Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Facciamolo girare

Pubblicato su da ronin

Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso, non per mancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all'estero della produzione per maggiori guadagni.
Il proprietario dell'OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia,
dove ovviamente la manodopera, l'energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi.
Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne e non più giovanissime, a rimanere senza lavoro.

Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell'azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari.

Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, boicottando i marchi Philippe Matignon - Sisi - Omsa - Golden Lady - Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè - Serenella - e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l'indifferenza.

--
Rita Tiberi
Responsabile Relazioni Esterne
Legambiente onlus
Via Salaria 403 - 00199 Roma
tel +3906862681
www.legambiente.it


Leggi i commenti

Sveglia Italia!

Pubblicato su da ronin

Nel posto dove vogliano andare non abbiamo bisogno di strade, o di ponti sullo stretto, ma di autostrade dell' informazione.

Di una grande internet che colleghi davvero tutta l'Italia, compiendo una nuova unità 50 anni dopo:

il Nord ed il Sud, i ricchie ed i poveri, i giovani e gli anziani.

Quelli che sanno cos'è Internet e quelli che non hanno ancora capito.

Un'unica rete che ridistribuisca opportinità e speranze, mettendo in relazione progetti e conoscenze.

Premiando i più bravi invece dei raccomandati.

Creando ricchezza.

Quella che oggi sembra sparita,non solo dal nostro portafogli, ma dai nostri sogni.

il resto del mondo corre ed in questo posto chiamato futuro ci sta già andando con convinzione.

Beati i bambini nati a Singapore o a Seul, ma anche in finlandia, perchè i loro orizzonti sono più larghi.

Fra qualche anno faticheranno di meno a trovarsi un lavoro perchè sapranno crearselo mettendosi in Rete con altri e saranno a loro agia in un grande pianeta connesso.

Noi invece siamo fermi, immobili. Indifferenti.

Nel migliore dei casi in attesa che qualcuno ci regali quello che in altri paesi è già un diritto fondamentale.

Ma è venuta l'ora di prendersela , questa cosa.

Sveglia Italia! Facciamoci la Rete.

Non aspettiamo più il governo che non è stato capace di spendere qualche milione per portare un collegamento minimo a chi oggi non ha nemmeno quello: quasi sei milioni di persone sono ogni giorno escluse senza un vero perchè.

E non aspettiamo nemmeno il parlamento che non ha saputo dedicare una sola seduta a cercare di capire perchè quattro italiani su dieci potrebbero usdare internet e non lo fanno. Ignoranza digitale?

Se così fosse mi parrebbe un raro caso di corrispondenza certi eletti ed i rispettivi elettori.

Un piano nazionale per la banda larga non verrà mai da lì.

Manca la cultura, manca l'interesse.

O forse la rete spaventa chi comanda.

Hai mai visto che servisse da trampolino ad un Obama italiano?

Anche in questa interminabile crisi economica, non mancano invece i soldi per fare quello che si dovrebbe fare subito: portare la fibra ottica nelle case di tutti.

Servono 16 miliardi. Tanti? Dipende.

Sono cinque anni di autoblu, non ne sentiremmo la mancanza se da domani non ci fossero più.

Oppure uno stormo di cacciabombardieri, o il famigerato Ponte.

E' una questione di scelte, di priorità. Ma non solo.

Andate dal capo della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini.

Vi spiegherà perchè i soldi non sono un problema se si parla di Internet.

La Cassa, che gestisce i risparmi di gran parte degli italiani, è pronta a metterceli anche tutti, i fondi necessari,

in prestito o diventando azionista della società della nuova rete, perchè la fibra è un investimento a lungo termine ma sicuro: in un decennio il ritorno è garantito.

A patto che ci sia un vero piano che sancisca due regole:

primo, non ci saranno reti alternative, visto che il nostro piccolo mercato non le giustifica;

secondo, quella vecchia, in rame,  nata per le telefonate e non per navigare il Web, va spenta prima possibile (sennò fa concorrenza a quella in fibra ed itempi per rientrare dell'investimento si allungano).

Purtroppo, senza una forte volontà politica, un piano nazionale è impossibile.

Gli operatori di telecomunicazione fanno il loro mestiere che non coincide quasi mai con l'ineresse del paese.

E non coincide in questo caso dove si tratta di mettere tanti soldi per guadagnare tra dieci anni.

Perchè dovrebbe sbrigarsi a cablare l'Italia un operatore privato come Telecom che le precedenti gestioni hanno lasciato esangue?

E così la risposta è: andiamo avanti piano, pianissimo, dove c'è mercato ed il guadagno è certo.

