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Picco di Hubbert

Pubblicato su da ronin

La teoria del picco di Hubbert (detta anche più brevemente picco di Hubbert) è una teoria scientifica (o modello) proposta, nella sua formulazione iniziale, nel 1956 dal geofisicoamericano Marion King Hubbert, riguardante l'evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi risorsa minerale o fonte fossile esauribile o fisicamente limitata. In particolare, l'applicazione della teoria ai tassi di produzione petrolifera risulta oggi densa di importanti conseguenze dal punto di vista geopolitico, economico e ingegneristico.

La teoria 

La teoria si propone di prevedere, a partire dai dati relativi alla "storia estrattiva" di un giacimento minerario, la data di produzione massima della risorsa estratta nel giacimento, così come per un insieme di giacimenti o una intera regione. Il punto di produzione massima, oltre il quale la produzione può soltanto diminuire, viene detto picco di Hubbert.

Alla base di questa teoria, vi è la descrizione del consumo della risorsa (ad esempio il petrolio) come una funzione continua (in costante crescita nell'età industriale) che, per il teorema di Weierstrass, possiede massimo e minimo assoluti. L'analisi delle serie storiche consente di posizionare questa funzione e calcolarne il valore massimo, nonché il momento oltre il quale tale curva non può che essere decrescente.

È da notare tuttavia che l'analisi considera solo la variabile quantitativa, e non di prezzo. In altre parole, la quantità prodotta è la sola variabile indipendente, e il prezzo di mercato dipende dalla quantità domandata e offerta. Questo approccio trascura cioè il fatto che il prezzo stesso condiziona la quantità offerta, rendendo conveniente l'estrazione e la raffinazione di nuovi giacimenti, seppure meno "convenienti" o con costi maggiori. Quando il prezzo di mercato supera il costo pieno industriale di una nuova tecnologia di estrazione o raffinazione, l'adozione di questa diviene economicamente conveniente e può generare un nuovo aumento della produzione, o anche un nuovo picco relativo.

Dopo il picco, in ogni caso (o meglio dopo il picco "principale"), sebbene la variabile di prezzo e tecnologica possano quindi creare delle discontinuità e dei salti nella produzione petrolifera, secondo tale teoria comunque la produzione non può che diminuire. Infatti, sebbene sotto l'ipotesi di una domanda crescente di petrolio non supportata dall'offerta i prezzi, salendo, possano portare (quando oltre un determinato valore critico), alla scoperta o allo sfruttamento di nuovi giacimenti, tali risorse sarebbero comunque meno convenienti, meno importanti o meno disponibili di quelle già sfruttate.

In particolare, la storia di produzione della risorsa nel tempo segue dunque una particolare curva a campana, detta appunto curva di Hubbert, che presenta in una fase iniziale una lenta crescita della produzione, che man mano aumenta fino ad un punto di flesso e quindi al picco per poi cominciare un declino dapprima lento, e quindi sempre più rapido.

In una prima fase, la teoria fu proposta da Hubbert come modello puramente empirico basato esclusivamente sull'osservazione di dati estrattivi storici e dei fattori economici che possono intervenire in una economia di mercato quando ci si trova a che fare con una risorsa fisicamente limitata (come ad esempio il petrolio) e solo in seguito vi fu affiancata una trattazione matematica.

Possono essere distinte così almeno quattro macrofasi all'interno della storia estrattiva di un giacimento

1.    espansione rapida - Inizialmente, dopo la prima fase di esplorazione, la risorsa è abbondante e bastano modesti investimenti per estrarla. In questa fase, la crescita della produzione è esponenziale.

2.    inizio dell’esaurimento - Le riserve "facili", ovvero quelle meno costose, sono quelle estratte per prime. Con l'esaurimento di queste, comincia a essere necessario sfruttare risorse più difficili e ciò richiede investimenti sempre maggiori. La produzione continua a crescere, ma non più esponenzialmente come nella prima fase.

3.    picco e declino - A un certo punto, il graduale esaurimento rende talmente elevati gli investimenti necessari che questi non sono più sostenibili. La produzione raggiunge un massimo (il picco di Hubbert) e poi comincia a declinare.

4.    declino finale - In questa fase non si fanno più investimenti significativi. La produzione continua, ma il declino procede fino a che non diventa talmente ridotta da cessare completamente.

Queste caratteristiche "empiriche" possono essere estese a diversi insiemi di giacimenti ed essere simulate con diversi modelli matematici: empirici, stocastici oppure basati sulla dinamica dei sistemi. Si ottengono comunque sempre curve a campana, anche se non necessariamente simmetriche.

Dopo la formulazione iniziale della teoria, molti lavori successivi sono stati effettuati per "raffinare" ulteriormente la parte matematica dei modelli nonché per estendere il campo di validità della teoria. Da menzionare sono, in questo ambito, i lavori di Colin Campbell e Jean Laherrère.

 

Applicazioni 

Hubbert basò inizialmente la sua teoria sull'osservazione dei dati storici della produzione di carbone inPennsylvania, giungendo solo in seguito ad una trattazione matematica generalizzata applicabile anche ad altri casi.
Estrapolando la sua teoria al futuro della produzione di
 petrolio degli stati continentali americani, Hubbert fece la previsione (nel 1956) che agli inizi degli anni '70, gli USA avrebbero raggiunto il loro "picco di produzione" petrolifera.

Le conclusioni di Hubbert furono inizialmente guardate con sufficienza dagli ambienti scientifici ed economici, situazione che cambiò radicalmente nei primi anni settanta, quando, effettivamente, i 48 stati continentali USA raggiunsero il loro picco di produzione. La concomitanza di questi eventi con lecrisi petrolifere del 1973 e del 1979 fece di Hubbert forse il geofisico più famoso del mondo.

Negli ultimi anni diversi studiosi in tutto il mondo (tra cui Colin Campbell, Jean Laherrère ed altri) hanno ripreso le sue teorie cercando di estrapolare e formalizzare meglio i suoi risultati al fine di prevedere il picco di Hubbert della produzione mondiale di petrolio e gas naturale.
Sebbene tali analisi risultino molto più complicate a causa della grande incertezza sulle riserve petrolifere di molti stati (in particolare
 mediorientali), la maggior parte delle analisi fa cadere il "picco di Hubbert mondiale" all'incirca nel secondo decennio del XXI secolo o, più precisamente, tra il 2006 e, al più tardi, il 2020, anche in previsioni di eventuali crisi economiche che potrebbero temporaneamente ridurre la richiesta di petrolio.

Altri studi collegati, che tengono in conto anche lo sviluppo di fonti petrolifere "non convenzionali", quali le sabbie bituminose, gli scisti bituminosi, e i gas liquefatti (detti anche NGL) non giungono comunque a spostare di molto in avanti queste date.

Sono collegati anche altri studi, portati avanti parallelamente dal Club di Roma con il suo famoso Rapporto sui limiti dello sviluppo del 1972, che giungono essenzialmente alle stesse conclusioni della teoria del Picco di Hubbert.

