utilizzo delle cellule di bambini abortiti,  ha deciso di aderire al boicottaggio della bibita in grande stile. Gene ha spiegato la sua motivazione ad un pro-life pubblico: "Quando ho scoperto questo mi è venuto il voltastomaco. Ho deciso che non avremmo dovuto lasciar accadere tutto questo, così mi venne in mente un modo, chiamato United Schools for Life, per boicottare i prodotti Pepsi. Con questo programma cercheremo di rimuovere tutti i prodotti Pepsi dalle scuole della nostra diocesi ".

Vinnedge ha detto di essere profondamente commosso per l'iniziativa del ragazzo e per il suo coraggio. "Ci auguriamo che la direzione di PepsiCo prenda seriamente in considerazione ciò che questo ragazzo ha fatto", ha detto. "Anche un bambino sa che questo atteggiamento sbagliato. Dio lo benedica nel battersi per i nascituri che non hanno voce propria". 


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fonte originale (inglese)

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