Con la scusa che oggi non si usa nemmeno tutta la vecchia  rete disponibile.

Come se per fare le ferrovie vi nostri nonni avessero aspettato che ci fossero i passeggeri in fila.

O per fare le autostrade, che ci fosse una macchina per ogni famiglia.

Certe cose si fanno oggi perchè ci faranno crescere domani.

Punto. Ma allora a chi tocca? A noi, cioè ai sindaci, ai presidenti delle province e delle regioni, alle camere di commercio, alle associazioni industriali.

E persino ai sindacati: a chi rappresenta lavoratori, precari e pensionati dico, riprendetevi dalla pubblicità lo slogan

"Internet per tutti" per la prossima manifestazione, se lo leggete bene parla di sviluppo e di lavoro, non di tariffe per telefonini.

Prendiamoci la Rete, quindi.

Se non si può fare un piano per l'Italia, che si faccia un piano per ogni regione.

Chiamiamolo federalismo digitale:  dipende solo da noi.

La lombardia è già partita, e così il Trentino, altri seguranno presto, speriamo.

Noi li seguiremo, ogni giorno,  mese dopo mese.

Faremo il tifo per turri quelli che faranno qualcosa di concreto per costruire un pezzetto di futuro.

Da oggi, sono i nostri eroi.

 

(articolo di Riccardo Luna, WIRED, novembre 2010)

 

 

 

 

Leggi i commenti

Equo compenso a norma UE

Pubblicato su da ronin

La SIAE risponde alla sentenza della Corte di Giustizia UE: siamo conformi, grazie a un sistema di esenzioni e rimborsi. Ma come funziona questo meccanismo?

 

 

All'indomani della notizia della Sentenza con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che gli Stati membri possono esigere il pagamento di un equo compenso per copia privata solo in relazione a tipologie di dispositivi e supporti effettivamente "destinati" - e non già semplicemente "idonei" - alla registrazione di copie private, la SIAE, attraverso una dichiarazione del suo direttore generale, Gaetano Blandini, si è affrettata aprecisare che la normativa italiana sarebbe già coerente con la disciplina Europea.

Nella dichiarazione del DG SIAE, in particolare, si legge che "Circa la precisazione innovativa della Corte, e cioè la non conformità alle norme europee di una applicazione 'indiscriminatà dell'equo compenso per copia privata, è da chiarire che sin dal 2003 - anno in cui è stata recepita in Italia la direttiva comunitaria - trova attuazione in Italia, in particolare nelle procedure della SIAE (ente pubblico al quale la legge demanda l'applicazione della normativa nazionale sulla copia privata), un sistema di esenzioni e rimborsi".
La SIAE, dunque, sembra riconoscere la circostanza che l'attuale disciplina italiana in materia di equo compenso per copia privata prevede, a livello generale, un obbligo di pagamento di detto compenso anche in relazione a dispositivi e supporti per i quali - alla stregua della disciplina europea - esso non sarebbe dovuto ma pare ritenere che la conformità della disciplina nazionale (vale a dire il Decreto Bondi) alla normativa europea sia garantita dal "sistema di esenzioni e rimborsi" la cui gestione è, ex lege, demandata alla stessa SIAE.
Si tratta di una conclusione che non convince affatto.

Come, sebbene solo implicitamente, oggi ammesso dalla stessa SIAE, il Decreto Bondi, in effetti, impone l'obbligo di pagamento dell'equo compenso - salvo, appunto, eccezioni - anche in relazione a dispositivi e supporti tecnicamente idonei alla registrazione di copie private ma non anche a ciò "commercialmente" destinati: solo per fare un esempio l'attuale disciplina non sottrae dall'ambito di applicazione dell'equo compenso dispositivi e supporti acquistati da persone giuridiche e/o da professionisti per finalità estranee all'esecuzione della copia privata.
La possibilità, dunque, di considerare la vigente disciplina italiana conforme alla regolamentazione europea è legata esclusivamente alla possibilità di ritenere a ciò sufficiente il regime di esenzioni e rimborsi gestito, appunto, dalla SIAE.
Tale possibilità deve, tuttavia, essere esclusa.

Leggi i commenti

La meccanica quantistica

Pubblicato su da ronin

La meccanica quantistica si basa essenzialmente sui seguenti principi :

        - 1 -    Principio di indeterminazione (Heinsenberg, 1927) :

                  non si possono  conoscere contemporaneamente posizione 
                  e velocità di un corpo con la precisione che  si  desidera.
                  Vi è un limite naturale invalicabile a questa precisione indicato dalla 
                  costante di Planck (circa 10 alla -30).