 

Effetti del Picco 

La grande crescita economica e prosperità del XX secolo sono state dovute in gran parte all'utilizzo di una risorsa energetica, come il petrolio, estremamente efficiente, versatile e a basso costo. Il petrolio rappresenta oggi quasi il 40% dell'energia primaria generata e circa il 90% dell’energia usata nei trasporti; importanti sono anche le sue applicazioni nell'industria chimica, in particolare quella dei fertilizzanti per l'agricoltura, nonché plastiche, colle, vernici, lubrificanti, detersivi.
Eventuali sostituti del petrolio comportano in ogni caso diversi problemi di ordine tecnologico o politico e comunque non riescono a "coprire" totalmente tutti i settori di utilizzo attuali.

 

Risvolti tecnologici 

Il fatto di prevedere, per il futuro a breve, un'epoca in cui il petrolio diverrà sempre meno disponibile ed economico, impone di ricercare sostituti adeguati per i principali campi di applicazione del petrolio (produzione di energia elettrica, mezzi di trasporto, industria chimica). Ciò potrebbe provocare grossi problemi (e costi) connessi alla produzione agricola, ove regnano la meccanizzazione ed il trasporto delle derrate anche in altre nazioni, la riconversione di apparati industriali, gli impianti di generazione elettrica, e anche al cambiamento di abitudini individuali e collettive.

Finché il petrolio era una merce abbondante e ad un costo relativamente basso, erano messe da parte soluzioni di produzione e consumo energetico, tecnicamente fattibili, ma economicamente non convenienti. I loro costi divengono confrontabili con quelli della situazione petrolifera che segue il picco di Hubbert.

Un primo effetto del picco di Hubbert è quello di rendere conveniente l'estrazione di petrolio alle più alte profondità e di un greggio di minore qualità, che presenta maggiori costi di raffinazione. L'aumento dei prezzi rende economicamente fattibile lo sfruttamento di giacimenti dei quali era nota l'esistenza, così come l'investimento in nuove tecnologie di ricerca, estrazione e raffinazione dei giacimenti petroliferi.

Il rincaro delle fonti petrolifere rende inoltre economicamente convenienti lo sviluppo di motori a bassi consumi ed emissioni, e l'adozione di forme alternative di produzione energetica, ad esempio da fonti rinnovabili, con l'investimento in tecnologie per la razionalizzazione dei costi associati.

La riconversione degli impianti di generazione elettrica in particolare potrebbe tanto portare all'adozione di politiche più "sostenibili", con l'utilizzo di fonti rinnovabili (ad esempio solare, eolico, idroelettrico, ecc.), quanto alla scelta di sostituti con un maggior impatto ambientale(quali potrebbero essere il carbone o il nucleare).

Grosse ripercussioni potrebbero aversi anche nel settore dei trasporti basati sul petrolio (auto, aerei, navi, ecc.), in cui, se non si trovano soluzioni alternative "efficienti", tutto il settore potrebbe anche essere scosso da una crisi globale.

 

Implicazioni politiche 

Il raggiungimento a breve del picco di Hubbert potrebbe portare a cambiamenti geopolitici oggi difficilmente prevedibili.

In particolare è da notare che l'area del pianeta che dovrebbe raggiungere più tardi il "picco" è (come unanimemente riconosciuto) l'area mediorientale. Il mondo si troverà dunque (almeno in una prima fase) ad essere sempre più dipendente da quest'area, oggi politicamente instabile.
In seguito, l'utilizzo di nuove risorse, potrebbe portare "alla ribalta" altre aree del pianeta oppure anche essere causa di guerre o instabilità politiche.

Consapevoli del fatto che prima poi il petrolio finirà, alcuni Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, provvedono ad esempio a investire gli utili derivanti dalla vendita del petrolio, in attività durature che possano garantire uno sviluppo economico del territorio, anche dopo la sua cessazione.

 

Teorie derivate 

Sulla base degli studi intorno al Picco di Hubbert per la risorsa petrolifera sono sorte diverse teorie scientifiche e, principalmente, economiche e politiche, alcune delle quali anche di stampo più o meno "catastrofista".
Vogliamo qui solo menzionare, tra le più importanti, la
 teoria di Olduvai proposta da Richard Duncan, che lega l'esistenza stessa della civiltà industriale all'inclinazione "crescente" della curva di Hubbert, giungendo dunque a prevedere la fine di tale tipo di civiltà in un'epoca di curva di Hubbert "decrescente". Questo ovviamente postulando che la produzione energetica mondiale continui a basarsi prevalentemente sull'utilizzo del petrolio e di fonti fossili.


Recentemente è stata sviluppata a contorno una teoria che modellizza gli effetti del declino produttivo petrolifero dal punto di vista dei pesi produttori e da quello dei consumatori, denominato
 Export Land Model. Tale modello prevede che, a causa dell'incremento di domanda interna petrolifera dei paesi produttori, congiuntamente al declino produttivo dei giacimenti, i paesi importatori dovranno fronteggiare un tasso di declino di offerta più che raddoppiato rispetto al declino naturale. Il limite di tale teoria è che esula da studi economici che riflettano eventuali retroazioni sulle economie dei paesi produttori dell'innesco di crisi economiche dei paesi importatori, innescate dalla carenza di offerta petrolifera.

 

Critiche alla teoria 

Alcuni economisti sono critici nei confronti delle teorie collegate al picco del petrolio poiché considerano il bene energia come lo è il petrolio come bene sostituibile da un bene non energetico ma che la tecnologia eleva alla classe di bene energetico in caso di crisi mondiale dell'energia [1].

In pratica si immagina che in caso di crisi e di prezzi elevati del greggio possano arrivare "naturalmente" una o più scoperte o un generale affinamento della tecnologia che riesca ad utilizzare meglio o sostituire il bene petrolio e ne faccia calare il prezzo. Per questo motivo economisti come Michael Lynch del MIT, Carlo Stagnaro dell'Istituto Bruno Leoni e molti altri avversano le teorie probabilistiche del peak oil poiché non si contemplano nuovi metodi per produrre energia.

Si fa notare inoltre come la domanda petrolifera sia sostanzialmente anelastica ai prezzi, ovvero che il petrolio sia un bene primario, del quale non si può fare a meno; se a un certo punto gli investimenti necessari all'estrazione divengono proibitivi, la produzione non cesserà perché incontrerà una domanda comunque disposta a remunerarli. La teoria di Hubbert poi considera solamente logiche di mercato, mentre la produzione può essere finanziata in parte dall'intervento statale o da forme differenti per le quali l'investimento del privato ritorna remunerativo, e solo una parte dei costi è caricata sul consumatore.

In risposta a tali posizioni, viene fatto notare che tali assunzioni non implicano una disprova della teoria di Hubbert: la prima, introducendo eventuali altre sorgenti di energia, non fanno che uscire dal contesto per cui la teoria di Hubbert è valida, cioè la modellizzazione del flusso estrattivo di un bene limitato o lentamente rinnovabile rispetto al tasso di consumo. In parole povere, tale modellizzazione è valida finché qualche elemento non viene a cambiare i presupposti della teoria. Al momento, non essendo stata ancora scoperta un sorgente dotata di densità energetica e versatilità di impiego comparabile a quella del petrolio, la teoria rimane valida.

