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Silvio Berlusconi, rispondi alla domanda numero 10

Pubblicato su da ustorio

Nella serata di ieri l’Italia ha vissuto un momento probabilmente storico, con l’annuncio da parte di Silvio Berlusconi di aver intenzione di dimettersi una volta approvata la legge di stabilità. Si apre però ora una parentesi altrettanto storica, quella che porta l’attuale fase di incertezza del Governo verso la proposta del maxi-emendamento che verrà discusso e votato nei prossimi giorni. Ed in questo frangente la banda larga avrà un ruolo importante. Non fondamentale, forse, ma sicuramente estremamente significativo.
 L’Unione Europea ha infatti fatto pervenire al Governo italiano una serie di 39 punti sui quali pretende risposte immediate. Su questi 39 punti Silvio Berlusconi dovrà formalizzare le proprie risposte alle autorità europee, facendo così seguito alla richiesta di monitoraggio/certificazione di cui si è discusso nei giorni passati. La lettera inviata a Giulio Tremonti  dal commissario europeo agli Affari Economici, Olli Rehn, esprime un concetto estremamente chiaro al punto 10. Facciamo nostra la domanda del commissario europeo, perché è la medesima domanda che da tempo il mondo online tenta di porre alla politica italiana:Il Governo sta progettando di concentrare la spesa dei fondi europei in educazione, banda larga e ferrovie. In quali aree il governo pensa di ridurre i fondi per compensare gli investimenti? Più nel concreto, aggiungiamo alla domanda del commissario: come intende il Governo investire nella banda larga? Quando si conta di mettere sul piatto e come si pensa di trovare questi fondi?

La domanda numero 10 colpisce nel segno: fino ad oggi la banda larga è stata spesso e volentieri nei programmi di investimento, ma ogni volta la mancanza dei fondi ha impedito che le promesse potessero divenire realtà. La lettera a Tremonti affonda pertanto alla radice la questione: dove sono i soldi?

In questi mesi i tre paesi maggiormente nell’occhio del ciclone in area europea sono stati Italia, Spagna e Grecia. Per tutti e tre (o quasi, ormai) è avvenuto un avvicendamento al Governo e per tutti e tre uno dei problemi comuni è la scarsità di penetrazione del broadband. Sarebbe semplicistico e superficiale ricondurre tutto alla banda larga, ma sarebbe altrettanto fuorviante non considerare questo elemento come termometro, indizio e cartina di tornasole degli errori del passato.

A Silvio Berlusconi, quindi, va ora posta con forza la domanda numero 10. Perché di qui sarà probabilmente possibile capire come si arriverà alla legge di stabilità, alle annunciate dimissioni ed all’inizio della fase successiva della storia e della politica italiana.

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In aumento i casi di mobbing denunciati all'INAIL

Pubblicato su da ustorio

I dati sul mobbing resi noti dall'INAIL mostrano un aumento preoccupante, con conseguente stress da lavoro. Colpiti soprattutto uomini "over 46".

 

Sembrano in aumento nel luogo di lavoro i casi di mobbing, che ormai è diventato a tutti gli effetti una sorta di malattia professionale riconosciuta anche a livello europeo. I dati relativi al conseguente stresspsico-fisico provocato da questa sorta di "maltrattamento" evidenziano una situazione preoccupante, come del resto evidenzia l'INAIL.

Lo stress causato dal comportamento dei colleghi - o dei capi - nel proprio ufficio ha fatto registrare all'Istituto Nazionale per gli Infortuni sul Lavoro4.000 denunce presentate e 500 casi riconosciuti negli ultimi dieci anni. Si tratta di una valutazione importante, che sottolinea la crescita di questo fenomeno che interessa soprattutto persone che riscontrano  malattie psichiche come ildisattamento cronico. Ovviamente lo stress può anche presentarsi sotto altre forme, più gravi o più lievi, ma si identifica sempre come un "disagio" della persona all'interno del proprio ambiente lavorativo.