                   Questo principio, dal contenuto "drammaticamente" negativo, afferma in altre parole
                   che all'uomo non è dato di "conoscere" la realtà fisica con la precisione che desidera. 
                   Vi è un limite invalicabile insito nella natura stessa delle cose.

                   In altre parole, il disturbo apportato ad un sistema dai processi di misura è qualcosa 
                   di non completamente eliminabile. 

                   Per chiarire questo concetto e dare al principio di indeterminazione una giustificazione 
                   concreta supponiamo di volere misurare la posizione di un elettrone. Per potere fare
                   ciò occorre "illuminarlo" con una raggio di luce. In questo modo si può misurare la sua 
                   posizione. 

                   Per potere misurare la posizione di un elettrone con una certa precisione occorre
                   illuminarlo con luce di lunghezza d'onda almeno dell'ordine delle dimensioni dell'elettrone
                   stesso e per avere una maggiore precisione occorre che la luce abbia una lunghezza
                   d'onda via via minore.

                   Se in un'onda diminuiamo la lunghezza d'onda abbiamo in corrispondenza un aumento
                   della sua frequenza :

                    


                   D'altra parte sappiamo che la luce è costituita da fotoni che non sono altro che 
                   particelle dotate di un'energia pari al prodotto di una costante (la costante di 
                   Planck !) per la frequenza stessa della luce :

                            E = h · ν   (dove  E  è l'energia,  h  è la costante di Planck e  ν  ("ni")  è la frequenza).

                   Illuminando un elettrone con luce di alta frequenza in pratica lo si bombarda con
                   particelle dotate di grande energia. Risultato :

                            nel misurare la posizione dell'elettrone lo disturbiamo a tal punto da imprimergli
                            una grande energia tale da farlo "sbalzare" con una velocità del tutto imprevedibile
                            e questo in misura maggiore aumentando la precisione desiderata :

                    


                   Il principio di indeterminazione può essere anche formulato affermando che i corpi
                   "microscopici" non compiono traiettorie continue per cui, in meccanica quantistica,
                   il concetto di traiettoria continua, che è alla base della meccanica classica, decade :
                   sul movimento dei corpi non si può fare nessuna affermazione deterministica. Al più
                   si può conoscere la probabilità di trovare (facendo una misura) una particella in un 
                   certo punto dello spazio.

                   La meccanica quantistica è quindi una teoria probabilistica in cui si può al massimo
                   determinare (in modo deterministico) la probabilità della posizione di una particella.

                   Né si deve pensare che le particelle seguono "nascostamente" la meccanica classica finché 
                   non vengono "disturbate" da una misura. Se fosse così, per esempio, l'atomo non potrebbe
                   esistere perché i suoi elettroni, ruotando attorno al nucleo e seguendo la meccanica 
                   classica, dovrebbero, per le leggi della meccanica classica stessa, perdere energia sotto 
                   forma di radiazione elettromagnetica e cadere così nel nucleo (cosa che naturalmente 
                   non accade !).

                   In meccanica quantistica si deve rinunciare definitivamente ad ogni nozione di moto
                   in termini di traiettoria continua !!! Al massimo si può pensare che la probabilità di
                   trovare una particella viaggia nello spazio. E' essa (la probabilità) che segue traiettorie
                   classiche !!! 

                   Nella meccanica quantistica le particelle sono probabilistiche mentre le probabilità 
                   sono deterministiche.

                   E' ovvio che con il principio di indeterminazione non è possibile costruire nessuna
                   fisica. Accanto a questo principio ve ne sono altri (riportati qui sotto) dal contenuto 
                   positivo con i quali è possibile costruire una teoria fisica.

        - 2 -    Principio di corrispondenza :

                   la meccanica quantistica non può esistere senza
                   la meccanica classica. Siccome non si può affermare nulla circa il moto dei corpi
                   quantistici (microscopici), per misurarne le proprietà dinamiche (posizione, velocità, 
                   energia ecc.) li dobbiamo fare interagire con oggetti classici (macroscopici) che 
                   seguono la meccanica classica e di cui, quindi, sappiamo "tutto". Tramite le 
                   modificazione di questi oggetti classici (detti "strumenti di misura") siamo così in 
                   grado di avere informazioni sugli oggetti quantistici.