In merito alla seconda posizione, un sovvenzionamento statale sulla ricerca di nuovi giacimenti fossili non può cambiare il sottostante quadro geologico dei giacimenti, né può quindi influire sul costo unitario energetico assoluto di estrazione, che si fa via via più sfavorevole man mano che si è costretti a mettere in produzione giacimenti più piccoli e di minor qualità, traducendosi questo in costi più elevati e/o flussi estrattivi ridotti. In altre parole, un intervento statale può modificare la forma della curva di Hubbert, ma non le caratteristiche fondamentali. Va fatto inoltre notare che esistono già da molto tempo sovvenzioni statali al settore petrolifero privato, sotto forma di consistenti sgravi fiscali, e che soprattutto il 95% del petrolio mondiale viene già estratto da compagnie statali.

 

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Internet, la riscossa dei nonni

Pubblicato su da ronin

In rete sono molto più numerosi dei teenagers. In Italia, gli internauti sono 25 milioni, di cui la metà si collega tutti i giorni. I dati Audiweb

 

Con una battuta si potrebbe dire che l'Italia è sempre stata un popolo di navigatori. Ma oggi, allle onde del mare si sono sostituite le pagine del web.

Per la verità, la Penisola non è fra i paesi che si distinguono per il più alto numero di frequentatori di Internet, continua a scontare un certo ritardo sugli Usa e su altri paesi d'Europa, ma i dati indicano che la situazione sta decisamente migliorando.

Alla fine del novembre scorso, secondo le cifre pubblicate da Audiweb, i navigatori italiani erano 24,7 milioni, con un incremento del 10,7% rispetto allo stesso mese del 2009. In pratica, il 45% della popolazione si collega alla rete almeno una volta al mese. E una sorpresa è rappresentata dal fatto che i nonni sono molto più attivi dei nipotini: le persone di età compresa fra i 55 e i 74 anni che vanno online tutti i giorni sono quasi mezzo milione in più dei giovanissimi fra i 18 e i 24.

Il numero di 25 milioni comprende tutti coloro che si collegano almeno una volta al mese. Quelli che invece su invece si definiscono utenti attivi, che cioè si collegano quotidiniamente sono la metà, 12,6 milioni, comunque in crescita dell'11,3%. In un giorno medio restano in rete per un'ora e 32 minuti e consultano 181 pagine a testa.

Sempre nel giorno medio, sono più numerosi gli uomini delle donne, sette milioni contro 5,5. La divisione per fasce d'età vede primeggiare chi ha fra i 35 e i 54 anni, con quasi sei milioni di utenti attivi (per la precisione, 5milioni 981mila), ovvero il 47,6% del totale. Stanno in rete mediamente un'ora e mezza al giorno. Seguono i giovani fra i 25 e i 34 anni, a quota 2,6 milioni, il 20,9%, che però si fermano sul web leggermente più a lungo, circa un'ora e 42 minuti.

In terza posizione, e qui c'è la sorpresa, gli over 55, che sono 1,7 milioni. Decisamente più numerosi dei teenagers fra i 18 e i 24 anni, che invece sono meno di 1,3 milioni. Questi ultimi però sono quelli che restano collegati più a lungo, circa un'ora e 47 minuti, contro un'ora e 18 minuti dei nonni.

La ripartizione geografica vede primeggiare il nord ovest, con 3,9 milioni di utenti quotidiani, seguito da sud e isole, 3,7 milioni. Distanziati il centro, con due milioni di utenti attivi, e fanalino di coda il nord est, a quota due milioni.

Infine le fasce orarie in cui si naviga maggiormente. La più frequentata è quella fra le 12.00 e le 15.00 quando l'audience registra una media di 6,4 milioni di utenti, dato che poi rimane abbastanza stabile fino alla prima serata, quando fra le 21 e le 24 si scende a circa cinque milioni. Il web è molto visitato anche la mattina, con 5,6 milioni di utenti attivi.

 

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Rapporto sui limiti dello sviluppo

Pubblicato su da ronin

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il Rapporto sui limiti dello sviluppo (dal libro The Limits to Growth[1] traduzione letterale Rapporto sui limiti della crescita), commissionato al MIT dal Club di Roma, fu pubblicato nel 1972. Donella Meadows ne fu l'autrice principale. Il rapporto, basato sulla simulazione al computerWorld3,[2] predice le conseguenze della continua crescita della popolazione sull'ecosistema terrestre e sulla stessa sopravvivenza della specie umana. Il titolo della traduzione italiana è improprio: avrebbe dovuto essere Rapporto sui limiti della crescita.

In estrema sintesi, le conclusioni del rapporto sono:

1.    Se l'attuale tasso di crescita della popolazione, dell'industrializzazione, dell'inquinamento, della produzione di cibo e dello sfruttamento delle risorse continuerà inalterato, i limiti dello sviluppo su questo pianeta saranno raggiunti in un momento imprecisato entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un declino improvviso ed incontrollabile della popolazione e della capacità industriale.

2.    È possibile modificare i tassi di sviluppo e giungere ad una condizione di stabilità ecologica ed economica, sostenibile anche nel lontano futuro. Lo stato di equilibrio globale dovrebbe essere progettato in modo che le necessità di ciascuna persona sulla terra siano soddisfatte, e ciascuno abbia uguali opportunità di realizzare il proprio potenziale umano.

Nel 1992 è stata pubblicato un primo aggiornamento del Rapporto, col titolo Beyond the Limits (oltre i limiti), nel quale si sosteneva che erano già stati superati i limiti della "capacità di carico" del pianeta.

Un secondo aggiornamento, dal titolo Limits to Growth: The 30-Year Update è stato pubblicato il 1º giugno 2004 dalla Chelsea Green Publishing Company. In questa versione, Donella Meadows, Jorgen Randers e Dennis Meadows hanno aggiornato e integrato la versione originale, spostando l'accento dall'esaurimento delle risorse alla degradazione dell'ambiente. Nel 2008 Graham Turner, del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) Australiano, ha pubblicato una ricerca intitolata «Un paragone tra i I limiti dello sviluppo e 30 anni di dati reali»[3] in cui ha confrontato i dati degli ultimi 30 anni con le previsioni effettuate nel 1972, concludendo che i mutamenti nella produzione industriale e agricola, nella popolazione e nell'inquinamento effettivamente avvenuti sono coerenti con le previsioni del 1972 di un collasso economico nel XXI secolo.[4]

 

Limits to Growth: The 30-Year Update 

Il recente aggiornamento del Rapporto si giova di due concetti affermatisi solo dopo la sua prima edizione: l'esigenza di uno sviluppo sostenibile (affermata per la prima volta nel Rapporto Brundtland del 1987) e la misurazione dell'impatto dell'uomo sulla Terra mediante l'impronta ecologica (tecnica introdotta da Mathis Wackernagel e altri nel 1996); si apre, in effetti, sottolineando che l'impronta ecologica ha iniziato a superare intorno al 1980 la capacità di carico della Terra e la supera attualmente del 20%.