Un carico di stress eccessivo porta anche a delle ripercussioni negative sull'andamento lavorativo e impedisce l'instaurarsi di rapporti collaborativi proficui con il resto del personale. Nei 500 casi di stress riconosciuto il 64% è stato risarcito con un indennizzo in denaro, al 27% è stata concessa un'inabilità temporanea al lavoro e nel 9% una rendita. Ad essere maggiormente colpiti sono gliuomini tra i 46 e i 55 anni che lavorano nel settore terziario, della Pubblica Amministrazione e dell'industria.

Il fenomeno è sempre maggiormente evidente e riscontrabile e per questa ragione, si rivolge maggiore attenzione al benessere del personale. Quest'accortezza serve ad evitare un disagio serio al lavoratore e a far sì che egli possa affrontare con serenità la giornata lavorativa rendendola maggiormente proficua. Meno stress significherebbe dunque migliori risultati, un dato che senza dubbio sarebbe favorevolmente appoggiato anche dai manager.

Stress e mobbing sono un capitolo strettamente collegato tra loro che trova riscontro nella definizione di violenza psicologica sistematica e duratura perpetrata in ambiente di lavoro. Relativamente a questo problema oggi in Italia si è assunta maggiore consapevolezza, si evidenziano casi che hanno portato alla discussione e questo ha anche spronato le vittime a reagire. Sopportare minacce e attacchi alla persona e alla carriera professionale genera ovviamente stress proprio perché il caso diventa esasperante e conduce al limite della sopportazione. Per questa ragione si denotano poi disturbi dellasalute piuttosto evidenti con il manifestarsi di malattie psicosomatiche, disturbi psicopatologici e comportamentali.

Le azioni mobbizzanti possono apparire "arginabili" tavolta con l'indifferenza ma non sempre è così perché portano a farsi carico di un potenziale di stress che finisce con il manifestarsi di seri problemi di salute.

 

 

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Fotografia dell’e-conomy italiana

Pubblicato su da ustorio

Nuovo Documento di Microsoft Office Word 2 01Negli anni abbiamo avuto l'Italia.it di Stanca e di Rutelli, e poi della Brambilla. Abbiamo avuto le promesse di broadband di Brunetta e le smentite delle manovre finanziarie. Abbiamo avuto chi ha tentato di sollevare le coscienze sul digital divide e chi ha tentato invece di addormentarle dietro iniziative di maquillage che poco hanno potuto per nascondere tutte le magagne della vetusta rete nazionale per la banda larga. Abbiamo avuto leggi che hanno fermato il WiFi ed altre che hanno ripetutamente remato contro la diffusione della Rete. Ora, mentre l'ennesimo Governo sta probabilmente per lasciare spazio al prossimo, una fotografia proveniente dal McKinsey Global Institute ci mostra quanto l'Italia non abbia fatto per stimolare l'economia partendo proprio dall'E-conomia, ossia da quel che la tecnologia e l'innovazione sono in grado di fare per far lievitare il PIL. In un momento nel quale le Borse di tutto il mondo ci bocciano, questa immagine è esplicativa al di là di quelle che sono ascisse e ordinate dello schema: semplicemente, l'Italia è in fondo e chi ci sta dietro sta correndo molto più di noi. A noi mancano le infrastrutture, manca la cultura, manca la volontà. Rimane solo la speranza, ma serve una classe politica che la sappia ancora cullare, assecondare e soddisfare.


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2012, addio ai CD

Pubblicato su da ustorio

I CD moriranno entro la fine del 2012. Le etichette discografiche opteranno per un rilascio dei contenuti musicali esclusivamente tramite via digitale.



Le etichette discografiche hanno deciso di abbandonare definitivamente la produzione dei CD entro la fine del 2012 e optare per un rilascio dei contenuti solo tramite servizi digitali quali ad esempio iTunes. Gli unici CD prodotti resteranno quelli in edizione limitata, poiché offrono degli extra di interesse per i consumatori, che tuttavia – come accade già oggi – non saranno disponibili per ogni artista.
CD stanno dunque per morire, lentamente, uccisi da quella distribuzione digitale che i consumatori sembrano prediligere in un’epoca moderna ove non solo più i PC, ma anche gli smartphone, i tablet e altri dispositivi consentono facilmente di riprodurre la musica preferita senza dover avere un supporto fisico sempre a portata di mano. La notizia non arriva comunque a sorpresa, anzi: l’ipotesi era nell’aria già da diverso tempo, e per un certo verso appare anche sensata dato che produrre un CD ha un costo fisso che dev’essere sostenuto anche quando il supporto non viene venduto.