        - 3 -    Principio di sovrapposizione :

                   un corpo (od un sistema di corpi) si può trovare
                   contemporaneamente in più stati. Un corpo può cioè, per esempio, avere 
                   diversi valori di energia. Solo attraverso il processo di misura si determina un
                   valore ben preciso. Più precisamente, un corpo potrebbe essere in uno stato
                   corrispondente all'energia  1  ed dall'energia  2  con una probabilità per ciascuno
                   dei due valori. Potrebbe essere all'energia  1  al  30 %  ed all'energia  2  al
                   70 % . Ciò significa che facendo molte misure, il corpo verrà trovato il  30 %
                   dei casi con energia  1  ed il  70 %  dei casi con energia  2 .

Questi principi sono in apparente antitesi con il "buon senso". La meccanica quantistica è allora
una grande dimostrazione di come il cosiddetto "buon senso" sia erroneo e fuorviante, perché 
prodotto dall'esperienza di vita in un ambiente di cui i nostri sensi ne avvertono solo alcuni aspetti.

La meccanica quantistica diventa la meccanica classica se si considera la costante di Planck nulla,
ovvero se si immagina di considerare grande a piacere la precisione con cui misurare posizione e 
velocità dei corpi.

Considerando che la costante di Planck è molto piccola, la meccanica classica vale molto bene per
un enorme quantità di fenomeni.

Solo quando ci spingiamo nell'infinitamente piccolo (nel mondo degli atomi e delle particelle) essa
non vale più ed è allora che diventa valida la meccanica quantistica.

Descriviamo qui brevemente due importanti effetti quantistici non spiegabili con le teorie classiche. 

02 - Effetto fotoelettrico.

Fra '800 e '900, i fisici erano convinti di avere scoperto e capito tutto. La meccanica classica forniva
una descrizione molto precisa dei moti dei corpi qui sulla terra e su scala planetaria. La teoria di Maxwell 
spiegava una grande vastità di fenomeni elettromagnetici e la termodinamica descriveva con molta 
precisione i fenomeni relativi al calore.

Molti fisici allora pensavano che non vi fosse molto altro da scoprire e da capire.

Vi erano solo alcuni fenomeni, apparentemente di poco conto, che non si riusciva a spiegare con 
le teorie note. Fenomeni molto particolari ma poi rivelatisi tali da scardinare l'intero castello delle 
conoscenze.

Uno di quelli era l'effetto fotoelettrico la cui spiegazione fu data da Einstein nel 1905 e per la quale
successivamente ricevette il premio Nobel.

Per spiegare l'effetto fotoelettrico si dovettero introdurre concetti di meccanica quantistica, concetti
in netta antitesi con le teorie classiche. Fu così che nacque la grande rivoluzione scientifica avvenuta
all'inizio del '900 e che ha portato ad una nuova visione del mondo (che dovremo sicuramente ancora
modificare nel cercare di comprendere la materia/energia oscura).

L'effetto fotoelettrico consiste nella emissione di elettroni quando un metallo è colpito da radiazione 

elettromagnetica
 (diremo, per brevità, dalla luce). Si tratta di un effetto molto usato nella tecnologia, 
si pensi solo alle fotocellule.

        


La caratteristica fondamentale dell'effetto fotoelettrico è quella di avere una soglia di frequenza specifica 
per ogni metallo cioè, il fenomeno avviene solo se la frequenza della radiazione supera un certo valore
tipico di ogni metallo. Se la radiazione non possiede la frequenza giusta, non si ha emissione di elettroni. 

Come ben si sa, gli elettroni delle orbite più esterne dei metalli sono quasi liberi di muoversi a caso nel
reticolo del metallo stesso. Vi è una debole "differenza" di energia che li separa dall'esterno, e se per caso
assumessero tale energia, essi uscirebbero dal metallo. Questa energia che li costringe a stare dentro il
reticolo è tipica di ogni tipo di metallo. Ogni metallo ha al sua energia di estrazione (così è chiamata).

Il fenomeno dell'emissione fotoelettrica è quindi molto chiaro e apparentemente semplice da spiegare.
Vi è però il grosso problema che, dal punto di vista della teoria di Maxwell, un elettrone colpito dalla 
luce dovrebbe assumere energia con continuità fino ad essere in grado di superare la "barriera" ed uscire 
dal metallo. Ogni elettrone, colpito da luce di qualunque frequenza, prima o poi, appena raggiunta l'energia 
sufficiente, dovrebbe uscire dal metallo (secondo Maxwell).

L'evidenza sperimentale, invece, mostra, come abbiamo detto sopra, che luce di frequenza inferiore a quella 
di soglia, per quanto intensa e persistente nel tempo, non produce l'effetto.

Come si risolve la contraddizione fra realtà e teoria ? Ovviamente prendendo coscienza che la teoria è 
sbagliata e bisogna cambiarla. 