Come nelle edizioni precedenti, si usa l'approccio della Teoria dei sistemi; in particolare, si considerano gli andamenti di fenomeni soggetti a cicli di retroazione che li amplificano (retroazione positiva) o li smorzano (retroazione negativa). Ad esempio, la popolazione cresce per effetto di nuove nascite ma diminuisce se la mortalità supera la natalità; i beni strumentali crescono per nuovi investimenti ma diminuiscono per logoramento ed obsolescenza.

Si ribadisce l'assunto fondamentale: la Terra non è infinita né come serbatoio di risorse (terra coltivabile, acqua dolce, petrolio, gas naturale, carbone, minerali, metalli, ecc.), né come discarica di rifiuti. La crescita della popolazione e della produzione industriale comporta sia il consumo delle risorse, sia l'inquinamento.

Il modello World3[5] viene usato per simulare il possibile andamento di popolazione, produzione industriale ed altre variabili mediante equazioni non lineari e cicli di retroazione. Nel Rapporto vengono proposti 11 scenari diversi, definiti dagli autori tutti "ottimistici" in quanto:

§  il mondo viene considerato omogeneo, senza distinzioni né tra aree geografiche né tra regioni ricche e regioni povere;

§  non si considerano limiti "sociali" quali guerre, scioperi, lotte per il potere, conflitti etnici, corruzione, uso di droghe, criminalità, terrorismo.

 

Scenario 0: Input e output infiniti 

Viene usato solo per mostrare che, se si assume che le risorse necessarie alla produzione industriale ed il conseguente inquinamento diminuiranno sempre più, che la produttività della terra aumenterà indefinitamente, che lo spazio sottratto all'agricoltura dagli insediamenti abitativi diminuirà progressivamente, allora non ci sono limiti allo sviluppo. Le ipotesi vengono peraltro considerate irrealistiche, soprattutto perché, pur ammettendo che la tecnologia sia in grado di evolvere al punto da offrire soluzioni efficaci ed economiche a problemi quali l'inquinamento, è comunque normalmente necessario che un problema venga percepito perché se ne cerchi, e poi si trovi, una soluzione, e l'esperienza anche recente mostra che:

§  la percezione di un problema e la condivisione della necessità di una soluzione richiedono tempo (nell'ordine di decenni) e si scontrano con resistenze di vario tipo;

§  il problema può richiedere tempi di soluzione molto lunghi, anche quando sia stato pienamente riconosciuto e si siano poste in atto efficaci contromisure.

Gli autori propongono l'esempio dell'assottigliamento dello strato di ozono e della comparsa del buco dell'ozono causati dai clorofluorocarburi.

I clorofluorocarburi vennero introdotti nel 1928. Solo nel 1974 si scoprì che potevano danneggiare lo strato di ozono. Nel 1978 venne vietato negli Stati Uniti l'uso dei CFC nelle bombolette spray, ma continuò il loro utilizzo in altri paesi e in altri settori industriali. Il buco dell'ozono venne scoperto nel 1984, il primo protocollo internazionale per la progressiva eliminazione dei CFC venne firmato nel 1987, ma risultò troppo poco incisivo e venne modificato più volte. La messa al bando dei CFC ha dato buoni risultati (sembra che il buco dell'ozono si stia restringendo), anche per l'introduzione di sostituti meno dannosi, ma occorrerà ancora un secolo perché i CFC presenti nella stratosfera degradino.

Scenario 1: Crisi delle risorse non rinnovabili 

Si assume un andamento analogo a quello registrato nel XX secolo. Si osserva un graduale progresso che viene però bruscamente interrotto, nella prima metà del XXI secolo, dal costo sempre crescente delle risorse non rinnovabili (combustibili e giacimenti d'acqua fossili, minerali) e della necessità di dedicare crescenti energie allo sfruttamento di risorse sempre più scarse e sempre meno accessibili.

Scenario 2: Crisi da inquinamento 

Si modifica lo scenario 1 ipotizzando che le risorse non rinnovabili non ancora scoperte siano il doppio, in modo da consentire un loro sfruttamento prolungato. Si ha anche in questo caso un progresso bruscamente interrotto nella prima metà del XXI secolo, ma questa volta per effetto dell'inquinamento, soprattutto per l'impatto dell'inquinamento sulla fertilità della terra (fertilizzanti, pesticidi, ecc.).

Scenario 3: Crisi alimentare 

Si modifica lo scenario 2 ipotizzando che il progresso tecnologico consenta di ridurre progressivamente l'inquinamento. Si ha ancora una brusca inversione di tendenza, anche se con qualche decennio di ritardo, in quanto la popolazione cresce comunque più rapidamente della produzione agricola. Ciò accade sia perché la tecnologia affronta con ritardo le varie forme di inquinamento (si veda il caso dell'ozono), sia perché gli insediamenti abitativi sottraggono terreno all'agricoltura.

Scenario 4: Crisi da erosione 

Si modifica lo scenario 3 aggiungendo un impiego della tecnologia anche per sostenere la fertilità della terra. Si ha però anche in questo caso un esito simile a quello degli scenari precedenti (ma nella seconda metà del secolo XXI), in quanto il crescente sfruttamento della terra provoca un collasso nella produttività agricola per erosione.

Scenario 5: Crisi multipla 

Si modifica lo scenario 4 aggiungendo interventi per proteggere la terra dall'erosione, ma si ottiene comunque un collasso per effetto di più crisi: scarsità di risorse naturali e di cibo, costi crescenti.

Scenario 6: Crisi da costi 

Si modifica lo scenario 5 aggiungendo tecnologie per l'economizzazione delle risorse naturali. Si ritarda il collasso, che però incombe comunque per i costi crescenti degli interventi finalizzati a sostenere la produzione agricola e per contrastare l'inquinamento, l'erosione e la scarsità delle risorse naturali.

Scenario 7: Programmazione familiare 

Si ritorna allo scenario 1 per esaminare gli effetti di possibili misure atte ad evitare gli esiti degli scenari precedenti, iniziando con l'assumere che tutte le coppie del mondo decidano di avere in media due figli in modo da ridurre l'impatto di una crescita esponenziale della popolazione. Ciò consente di garantire migliori condizioni di vita, ma si ha comunque un'inversione di tendenza, come nello scenario 2, a causa del crescente inquinamento.

Scenario 8: Moderazione degli stili di vita 

Si modifica lo scenario 7 aggiungendo l'ipotesi che tutti, nel mondo, si attestino su un livello di consumi poco superiore a quello medio dell'anno 2000 (da notare che si tratta di un'ipotesi non solo di "moderazione", ma anche di perequazione). Si ottengono così favorevoli condizioni per circa un trentennio, ma si perviene poi comunque ad un collasso a causa di un'impronta ecologica troppo elevata.

Scenario 9: Utilizzo più efficiente delle risorse naturali 

Si modifica lo scenario 8 aggiungendo, come nello scenario 6, tecnologie per l'economizzazione delle risorse naturali. L'effetto è tuttavia nettamente migliore, grazie alla minore pressione demografica ed alla moderazione nei consumi, al punto che si delinea una situazione sostenibile prima della metà del XXI secolo. Si tratta, secondo gli autori, di uno scenario concretamente perseguibile ed anche desiderabile, nonostante la sostenibilità venga raggiunta solo dopo un andamento oscillante, non indolore, della produzione agricola e della disponibilità di beni e servizi.