Sebbene le grandi etichette non abbiano ancora confermato, l’ipotesi appare avvalorata da una molteplicità di indizi: la rivoluzione della musica iniziata con gli MP3, i music store e gli iPod sta per giungere al culmine della propria maturazione, dando vita ad un avvicendamento semi-definitivo che cambierà in modo radicale i fondamenti su cui il mercato si è sorretto fin dai primi dischi, passando per l’epoca del vinile e terminando nell’era del Compact Disk.

Abbandonando tale formato, un’etichetta discografica potrà risparmiare denaro e anche tempo: non vi sarà più bisogno di occupare risorse per garantirne la distribuzione e la commercializzazione, nonché la manutenzione nei magazzini. Certo, ciò delineerà nel lungo termine la fine di molti piccoli negozi di musica, che fondano il loro business solamente sulla vendita dei CD. Amazon al contrario potrebbe beneficiare della situazione poiché è probabilmente destinato a diventare uno degli ultimi distributori residui di CD, con la possibilità di accontentare chi faticherà a staccarsi dalle vecchie abitudini.



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2013, rivoluzione delle telecomunicazioni

Pubblicato su da ustorio

Dal 2013 scatterà una piccola grande rivoluzione per quanto riguarda il mercato della telefonia. L’AGCOM infatti, ha approvato una delibera in cui si stabilisce che entro il primo gennaio 2013 l’unica modalità valida per l’interconnessione tra gli operatori sarà quella tramite IP. Verrà dunque mandata in pensione la vecchia tecnologia TDM, su cui sono state basate le reti telefoniche negli ultimi decenni. Si tratta del primo passaggio della strategia Agcom verso la migrazione dell’architettura di interconnessione all-IP.

Questa rivoluzione permetterà di migrare finalmente con velocità verso architetture di nuova generazione, standardizzate in ambito internazionale e basate appunto sulla rete IP.

Grazie a questa rivoluzione, anche gli operatori Voip, compresi i più piccoli, potranno avere più spazio conquistando maggiori fette di mercato e offrire servizi di maggiore qualità a prezzi più concorrenziali.

Il secondo passaggio che riguarda la futura implementazione delle reti di nuova generazione, le così dette NGN, sarà la regolamentazione, nell’ambito del trasporto metropolitano utilizzato per servizi bitstream, dalla tecnologia Atm alla tecnologia Ethernet, oltre che dal rame alla fibra nell’ultimo miglio.

Questi i nodi principali della delibera che vi invitiamo a leggere.

·         passaggio all’interconnessione all-IP come unica modalità a partire dal 1° gennaio 2013;

·         utilizzo di specifiche di interconnessione ETSI/ITU service aware, che consentono la fornitura di servizi a qualità garantita;

·         sostanziale riduzione del numero dei bacini di raccolta/terminazione (aree gateway) per l’interconnessione alla rete di Telecom Italia, i quali passano dagli attuali 660 circa a 16 ;

·         coincidenza tra i nodi di interconnessione IP con gli attuali nodi bitstream con sostanziale vantaggio per gli operatori in termini di efficienza;

·         nessuna conseguenza, con il passaggio all’interconnessione IP, per le attuali regole in materia di portabilità del numero (NP), Piano di Numerazione e prestazioni di giustizia;

·         definizione, entro 3 mesi dall’adozione del provvedimento, delle specifiche di dettaglio da parte degli operatori e avvio della migrazione dalla tecnologia TDM all’interconnessione IP.

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La banda larga corre (?) sul maxi-emendamento

Pubblicato su da ustorio

Silvio Berlusconi si presenterà al Parlamento ed al G20 con un maxi-emendamento che propone anche investimenti per la banda larga. Ignoti i dettagli.