Per spiegare l'effetto fotoelettrico si devono introdurre i concetti della meccanica quantistica secondi quali
la luce è costituita da quanti, i fotoni,  particelle dotate di energia proporzionale alla frequenza della 
radiazione :

        E = h · ν 

dove  E  indica l'energia del fotone,  h  è una costante (la costante di Planck) e  ν  (ni) è la frequenza 
della radiazione.

Siccome un fotone cede ad un elettrone dentro il metallo la propria energia, essa sarà in funzione della 
frequenza per cui un elettrone supera la barriera ed esce dal metallo solo se la frequenza della luce 
corrisponde all'energia necessaria.



03 - Effetto Compton.

Colpendo un fascio di elettroni con della luce si ha che molti elettroni vengono deviati nella loro
traiettoria come se fossero stati urtati da particelle. Il fenomeno è spiegabile supponendo che la 
luce, come afferma la meccanica quantistica, sia formata da fotoni che si comportano negli urti 
come vere e proprie particelle.

        


Questo effetto non è descrivibile secondo la teoria di Maxwell.

Leggi i commenti

Ansia di parlare in pubblico. Consigli per superarla

Pubblicato su da ronin

Cosa succede se il panico ci blocca e ne risentono la sfera lavorativa e quella privata? L'ansia può essere affrontata e combattuta.Quante volte ci siamo sentiti bloccati dal panico prima di un intervento in una riunione, piuttosto che in una conferenza o un ringraziamento in pubblico? Il cuore batte velocemente, le mani sudano e la bocca diventa secca, siamo immobilizzati al punto che non riusciamo a concentrarci sul nostro discorso ma solo sulla reazione del nostro corpo.  Più ci preoccupiamo che questi sintomi divengano visibili agli altri, più questi aumentano, fino a sfociare in attacchi di panico in casi più estremi.Alcuni la chiamano ansia di parlare in pubblico, altri ansia sociale, altri ancora semplicemente timidezza; per quelli – e sono molti – che si trovano ad affrontare questo disagio quotidianamente, è un vero e proprio problema. Le persone che incontrano giornalmente questa difficoltà sono molte più di quelle che pensiamo: una su 5 ha, almeno in parte, avuto questa esperienza. Questo disturbo, coglie tutti impreparati, dagli studenti, ai dirigenti, dagli attori ai professori, creando molti disagi che spesso possono influenzare negativamente lo stile di vita fino a limitarne drasticamente la libertà: modelle si rifiutano di incontrare persone al di fuori della passerella, attori ricorrono a beta bloccanti per ridurre la pressione sanguigna, studenti rimandano gli esami, managers rifiutano promozioni, e così anche politici e persone dello spettacolo affrontano numerose difficoltà.L'ansia si manifesta sia fisicamente che psicologicamente; il primo passo è quello di individuare come. Molte persone avvertono una sudorazione profusa, altre tremori, secchezza della bocca, rossore, giramenti di testa, aumento dei battiti cardiaci, mentre i pensieri si fanno via via più confusi; il passo successivo è quello di "entrare nel pallone". Il corpo si prepara a quello che in inglese viene chiamato "fight or flight", combattere o scappare, ovvero mossa istintiva del nostro corpo di fronte a un pericolo; di certo molti ora staranno pensando che preferirebbero affrontare un leone piuttosto che una platea!Spesso è un eccesso di energia, che sfugge al nostro controllo, a provocare queste reazioni fisico-psicologiche, e la conseguente paura di essere giudicati male, di non essere all’altezza, di fallire ci porta ad evitare di esporci. È necessario canalizzare questa energia, utilizzandola a nostro favore. Alcuni dei consigli più diffusi:

  • Non procrastinare. Sfruttare tutte le occasioni che si presentano per confrontarsi ed esporsi, partendo da piccoli contesti.
  • Praticare! Di fronte a uno specchio o con un amico, concentrandosi sulle nostre reazioni e focalizzarle, per poi essere in grado di deviarle.
  • Focalizza le tue paure, sono davvero motivate? Pensare che una platea, o i colleghi possano alzarsi e tirarvi pomodori è realistico? Pensare che vi possano cadere gli slides? Che ne dite di raccoglierli? I nostri interlocutori non sono nemici.
  • Non siamo i più severi critici di noi stessi.
  • Dress for success. Un abbigliamento consono alla situazione, comodo e confortevole vi farà sentire a proprio agio.
  • Non memorizzare! Ridurre il discorso a parole chiave aiuterà a non incastrarvi e ad essere più naturali e tranquilli.
  • Accompagnarsi con aiuti visivi, servono a distogliere l’attenzione su di te e a suggerirti il passo successivo.
  • Pensa positivo.