Scenario 10: Tempestività 

Lo scenario 10 è in tutto analogo allo scenario 9 con una sola differenza: si ipotizza che le azioni lì intraprese (programmazione familiare, moderazione degli stili di vita, utilizzo più efficiente delle risorse) siano state poste in essere già nel 1982. L'effetto è ancora migliore, in quanto si raggiunge una situazione sostenibile già all'inizio del XXI secolo e con minori oscillazioni.

La "rivoluzione sostenibile" 

Gli autori sostengono, in sintesi, che si deve accettare l'idea della finitezza della Terra, che è necessario intraprendere più azioni coordinate per gestire tale finitezza, che gli effetti negativi dei limiti dello sviluppo rischiano di diventare tanto più pesanti quanto più tardi si agirà.

Ricordano, al riguardo, che vi sono stati due precedenti:

§  la rivoluzione agricola, che vide i nomadi del mesolitico insediarsi e inventare l'agricoltura e l'allevamento del bestiame, dando vita al neolitico;

§  la rivoluzione industriale, che risolse i timori di Thomas Malthus sulla sovrappopolazione grazie ad un enorme sviluppo della produttività;

e prospettano quindi una rivoluzione sostenibile: di lunga durata come le precedenti, per nulla simile a cambiamenti repentini come la rivoluzione francese, in grado di dare nuove risposte al problema millenario della vita umana sulla Terra. Notano, tuttavia, che la rivoluzione sostenibile dovrà essere accompagnata ben più delle precedenti dalla consapevolezza della sua necessità e degli obiettivi di massima da raggiungere.

Gli autori rifiutano l'obiezione secondo la quale la tecnologia ed i meccanismi automatici del mercato sono sufficienti ad evitare il collasso del sistema. Propongono al riguardo l'esempio della pesca: lo sfruttamento sempre più intenso di una risorsa naturale di per sé rinnovabile ha condotto al depauperamento della fauna ittica, al punto che il prodotto della pesca comincia a diminuire.[6] La tecnologia ha reso la pesca sempre più aggressiva (sonar, individuazione di branchi tramite satelliti, ecc.), il mercato ha reagito alla scarsità aumentando il prezzo, trasformando così un alimento per poveri in un alimento per ricchi.

In generale sarebbe possibile ipotizzare un esito analogo su più ampia scala (consumi crescenti da parte dei "ricchi", a prezzi elevati per effetto della scarsità delle risorse, impoverimento della maggioranza), che però non sarebbe sostenibile. Gli autori ricordano, infatti, che di norma la pianificazione familiare viene praticata dove si può godere di un'adeguata sicurezza, mentre i tassi di natalità sono alti quando le condizioni di vita sono difficili. Una società sostenibile, dicono, deve anche essere una società solidale e con diseguaglianze contenute: ricchezze eccessive inducono comunque un consumo sostenuto delle risorse naturali ed un crescente inquinamento, mentre una povertà diffusa esporrebbe il pianeta al peso insostenibile di una crescita esponenziale della popolazione.

L'impatto del Rapporto 

Pubblicato negli anni della grande crisi petrolifera e dell'unica crisi dei mercati cerealicoli della seconda metà del secolo i due rapporti realizzati dal MIT per il Club di Roma produssero immensa attenzione, ma l'essenza del messaggio, la previsione che dopo l'anno 2.000 l'umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali fu sostanzialmente rigettata dalla cultura economica internazionale, compresi illustri premi Nobel quale l'economista Amartya Sen, assolutamente convinti che lo sviluppo tecnologico avrebbe sopperito ad ogni rarefazione di risorsa.

Solo pochi analisti degli equilibri tra disponibilità ed impiego di risorse naturali avrebbero continuato nei decenni successivi ad ispirare il proprio lavoro di indagine e prospezione al teorema del MIT: si può ricordare negli Stati Uniti Lester Brown e in Italia Antonio Saltini.[7]

Premi 

Dennis Meadows è il co-autore del rapporto al Club di Roma "I limiti dello sviluppo" e ha ricevuto il prestigioso "Japan Prize" per il 2009 per il rapporto.[8]

 

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Antimateria, nei cieli di tutto il mondo

Pubblicato su da ronin

Una recente scoperta di NASA conferma la produzione di antimateria nell'atmosfera terrestre. Basta un potente temporale per dare origine al fenomeno: insolito, ma non raro

 

Il telescopio spaziale Fermi ha registrato la presenza di antimateria monitorando la produzione di quelli che vengono definiti "terrestrial gamma-ray flash" (TGF), vale a dire scoppi di raggi gamma prodotti da una fonte terrestre - in questo caso i temporali di cui sopra. Un particolare tipo di raggio gamma - dotato di un energia pari a 511mila elettronvolt - viene generato dal mutuo annichilimento di un elettrone e della sua controparte di antimateria, il positrone

E di questi TGF da 511mila elettronvolt Fermi ne avrebbe scovati ben 130 in un anno, segno del fatto che il fenomeno è insolito ma niente affatto raro

. Come funziona la produzione di antimateria terrestre"?

 NASA ne spiega la genesi con una diapositiva chiara e con tanto di simulazione 3D generata al computer: la grande differenza di potenziale elettrico originata da potenti temporali dà vita al movimento di un flusso di elettroni a gran velocità e dal basso verso l'alto.Alla collisione dei suddetti elettroni con le molecole presenti nell'atmosfera corrisponde l'emissione di raggi gamma, alcuni dei quali - viaggiando a velocità vicine a quella della luce - passano accanto ai nuclei atomici trasformandosi in un elettrone e un positrone.

Infine elettrone e positrone si annichiliscono l'uno contro l'altro, producendo raggi TGF che vengono "sparati" fuori dall'atmosfera lungo il campo magnetico del pianeta dove il telescopio Fermi è in grado di individuarli. Tempo stimato da NASA per la produzione "in casa" dell'antimateria terrestre: 2 millisecondi o giù di lì.

 

 Un ricercatore della Duke University l'ha già definita come "la più entusiasmante scoperta nel campo delle scienze della terra da molto tempo a questa parte": il Fermi Gamma-ray Space Telescope dell'agenzia spaziale NASA ha individuato un buon numero di istanze di produzione naturale di antimateria, un fenomeno ben noto nel cosmo ma che nel caso in oggetto si è verificato nell'atmosfera terrestre, in corrispondenza di potenti temporali verificatisi nei mesi recenti.

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soylent green: ipotesi di un futuro prossimo

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2022: i sopravvissuti (titolo originale: Soylent Green)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

 

2022: i sopravvissuti è un film di fantascienza del 1973, tratto dal romanzo distopico di Harry Harrison Largo! Largo! del 1966 ed ispirato ad una ricerca fatta dal Massachusetts Institute of Technology su richiesta del Club di Roma (fondato quattro anni prima dall'italiano e piemontese Aurelio Peccei, assieme a premi Nobel, leader politici e intellettuali), i risultati della quale furono pubblicati nel libro Rapporto sui limiti dello sviluppo (The Limits to Growth, 1972)[1] che costituì il primo studio scientifico[2] a documentare l'insorgere della questione ambientale in termini globali.