La banda è larga, l’emendamento è “maxi”, ma i margini per una approvazione vera e definitiva di un vero progetto per la rete di nuova generazione in Italia rimangono ancora una volta ridotti all’osso. Con quello che sembra essere un tentativo in extremis, infatti, il Governo si appresta a portare in Parlamento un provvedimento che si auspica possa risollevare le sorti del paese, ritrovandosi però con il pallottoliere in mano per contare la consistenza della maggioranza in un momento tanto delicato.

Cosa ci sia esattamente nel testo discusso nella serata di ieri ancora non è dato sapersi. Secondo quanto trapelato, però, un progetto nazionale per la banda larga figura tra i provvedimenti che il premier Berlusconi si appresta a presentare tanto al Governo, quanto al G20 che si terrà nelle prossime ore. L’Italia deve infatti dimostrare quanto prima di essere in grado di invertire la rotta, ridurre il debito ed investire in quelle infrastrutture in grado di fare da volano all’economia nazionale.



La banda larga, uscita più volte dalla porta principale, rientra così da una entrata secondaria per salvare il salvabile. Ma la situazione non è delle migliori. Secondo quanto indicato da Repubblica.it, l’intervento proposto sarebbe finalizzato «ad assicurare l’azzeramento del digital divide, l’individuazione delle modalità di realizzazione degli interventi nelle aree per le quali gli operatori di telecomunicazione non prevedono di assicurare la copertura con le reti di nuova generazione», nonché a provvedere alla definizione delle modalità di coinvolgimento degli operatori privati e della cassa depositi e prestiti. Perché questo è lo snodo fondamentale: chi mette a disposizione il denaro per realizzare l’opera?

La banda larga torna quindi tra i progetti del Governo nel momento stesso in cui il Governo è tirato per la giacchetta da più parti. La banda larga torna tra le promesse nel momento in cui i frondisti chiedono attenzione, i sindacati chiedono le dimissioni del premier e le opposizioni chiedono al Presidente della Repubblica decisioni di emergenza.

La banda larga rischia pertanto di cadere per l’ennesima volta sull’arrivo, usata come un vessillo colorato da sbandierare all’occorrenza e poi scartata in extremis in virtù di urgenze, emergenze e diverse opportunità. Rimane tuttavia una nuova – forse l’ultima – occasione per avviare i cantieri di un’opera ormai del tutto fondamentale. Le prossime ore saranno in tal senso decisive.





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Pensioni: in arrivo una class action, e le baby pensioni?

Pubblicato su da ustorio

In 18 anni, le pensioni hanno perso il 49,3% del loro potere d'acquisto. E il Codacons fa causa allo Stato. Intanto i baby pensionati...

 

Il Codacons, l'associazione di difesa dei consumatori e dell'ambiente, ha fatto partire una mega class action in favore dei pensionati e del potere d'acquisto delle loro pensioni, che in 18 anni è sceso del 49,3%. Come del resto è successo a gran parte dei lavoratori dipendenti di quasi tutti i livelli

In una nota, il Codacons ha spiegato che questa azione legale collettiva punta a chiedere al governo "per tutti gli anziani pensionati, agevolazioni fiscali, sconti, servizi sociali e farmaci gratis". Per aderire all'azione, proposta in base al Decreto Legislativo 198/2009, occorre collegarsi al sito www.codacons.it e seguire le istruzioni contenute.

I dati sono emblematici: i pensionati sono 16,8 milioni, di cui circa la metà percepisce un assegno che circa di 500 Euro al mese mentre una grande percentuale - circa 4 su 5 - non arriva alla fatidica soglia dei 1.000 Euro. L'obiettivo dell'associazione è quello di spingere il Governo a prendere provvedimenti in merito attraverso misure che possano migliorare questa situazione che rende la vita difficile a molti anziani.

Sulla materia è intervenuto anche il leader legista Umberto Bossi, che ha avanzato l'ipotesi di istituire delle "gabbie previdenziali, per poter ottenere in proporzione a quanto si paga". Proprio il delicato tema delle pensioni ha spinto in piazza i sindacati, che nei giorni scorsi hanno lanciato slogan di protesta e hanno sottolineato che per far crescere le pensioni occorre prima far crescere il lavoro.