Respirare con il diaframma – inspirazione, pancia in fuori e viceversa – aiuta a rilassarsi e mantenere la concentrazione. Immaginarsi in una situazione di successo, con una platea che annuisce entusiasta vi caricherà. Ricordiamo che sono i pensieri a creare i comportamenti e quindi le emozioni. Se visualizzerai te stesso vincente, sarai un vincente!

Leggi i commenti

lentamente muore.......

Pubblicato su da ronin

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi
non cambia la marca, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di
uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
 
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza
per l'incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire
ai consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi
non trova grazia in se stesso. 
 
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i giorni a
lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
 
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli
argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
 
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran
lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
 
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
 
(Martha Medeiros)   

Leggi i commenti

Equo compenso, la riscossa

Pubblicato su da ronin

 

 

È una Sentenza che, in poche ore, ha fatto il giro dell'intera Europa quella con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha ridimensionato gli appetiti delle major dell'audiovisivo e delle società di intermediazione dei diritti come l'italica SIAE, in materia di equo compenso. I Giudici di Lussemburgo, infatti, hanno messo nero su bianco un principio che, in realtà, appariva ovvio a tanti, ma che i Governi di molti Paesi - complice un'incessante ed infaticabile attività di lobbying da parte dell'industria dei titolari dei diritti - negli ultimi anni hanno, deliberatamente, scelto di ignorare: l'equo compenso per copia privata deve necessariamente essere ancorato all'effettivo utilizzo - ancorché identificato solo su base presuntiva - del supporto o del dispositivo per la realizzazione di una copia privata.
La semplice idoneità di una tipologia di supporto o dispositivo alla registrazione di una copia privata così come la sua capacità di registrazione non possono rappresentare - e la Corte di Giustizia lo dice senza reticenze ed ambiguità - il presupposto impositivo per l'obbligo di pagamento dell'equo compenso per copia privata.

"L'art. 5(2)(b) della Direttiva 2001/29 deve essere interpretato - scrivono i giudici - nel senso che è necessario un rapporto tra l'applicazione dell'equo compenso per copia privata in relazione ad un dispositivo o supporto ed il suo utilizzo per l'esecuzione di una copia privata". Aggiunge, inoltre, la Corte di Giustizia - dando così inequivocabilmente ragione a quanti, anche in Italia, avevano sostenuto tale argomento, già all'indomani dell'approvazione del famigerato Decreto Bondi - che "conseguentemente, l'indiscriminata applicazione dell'equo compenso, in particolare, in relazione a dispositivi o supporti distribuiti a soggetti diversi dai consumatori e evidentemente riservati ad usi diversi dall'effettuazione di copie private, è incompatibile con la disciplina europea contenuta nella Direttiva 2001/29".
Impossibile essere più chiari di così.

La Corte di Giustizia ha fornito la propria interpretazione della disciplina europea della materia a margine di un giudizio tutto spagnolo pendente tra la SGAE - cugina spagnola della SIAE - e la Padawan SL, società di diritto spagnolo operante nel mercato della commercializzazione di supporti di registrazione. Ma, evidentemente, il principio sancito dalla Corte entra a far parte dell'Ordinamento europeo ed è, pertanto, destinato a spiegare i suoi effetti negli Ordinamenti di tutti i Paesi membri.
Ogni norma di legge o regolamento, italiano, francese o, piuttosto tedesco, in materia di equo compenso incompatibile con la disciplina europea della materia, come interpretata dalla Corte di Giustizia UE nella Sentenza del 21 ottobre scorso, dovrà, semplicemente, essere disapplicata dai giudici nazionali senza bisogno di tornare a Lussemburgo a chiedere una nuova decisione della Corte. Proprio per questo gli effetti della recente pronuncia della Corte sono dirompenti e valgono centinaia di milioni di euro in tutta Europa, centinaia di milioni di euro sin qui incassati a titolo di equo compenso, indebitamente, dalle società di intermediazione dei diritti e redistribuiti - in modo più o meno equo - tra i titolari dei diritti.

Leggi i commenti

la teoria delle stringhe

Pubblicato su da ronin

 

La teoria delle stringhe prende le mosse da un articolo del fisico teorico Gabriele Veneziano per spiegare le peculiarità del comportamento degli adroni. Durante gli esperimenti condotti negli acceleratori di particelle, i fisici avevano osservato che lo spin di un adrone non è mai maggiore di un certo multiplo della radice della sua energia. Nessun semplice modello adronico, come quello di renderli composti da un serie di particelle più piccole legate insieme da un qualche tipo di forza, era in grado di spiegare tali relazioni. Nel 1968 Veneziano trovò che una funzione a variabili complesse creata dal matematico svizzero Leonhard Euler (latinizzato Eulero), la funzione beta, si adattava perfettamente ai dati sull'interazione forte. Veneziano applicò la Funzione Beta di Eulero
alla forza forte, ma nessuno sapeva spiegarsi perché funzionasse.