È l'ultimo film in cui recita Edward G. Robinson, che morì di cancro nel gennaio del 1973.

Trama

 

« Nell'ipotesi che l'attuale linea di sviluppo continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali) l'umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento anni. Donella Meadows[3] . Fondazione Rockefeller»

   

Anno 2022: la Terra è devastata dall'inquinamento e dalla sovrappopolazione. La natura incontaminata non esiste praticamente più e il clima è stravolto in senso torrido. Le stagioni si sono ridotte ad una perenne estate che dura tutto l'anno, con 32º di temperatura. New York City, dove si svolge la storia, è un formicaio di 40 milioni di abitanti pressati in fatiscenti condomini, il dominio tecnologico e il consumismo sono tramontati perché gli oggetti che hanno prodotto stanno cadendo a pezzi, per mancanza di ricambi; manca pure la corrente elettrica, per la crisi energetica causata dalla mancanza di petrolio; il cibo e l'acqua sono razionati[4].

La gente più povera vive dentro automobili nei parcheggi e chi non ha neppure l'auto, dorme sulle scale normali e di emergenza delle case, un gradino ognuno. Il prete fa beneficenza alla povera gente mettendo loro a disposizione uno spazio dove dormire per terra in chiesa.
Nei quartieri Ricchezza la situazione è migliore, c'è l'
aria condizionata, i videogiochi in salotto, l'acqua corrente, addirittura calda, l'impianto della televisione a circuito chiuso, un maggiordomo di palazzo. Le donne più giovani e fortunate sono un oggetto in dotazione personale o fanno parte della dotazione dell'appartamento delle persone facoltose. Solo i benestanti, possono permettersi una spesa di cibo normale come un gambo di sedano, qualche mela, un pomodoro e la carne di manzo è più unica che rara, a prezzi inaccessibili alla maggior parte delle persone.

Proprio il cibo è il problema maggiore dell'umanità. Gli alimenti tradizionali sono senza sapore e senza odore e quasi completamente scomparsi. L'unica risorsa rimasta è il Soylent, gallette nutritive di vari colori secondo la composizione: rosso soia, giallo mais, ecc. La pubblicità dice che il plancton è la materia prima del Soylent verde, l'ultimo prodotto della ditta Soylent, destinato a diventare il principale alimento della popolazione con l'inaridirsi della terra.

Robert Thorn è un poliziotto e come ogni buon poliziotto di New York pensa molto al suo lavoro, dato che per sopravvivere, deve fare turni doppi e massacranti, di giorno di repressione e di sera di investigazione. Vive con l'anziano Solomon Roth, un uomo-libro cioè uno specialista nel fare ricerche in biblioteche e archivi, professione necessaria in una società che non può più permettersi tecnologie avanzate come i computer. Sol è abbastanza vecchio da ricordare com'era il mondo prima che l'inquinamento lo devastasse e non fa che raccontarlo a Thorn, ma lui che è più giovane, conosce soltanto il presente e non può capirlo.

Un giorno a Thorn viene assegnato un caso di omicidio importante: la vittima è William R. Simonson, un facoltoso membro del consiglio di amministrazione della Soylent. Durante l'ispezione della scena dell'assassinio, Thorn si preoccupa soprattutto di saccheggiare la dispensa della vittima, come farebbe qualsiasi altra persona affamata, tuttavia Thorn è anche un bravo poliziotto e sospetta subito che non si tratti di una semplice rapina. Ben presto si accorge che qualcuno dell'ufficio del governatore sta facendo pressioni sul suo capo sezione per insabbiare il caso e quando lui rifiuta di chiudere le indagini un sicario, durante un tumulto, tenta di ucciderlo.

Intanto Sol consulta l'Ente Supremo per interpretare due libri trovati da Thorn a casa della vittima: si tratta di un rapporto riservato della Soylent, un'indagine oceanografica dal 2015 al 2019, che parla dell'esaurimento delle riserve mondiali di plancton[5] e pone in dubbio la composizione del Soylent verde.

Sconvolto dalla rivelazione Sol decide di recarsi al Tempio. Allo scopo di alleviare il problema della sovrappopolazione il governo ha da tempo legalizzato il suicidio assistito. A questo scopo sono stati creati i Templi, luoghi dove la gente può recarsi a suicidarsi in un modo e in un ambiente confortevole, davanti ad uno schermo panoramico che proietta immagini di bellezze naturali ormai passate.

Thorn raggiunge Sol al Tempio, ma è troppo tardi per opporsi al suicidio del suo collaboratore, che ormai ha bevuto una sostanza che provoca paralisi progressiva e morte nel giro di 20 minuti. Però prima di morire Solomon lo informa della sua scoperta e gli chiede di trovare le prove della truffa della Soylent. Ormai i funerali sono stati aboliti da tempo e il corpo di Sol viene caricato insieme a tutti gli altri in appositi camion che li trasportano in impianti di smaltimento dei rifiuti fuori città.

Thorn si nasconde su un camion che entra in un impianto di riciclaggio dei rifiuti e durante l'ispezione fa una atroce scoperta: all'arrivo i corpi dei suicidi finiscono su un nastro trasportatore che li immette in una cisterna di colliquazione e dopo vari trattamenti, da un altro nastro trasportatore escono gallette di Soylent verde.

Dopo una precipitosa fuga e un inseguimento da parte dei sicari della Soylent, il poliziotto riuscirà a rivelare al mondo la verità: l'ultima risorsa umana, il Soylent è fatto con i morti. Ma anche la rivelazione avviene in modo oscuro, lasciando allo spettatore il fosco presagio che tutto sia stato inutile: ferito, il poliziotto viene trasportato fuori dalla chiesa dove aveva tentato di trovare rifugio, e dalla barella urla come un ossesso, rivolgendosi alla folla dei senza dimora che lo circonda senza capire, la frase finale del film, che si chiude su un piano sequenza congelato sull'ultimo fotogramma mentre eccheggia il grido disperato come un monito del regista all'umanita: "dovete fermarli prima che sia troppo tardi! dovete fermarli prima che sia troppo tardi!"

 

 

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Il Marketing Politico

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Come i partiti declinano una particolare forma di tecnica commerciale per comunicare efficacemente con l’elettorato.

 

Nella società attuale l’evoluzione del marketing comprende, non solo l’innovazione continua degli strumenti a disposizione degli esperti, ma anche un’estensione degli iniziali ambiti di applicazione. Un tipico esempio è rappresentato dalle cosiddette forme di "marketing politico", utilizzato per analizzare il comportamento elettorale, conoscere e valutare il potenziale elettore, elaborare dei messaggi che siano comprensibili ed il più possibili efficaci nella comunicazione con l'opinione pubblica.

Per comprendere il fenomeno nella sua complessità, occorre innanzitutto tener conto delle specifiche finalità delle strategie di marketing, che riguardano, in primis, la soddisfazione di bisogni e desideri. Se, in ambito imprenditoriale, ciò si traduce nell’identificare cosa vuole il consumatore e nel fornirglielo, in ambito politico invece lo scopo dei partiti è quello di conquistare il potere agendo nel rispetto delle regole democratiche.