"Le pensioni italiane sono tra le più basse d'Europa e sono quelle sottoposte alla maggiore pressione fiscale. Senza cotnare che , dall'altro il costo della vita aumenta e con l'avvento dell'Euro il potere d'acquisto si è quasi dimezzato provocando danni enormi" ha detto il presidente Codacons, Carlo Rienzi".

Il "malfunzionamento" del sistema pensionistico, comunque, è causato anche dal fatto che - per esempio - ci siano 531.752 baby pensionati, che costano allo Stato 9,45 miliardi di Euro ogni anno. "In pratica - ha calcolato Confartigianato - è come se ciascuno dei 24.658.000 lavoratori italiani pagasse per questo una tassa di 6.630 euro".

In pratica si tratta di pensioni di vecchiata di anzianità concesse in maniera legale ma molto criticabile a lavoratori pubblici e privati andati in pensione con meno di 50 anni di età. In alcuni casi, questi super fortunati - o privilegiati - si sono ritirati dopo appena 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio cosa che rappresenta un duplice danno: minori entrate previdenziali per lo Stato e maggiori uscite per le pensioni.

Il 78,6% di queste baby pensioni è erogato dall'Inpdap, l'ente di previdenza del pubblico impiego,che registra 424.802 pensioanti (il 56,5% di sesso femminile) a persone con meno di 50 anni di età. Il restante 21,4% (106.960 unità) riguarda pensionati Inps che si sono ritirati prima del mezzo secolo di vita. Ma quello che salta all'occhio - e che incide particolarmente sulle finanze di tutti i cittadini - è che l'aspettativa di vita media di ciascun baby pensionato permette loro di ricevere un assegno mensile per la bellezza di 40,7 anni.

 

 

 

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Matteo Renzi, 100 proposte, un PDF ed una presa in giro.

Pubblicato su da ustorio

Basta visualizzare le proprietà del file contenente le 100 proposte di Matteo Renzi per capire chi ne è l'autore: Giorgio Gori, ex-direttore di Canale 5.


L’evento della Leopolda dei giorni passati ha fatto discutere la politica italiana per il ruolo di Matteo Renzi, per l’opportunità della “rottamazione” e per gli scontri veri o presunti con il leader del PD Bersani. Ma c’è un retroscena che rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco, ed è una questione che nasce da un mero cavillo tecnologico.

Le proposte scaturite dal team di Renzi, infatti, sono state prodotte su un 
file PDF distribuito in seguito per rendere chiaro quale possa essere la struttura della proposta portata avanti. Ancora una volta, come molte volte è già successo in passato, basta però un pizzico di curiosità per scoprire cosa possa celarsi dietro un documento digitale. E così è stato anche questa volta nel momento in cui la redazione di Termometro Politico si è posto la domanda “chi ha redatto il documento?”.



Non è difficile trovare una risposta a questo tipo di domanda: è sufficiente aprire il file, visualizzarne le proprietà tramite apposita funzione da menu e la verità è svelata. L’autore risulta essere Giorgio Gori, nonché l’ex-direttore di Canale 5 e Italia 1. Il che, per un evento che voleva essere una piccola rivolta interna al Partito Democratico, si trasforma in un automatico ed evidente autogol.

 

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Non che la collaborazione con Gori sia nascosta: è lui stesso a pronunciarsi in favore di una nuova iniziativa politica, ed è lui stesso a far cadere pertanto il segreto. Ma il PDF ha detto qualcosa di più circa il ruolo di Gori nell’evento della Leopolda.

Se dunque in quella giornata sono stati in molti a parlare, c’è anche qualcuno che ha parlato poco pur dicendo molto: è la tecnologia, ancora una volta utile a far chiarezza ed a rendere più trasparenti le dinamiche proprie di chi vi ci si rapporta. La stessa tecnologia invocata con il coinvolgimento dell’utenza tramite Twitter, la stessa tecnologia sfruttata su Facebook per il passaparola dell’evento. Matteo Renzi, da parte sua, smonta il caso: «Immagino perché fosse suo il computer su cui hanno scritto il file con la sintesi della tre giorni». Ma son parole che ormai cadono nel vuoto: la frittata è fatta, il PDF è pubblico, l’autorete è in archivio.