Nel 1970, Yoichiro Nambu, Holger Bech Nielsen, e Leonard Susskind presentarono una spiegazione fisica per la straordinaria precisione teorica della formula di Eulero. Rappresentando la forza nucleare attraverso stringhe vibranti ad una sola dimensione, questi fisici mostrarono come la funzione di Eulero descrivesse accuratamente queste forze. Ma anche dopo che i fisici ebbero proposto una possibile spiegazione fisica per l'intuizione di Veneziano, la descrizione che le stringhe davano della forza forte faceva predizioni che contraddicevano direttamente le esperienze. La comunità scientifica perse presto interesse nella teoria delle stringhe, e il modello standard, con le sue particelle e i suoi campi, rimase a farla da padrone.

Poi, nel 1974, John Schwarz e Joel Scherk, e indipendentemente Tamiaki Yoneya, studiarono i modelli con caratteristiche da messaggero della vibrazione di stringa e trovarono che le loro proprietà combaciavano esattamente con le particelle mediatrici della forza gravitazionale — i gravitoni. Schwarz e Scherk argomentarono che la teoria delle stringhe non aveva avuto successo perché i fisici ne avevano frainteso gli scopi.

Questo condusse allo sviluppo della teoria di stringa bosonica, che è ancora la versione insegnata a molti studenti. Il bisogno originario di un'indipendente teoria degli adroni è stata accantonata con la nascita della cromodinamica quantistica, la teoria dei quark e delle loro interazioni. Ora si spera che o la teoria delle stringhe o qualcuna derivata da essa comporterà una comprensione fondamentale degli stessi quark.

La teoria di stringa bosonica è formulata in termini di azione di Polyakov, una quantità matematica che può essere usata per prevedere come le stringhe si muovono nello spazio-tempo. Applicando le idee della meccanica quantistica all'azione di Polyakov — procedura nota come quantizzazione — si può dedurre che ogni stringa può vibrare in molti modi diversi, e che ogni stato di vibrazione rappresenta un tipo diverso di particella. La massa di cui è dotata la particella e i vari modi in cui può interagire, sono determinati dai modi in cui la stringa vibra — essenzialmente, dalla nota che la stringa vibrando produce. La scala delle note, ad ognuna delle quali corrisponde una particella, è denominata "spettro energetico" della teoria.

Questi primi modelli includevano sia stringhe aperte, che hanno due punti terminali definiti, che stringhe chiuse, dove gli estremi sono congiunti a formare un anello, un loop. I due tipi di stringa si comportano in maniera leggermente diversa, producendo due spettri. Non tutte le moderne teorie delle stringhe usano entrambi i tipi; alcune comprendono solo le tipologie chiuse.

Comunque, la teoria bosonica comporta dei problemi. Fondamentalmente, la teoria ha una peculiare instabilità, portando al decadimento dello stesso spazio-tempo. In più, come il nome suggerisce, lo spettro di particelle contiene solo bosoni, particelle come il fotone con spin intero. Sebbene i bosoni siano un ingrediente indispensabile nell'universo, non sono i suoi unici costituenti. Investigando su come una teoria delle stringhe debba includere i fermioni nel suo spettro conduce alla supersimmetria, una relazione matematica tra bosoni e fermioni che è ora un settore di studio indipendente. Le teorie delle stringhe che includono vibrazioni fermioniche sono conosciute come teorie delle superstringhe; ne sono stati descritti parecchi tipi diversi.

Tra il 1984 e il 1986, i fisici compresero che la teoria delle stringhe avrebbe potuto descrivere tutte le particelle elementari e le interazioni tra loro, e centinaia di loro iniziarono a lavorare sulla teoria delle stringhe come l'idea più promettente per unificare la fisica. Questa prima rivoluzione delle superstringhe era iniziata dalla scoperta di un anomalo annullamento nella teoria delle stringhe di tipo I da parte di Michael Green e John Schwarz nel 1984. L'anomalia venne eliminata grazie al meccanismo di Green-Schwarz. Altre inaspettate e rivoluzionarie scoperte, come la stringa eterotica, vennero fatte nel 1985.