In entrambi i casi, dunque, requisito imprescindibile è la capacità di procurarsi le competenzenecessarie per poter offrire ciò che richiede il mercato e, soprattutto, la bravura nel saper comunicare al mercato stesso che si possiede la competenza cercata. Ed è qui che entra in gioco il ruolo fondamentale del marketing.

Per rendere più efficace l’idea, si potrebbe parafrasare una definizione fornita dal Sole 24 Ore, secondo cui «Il marketing è la funzione creativa del management che valutando i bisogni dei consumatori e intraprendendo ricerche e sviluppi per soddisfarli favorisce il commercio e l'occupazione».

In politica si potrebbe declinare la stessa frase dicendo che: «Il marketing politico è un processo con il quale un soggetto pone in essere una serie di analisi e ricerche al fine di conoscere desideri e aspirazioni dall'elettore in modo tale da poter sviluppare un progetto politico particolare e globale che raccolga il consenso necessario alla conquista del potere democratico».

A questo riguardo è assai significativa una campagna pubblicitaria che ha scatenato una massiccia polemica di recente in Spagna. Nello spot del Partito Socialista della Catalogna si vede una donna che si dirige verso le urne con la sua scheda elettorale. Sembrerebbe tutto tranquillo fino a quando, durante il tragitto, la donna sembra essere rapita da un piacere irrefrenabile che culmina, proprio mentre imbuca la scheda, in un plateale orgasmo, a simboleggiare che "votare è un piacere".

La finalità della campagna è quella di sensibilizzare i giovani al voto, anche perché, come ha dichiarato il leader del PSC Josè Montilla: «Il fine giustifica i mezzi e se uno spot simile spinge gli elettori a votare è una buona cosa». Un immediato "controspot" è arrivato dalla candidata alla presidenza per Alternativa de Governo, Montserrat Nebrera, che ha realizzato un altro video, ancora più esplicito. In esso si sentono i gemiti di una donna e si vedono dei vestiti sul pavimento. Alla fine la Nebrera, con indosso solo un asciugamano, dichiara «Se volessimo creare scandalo per comparire sui media, avrei tolto questo asciugamano. Ma in politica non tutto vale».

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Decreto Pisanu, il lungo addio

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Pare il titolo di un romanzo hard boiled, ma è un giallo che riguarda il wireless del Belpaese. Tra leggi abrogate e decreti che sopravvivono, data retention e obblighi di identificazione, la trama si infittisce

 

Roma - 29 dicembre 2010: come anticipato dal ministro Maroni, il WiFi del Belpaese viene ufficialmente liberato da autorizzazioni e vari obblighi d'identificazione. Nella Gazzetta Ufficiale si può infatti apprendere come dell'articolo 7 della legge 31 luglio 2005 n. 155 non resti altro che il comma primo.

Il comma 19 dell'articolo 2 del cosiddetto milleproroghe ha infatti modificato la primissima parte del tanto contestato decreto Pisanu, permettendo la sopravvivenza di alcune norme sulle autorizzazioni per chi fornisce connessione wireless come prodotto esclusivo della propria impresa.

In sostanza, tutti coloro che non svolgono preminentemente l'attività di fornitura di connessione (bar, ristoranti, hotel, esercizi pubblici) non rientrano in questa categoria, potendo liberamente installare un access point pubblico senza alcuna comunicazione o autorizzazione dalla Questura.10 gennaio 2011. Un mistero sembra ora aleggiare sull'immediato futuro del WiFi italiano. Un mistero portato da un decreto del ministero dell'Interno datato 16 agosto 2005. All'articolo 2 è infatti previsto che i gestori dei vari internet point abbiano in realtà tutti gli obblighi di identificazione e di monitoraggio delle attività esistenti.

Il decreto del 2005 impone dunque l'adozione di una serie di "misure fisiche e tecnologiche occorrenti per impedire l'accesso a persone non identificate". Come sottolineato dall'avvocato Massimo Melica, l'accesso e il riconoscimento dell'utente sarebbe gestito da società che - in remoto - provvedono all'autenticazione del soggetto tramite carta di credito o SMS.

Non solo. Agli internet point sono attribuiti gli stessi obblighi di conservazione dei dati che hanno gli Internet Service Provider. I termini di conservazione erano stati fissati dall'articolo 132 del codice in materia di protezione dei dati personali: nello specifico 12 mesi per il traffico telematico e due anni per quello telefonico.

La questione del WiFi libero è, ad oggi, materia da azzeccagarbugli: la ipertrofica legiferazione in materia non aiuta la chiarezza del quadro regolamentare.

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via i mercanti dal tempio

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Già la parola in sè fa ribrezzo. E infatti, nella storia, i commercianti sono sempre stati giudicati malissimo. Noi invece li idolatriamo.........

 

Non si sente parlare d'altro che di mercato. Anzi di libero mercato: le leggi di mercato, le esigenze del mercato, lo vuole il mercato, non sta sul mercato, è leader del mercato, non ha mercato, è fuoti mercato, hanno occupato il mercato, sono stati puniti dal mercato.

"Mercato". Già la parola in sè fa schifo. Significa la compravendita di oggetti a fini di profitto, una cosa che avrebbe fatto inorridire i nostri lontani antenati i quali percepivano lo scambio solo nella forma del "dono" e del "controdono".

Ma anche quando, più o meno in contemporanea con l'jnvenzione della moneta, cioè del denaro (VII secolo a.C.)

questa gentile abitudine scomparve, il mercato non godette mai di buona fama e quello del mercante fu sempre considerato il più vile e disonesto dei mestieri, indegno di un vero uomo.

I primi mercanti che operano nell'Ellade non sono greci, ma stranieri o meteci. In seguito i greci che si dedicano al commercio provengono dai ceti più poveri e diseredati e non si elevarono mai, nella considerazione sociale se non nelle ricchezze,  nemmeno al livello della classe media che secondo Aristotele era formata esclusivamente da proprietari terrieri.

Nell'Atene del V secolo a.C., che pur se era allora il più importante centro commerciale del mondo occidentale, si disprezza il mercante perché non agisce per dovere o per onore, ma per interesse e per denaro e quindi la sua quotazione sociale non  potrebbe essere più bassa.

In India era fatto assolutamente divieto ai brahmani di acquistare alcunchè con denaro, mentre era ammesso il baratto "puro", alla pari, senza guadagno.

In Giappone il samurai riteneva vergognoso toccare la moneta e se gli veniva donata lo considerava un grave affronto. Addirittura il samurai  non può nemmeno parlare e persino pensare in termini di denaro.

Anche nella società romana, che fu la più materialista del mondo antico e per molti versi, compresa la corruzione, la più vicina alla nostra, la classe merantile (i cavalieri) non raggiunse mai il livello sociale dell'aristocrazia.