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cattivi pagatori, italiani primi in classifica.

Pubblicato su da ustorio

Le imprese italiane concedono dilazioni maggiori e registrano tempi di pagamento più lunghi rispetto all'Europa e al mondo. Il Barometro Atradius.

 

In Italia i tempi di pagamento fra imprese sono decisamente più lunghi che nel resto d'Europa. Le aziende concedono dilazioni più lunghe, e comunque resta un 10% di fatture scadute che vengono pagate oltre i 90 giorni. La propensione a concedere credito non ne viene particolarmente intaccata, ma anche qui il dato è inferiore a quello della media europea. Sono i prinicpali risultati della rilevazione semestrale di Atradius, il Barometro sui comportamenti di pagamento, edizione autunno 2011.

L'indagine non viene condotta solo in Italia, il campione è di quasi 5.400 imprese di 27 Paesi(Australia, Austria, Belgio, Canada, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Hong Kong, Indonesia, Irlanda, Italia, Messico, Olanda, Polonia, Repubblica Ceca, Singapore, Slovacchia, Spagna, Svezia, Svizzera, Taiwan, Ungheria e Stati Uniti).

In Italia la dilazione media di pagamento è pari a55 giorni dalla data della fattura, contro una media europea pari a 36 giorni e una media internazionale (relativa cioè a tutti i paesi dell'indagine) di 34 giorni. In Europa, tempi più lunghi si registrano in Spagna, 70 giorni, e in Grecia, 71 giorni.

Le dilazioni più lunghe riguardano le grandi imprese e, per quanto riguarda i settori, i servizi finanziari.

Anche le effettive tempistiche di pagamento sono fra le più lunghe del mondo, con una media di 51 giorni. Le fatture pagate oltre la scadenza sono il 36% sui clienti domestici e il 34% su quelli stranieri. Il 10% delle fatture viene pagato oltre i 90 giorni, contro il 6% della media dell'indagine.

Questo si traduce in molti casi in una sostanziale inesigibilità dei crediti, che riguarda il 5% del valore totale delle transazioni fra imprese (rispetto a una media del 3%). L'unico paese con una percentuale maggiore di crediti inesigibili è la Grecia, 6%.

Il fattore che maggiormente determina i ritardi nei pagamenti è l'insufficiente disponibilità dei fondi, opzione indicata dal 71% delle aziende italiane intervistate. Il motivo fondamentale che spinge a concedere le dilazioni è invece la necessità di fidelizzare il cliente.

Tutto questo non impatta in modo eccessivamente negativo sull'effettiva pratica di utilizzare il credito commerciale nelle transazioni fra imprese. In Italia il 59% delle vendite b2b è realizzata a credito, dato di poco inferiore al 63% dell'Europa è superiore al 57% del campione internazionale.

Un effetto molto visibile della situazione è invece rappresentato dal fatto che molte imprese italiane offrono sconti per il pagamento anticipato delle fatture: il 60%, contro il 37% di media europea e il 40% mondiale. Ad usufruire di questa opportunità è il 23% dei clienti, e qui si torna in linea con il 21% dell'Europa e il 26% della media generale.

I principali strumenti di mitigazione del rischio utilizzati in Italia sono i solleciti di pagamento, il monitoraggio del rischio cliente e la verifica del merito di credito del cliente.

 

 

 

 

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Finanza, in difesa delle agenzie di rating

Pubblicato su da ustorio

 

La politica sbaglia a prendersela con mercati e agenzie di rating. Ci vuole una riforma delle regole. L'analisi dell'economista Andrea Resti.

 

La finanza è al centro di una crisi scoppiata nel 2008 con il fallimento di Lehman Brothers e che prosegue ancora oggi toccando il debito sovrano degli Stati. E le critiche al mondo della finanza, sui media, fra i politici, nell'opinione pubblica, persino nei film, da qualche anno sono all'ordine del giorno.