Negli ultimi secoli dell'Impero i Padri della Chiesa hanno condannato senza appello l'attività dei commercianti, benchè allora ce ne fossero assai pochi, e secondo San Giovanni Crisostomo dovevano essere espulsi dalla casa di  Dio. Ma anche durante il basso Medioevo tutti i lacci  ed i lacciuoli che la Chiesa, attrverso le eleborazioni, di San Tommaso d'Aquino, cercò di mettere al commercio, ci dicono che l'attività dei mercanti, nonostante avesse ormai un grande rilievo economico, era vista con molto sospetto.

Lutero, e siamo già fuori dal Medioevo, va giù piatto, secondo lui "i commercianti rapinano tutti i giorni tutto il mondo"

Persino Adam Smith, il fondatore della teoria economica moderna, non ha grande opinione dei commercianti, almeno di quelli della sua epoca, di cui denuncia "la bassa rapacità" e le truffe a danno della collettività.

Il mercante si nobilita veramente solo dopo la Rivoluzione industriale, quando diventa "imprenditore", non solo e forse non tanto perché nel frattempo è cambiata, assieme al sistema economico, la mentalità, ma anche perché alcuni elementi della sua attività, come le dimensioni e l'organizzazione dell'azienda, la trsformazione dei prodotti, il suo ruolo di capitano d'industria e di uomini rendono meno percepibile che, nell'essenza, il suo resta pur sempre un miserabile comprare e vendere.

Già agli inizi dell'800 Sismondi, osservandi il movimento, si chiedeva  se gli uomini si fossero messi in società

"non per assicurarsi la felicità, ma per produrre bottoni di metallo e tessuti di cotone a prezzi più bassi"

Eppure proprio questo è successo. Un tempo il modo  era dei santi, dei navigatori, dei poeti, degli eroi, dei guerrieri, degli artisti e la gloria andava a Cesare, a Dante a Leonardo, a Shakespeare.

Oggi, al loro posto ci sono i mercanti. Quelli che Cristo aveva cacciato dal tempio a calci nel culo.

 

di Massimo Fini

 

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1/1/2011 inizia l'era del Wi-Fi libero: sveglia Italia!

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                               Un giorno, forse, faremo una rivoluzione

Che non vuol dire dar fuoco ai cassonetti, ma utilizzarli per la raccolta differenziata (e così riciclare tutto, questo sarebbe davvero rivoluzionario).

Un giorno, spero, scopriremo che sempre più spesso il lavoro bisogna crearselo, non cercarlo, perché non c'è quasi più niente da trovare in giro, se non le nostre idee e la nostra passione, se ancora ne abbiamo un pò.

                           (e " se non hai sogni,come fai a realizzarli?")

Un giorno, presto, capiremo che è arrivata l'ora di usare Internet per quello che  davvero è: non " un paio di calzini", come mi ha detto un grande giornalista che non ha capito nulla, ma il più potente strumento a disposizione di ciascuno di noi per cambiare il modo.

                                                     Oggi, nel 2011,

                                 non abbiami alibi se non ci proviamo.

Possiamo svelare le bugie dei governi (lo hanno già fatto).

Fare un partito di cittadini uniti dalla voglia di innovazione (è già successo).

Possiamo unire i cervelli in fuga e farli lavorare assieme da posti lontani (stà capitando).

O anche solo lanciare una startup. o un senplice sito.

Creare del valore mettere in moto intelligenza e servizi,.

Fare ciascuna di queste azioni è molto di più di comportarsi bene: è impegnarsi.

Ma sapendo che comunque vada non sarà vano. Può sembrare una piccola cosa, ma c'è un dio nelle piccole cose.

                                              Come mettersi in rete.

                              Liberare una piazza con una antenna wi.fi.

                            Noi iniziamo da una grande piazza di Milano,

                                              accanto ai nostri uffici.

Quella intitolata a Luigi Cadorna, il generalissimo infausto della prima guerra mondiale.

Andateci fra qualche giorno.

Collegatevi col telefonino, il tablet o il pc.

                             Navigate dove vi pare. Ricominciate a sognare.

                                   E se vlete da allora chiamatela piazza Wired

Ma, soprattutto, fatelo anche voi, se potete: adottate una piazza, liberate una strada, diventate un hotspot.

                                Siamo una rete e più grande sarà la Rete

                                                più forti saremo noi.

                                   Un giorno forse farete la rivoluzione.

                                                Lo so che la farete.

                                   Perché dopo Caporetto viene sempre

                                                     Vittorio Veneto.

 

(Wired, editoriale di Riccardo Luna)

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Il Wi-Fi è libero: lo dice la Gazzetta Ufficiale

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Poche parole, ma di altissimo peso specifico:

19. All’articolo 7 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1, le parole: «fino al 31 dicembre 2010, chiunque» sono sostituite dalle seguenti: «fino al 31 dicembre 2011, chiunque, quale attività principale,»;
b) i commi 4 e 5 sono abrogati.

Trattasi del punto 19 del Decreto Milleproroghe approvato alle Camere e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Ed è questo il passo che libera definitivamente il Wi-Fi in Italia dagli obblighi del Decreto Pisanu del 2005, salvo successive integrazioni che occorre attendersi entro le prime settimane del 2011. Per comprendere l’importanza del momento occorre però analizzare i singoli passaggi.

Il testo a cui fa riferimento il punto 19 è quello dalla legge 31 luglio 2005, n.155, a cui vengono apportate due modifiche sostanziali. Cambia anzitutto il comma 1, ove viene mantenuto l’obbligo per cui «chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche, deve chiederne la licenza al questore». Precisando che la fornitura dell’accesso deve costituire l’attività principale in essere, la modifica del comma 1 va ad includere in questo obbligo soltanto i gestori di Internet Point escludendo così da qualsiasi obbligo altre attività quali bar, circoli, ristoranti, hotel, eccetera.

La seconda modifica è una cancellazione definitiva dei commi 4 e 5, ossia:



4. [...] sono stabilite le misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1, è tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, [...], nonché le misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici riportati su un documento di identità dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili.

5. Fatte salve le modalità di accesso ai dati previste dal codice di procedura penale e dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, il controllo sull’osservanza del decreto di cui al comma 4 e l’accesso ai relativi dati sono effettuati dall’organo del Ministero dell’interno preposto ai servizi di polizia postale e delle comunicazioni

In termini pratici, insomma, ai gestori di bar e locali pubblici viene del tutto annullato l’onere di registrare gli utilizzatori delle postazioni chiedendo un documento ed archiviando il tutto al fine di consentire un eventuale controllo da parte delle autorità. Decade pertanto del tutto un onere che aveva fino ad oggi impedito lo sviluppo del Wi-Fi pubblico in Italia, strozzando così anche importanti opportunità commerciali per chi può ricavare dalla rete un servizio di sicuro interesse per l’utenza.

Al vuoto normativo che determina la cancellazione prevista nel Milleproroghe, farà seguito un intervento legislativo che andrà a regolare nuovamente il settoreper stabilire come, quando e in che misura sia possibile chiedere agli esercenti eventuali misure di monitoraggio sulle reti gestite. L’intervento che verrà scriverà il nuovo capitolo del Wi-Fi in Italia, ma nel frattempo il 2010 si porta via un peso che la Rete italiana era costretta a sopportare ormai da fin troppo tempo.

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