 

Fra le istituzioni finanziarie nel mirino, le agenzie di rating. Ma fra tanti critici, c'è anche qualcuno che le agenzie di rating le difende. Andrea Resti, professore associato del Dipartimento di finanza della Bocconi, non solo spezza una lancia in difesa delle agenzie, ma anzi critica la politica, che sembra molto più impegnata a prendersela con i mercati che non a cercare soluzioni efficaci alla crisi. Secondo l'economista, una buona idea sarebbe quella di cambiare le regole relative ai giudizi delle agenzie.

In passato, spiega Resti in un intervento sul quotidiano della Bocconi, le normative «hanno assegnato ai rating una sorta di valore legale, consentendo ad esempio risparmi patrimoniali alle banche che acquistavano bond provvisti di tripla A». Queste norme «andrebbero alleggerite, riportando i rating al loro ruolo originario: un’opinione emessa da un operatore specializzato».

Il problema è che per compiere un simile passo bisognerebbe trovare «un sistema migliore per misurare il rischio. Che per ora non si vede».

Quello che invece si vede continuamente sono «le accuse dei politici e dei grand commis di Stato alle agenzie di rating, cui spetta l’ingrato compito di segnalare per tempo l’inasprimento dei rischi per i risparmiatori», mentre invece «proprio la politica, mostrandosi indecisa nell’arginare la tempesta dei mercati, ha contribuito all’aggravarsi dei timori degli investitori».

Le polemiche sono da mesi al centro del dibattito su entrambe le sponde dell'Atlantico. Negli Usa il presidente Barack Obama l'estate scorsa ha frontalmente attaccato S&P che, con una decisione senza precedenti, ha tolto la tripla A agli Stati Uniti d'America. In Europa Moody's, che fra l'altro ha da poco declassato il debito italiano di ben tre gradini (seguendo una revisione al ribasso di S&P), ha provocato la reazione critica del presidente della commissione europea (il portoghese Josè Manuel Barroso), quando ha rivisto al ribasso il rating del Portogallo.

Resti fa notare come la politica ultimamente non abbia certo brillato davanti alla crisi: «Da una parte il mediocre compromesso raggiunto alla tredicesima ora dal parlamento statunitense per scongiurare, in agosto, il rischio di insolvenza sui bond del Tesoro; dall’altra le difficoltà dei governi dell’area euro nel costruire un argine alla crisi del debito sovrano». Insomma, «di fronte a rinvii e balbettii sintomatici di una limitata e tardiva capacità di intervento, sarebbe stato difficile per i custodi del rating restarsene inerti» a maggior ragione «dopo che, nel 2008, furono accusati di non aver segnalato per tempo ai mercati il progressivo aggravarsi della crisi finanziaria».

In effetti, nel 2008 le agenzie non si limitarono a non prevedere la crisi, ma con un errore che probabilmente sarà difficile da dimenticare promuovevano quasi a pieni voti quella Lehman Brothers che, crollando, si trascinò dietro la finanza di mezzo mondo.

Comunque, l'economista ritiene che ci siano due misure allo studio, in Europa, poco condivisibili. La prima «è quella di imporre alle agenzie di non diffondere indicazioni» sui paesi «oggetto di piani di salvataggio». Qui la critica è feroce: idea «inquietante», perchè vieta un'opinione, e «potenzialmente controproducente», perchè toglie uno strumento informativo al mercato che «di fronte a un simile black out» è «improbabile» che reagisca «con compostezza, accontentandosi dei comunicati stampa di qualche vertice europeo che assicurano che tutto è (per ora…) sotto controllo».

La seconda proposta è quella di creare un'agenzia di rating europea, la quale secondo Resti «non convince» perchè «il declassamento del debito Usa dimostra che le agenzie non hanno timori reverenziali verso il paese dove hanno sede legale» mentre «un’agenzia finanziata (e controllata) dal settore pubblico potrebbe peccare di benevolenza verso il proprio azionista».

La conclusione è che «la riforma più urgente non riguarda le agenzie, ma la regolamentazione». E il tema centrale, si potrebbe aggiungere anche sulla base di quanto esposto dall'economista, è quello della misurazione, e della gestione, del rischio.

 

 

 

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