Negli anni novanta, Edward Witten e altri trovarono forti prove a dimostrazione che le differenti teorie delle superstringhe sono diversi limiti di una sconosciuta teoria a undici dimensioni chiamata M-teoria. Queste scoperte stimolarono la seconda rivoluzione delle superstringhe. Quando Witten la chiamò M-teoria, non specificò per cosa stesse la M, presumibilmente perché non si sentiva in diritto di denominare una teoria che non era in grado di descrivere interamente. Indovinare per cosa stia la M è diventato una sorta di gioco tra i fisici teorici. La M talvolta viene fatta corrispondere a Mistero, Magia o Madre. Ipotesi più serie includono Matrice o Membrana. Sheldon Glashow ha notato che la M può essere un rovesciamento di W, iniziale di Witten. Altri ipotizzano Mancante, Mostruoso o anche Murky (oscura). Secondo lo stesso Witten, come detto in PBS documentary, basato su "The Elegant Universe" di Brian Greene, la M in M-teoria sta per "magia, mistero, o matrice a piacere."

Alcuni recenti sviluppi nel campo delle D-brane, oggetti che i fisici hanno scoperto, possono anche essere incluse in alcune teorie che comprendono stringhe aperte della teoria delle superstringhe.

Leggi i commenti

Teorie innatiste, comportamentiste e relativiste

Pubblicato su da ronin

 

Per le teorie innatiste, leader si nasce. Per le teorie comportamentiste, invece, lo stile di leadership è influenzato dal comportamento del gruppo che il capo è chiamato a dirigere. Infine, per le teorie relativiste non esiste uno stile di leadership valido in ogni situazione, ma esso vada scelto in base a fattori ambientali

Tantissime sono le teorie che si sono sviluppate sul tema degli stili di leadership.

Tali teorie sono riconducibili a tre filoni differenti:

  • le teorie innatiste;
  • le teorie comportamentiste;
  • le teorie relativiste.

Le teorie innatiste si fondano sull'idea che essere leader dipende da qualità innate del soggetto che lo rendono capace di guidare un gruppo e di ottenere la sua fedeltà. Il leader, dunque, ha una serie di caratteristiche personali che lo rendono tale. Egli è dotato di intelligenza, di determinazione, di spirito di iniziativa, di capacità di assumersi le responsabilità, di gestire e di imparare dalle sconfitte ed è dotato di ottime capacità relazionali. Di conseguenza,il leader è colui che ha carisma, genio e intelligenza.

Le teorie comportamentiste osservano il leader sia in base ai suoi comportamenti che agli effetti che questi producono sul gruppo in termini di soddisfazione e di risultati conseguiti. Pertanto lo stile di leadership più adeguato dipende dal comportamento del gruppo.

Tra i principali fautori di queste teorie ci sono White e Lippit che individuano tre stili di leadership: autoritario, democratico e permissivo, come pure troviamo la teoria della X e della Y di McGregor che ritiene che sia valida la leadership autoritaria in presenza di un individui passivi, pigri e poco responsabili, mentre è più opportuna la leadership democratica nel caso di individui che non hanno una natura passiva e non presentano un atteggiamento ostile nei confronti della direzione aziendale.

Nelle teorie innatiste, come in quelle comportamentiste si pone l’accento soprattutto sui fattori personali: quelli del leader nelle prime, quelli del gruppo nelle seconde. Entrambi questi filoni, inoltre, si basano sul presupposto che esiste un solo stile di leadership valido in assoluto: ogni autore cerca di capire quale sia tale stile.

Le teorie relativiste si fondano sull’idea che non esiste uno stile di leadership unico e migliore degli altri sempre e in ogni situazione. Esistono, invece, stili più adatti in determinati contesti o situazioni e meno adatti in altri. I fattori che possono far optare per uno stile di leadership piuttosto che per un altro sono vari, come ad esempio le peculiarità dei collaboratori, il contesto ambientale, la cultura dell’organizzazione, la natura dei compiti. Occorre, quindi, scegliere, di volta in volta, lo stile di leadership più adatto al contesto aziendale.

Nelle teorie relativiste, quindi, sono considerati fondamentali i fattori ambientali. Rientrano tra queste teorie, ad esempio, quella del continuum e le teorie delle fasi.

 

Leggi i commenti

Psicopatologia della vita quotidiana

Pubblicato su da ronin

 

La capacità di prendere decisioni e le conseguenze relative sono molto più condizionate dallo stato emotivo di quanto anche i più "razionalisti" ritengano e l'aver tempo non aiuta se non lo si sfrutta a dovere

L'importanza e la strategicità del fatto è stata consolidata dal lavoro dei nobel Kahneman-Twersky che con le loro ricerche si sono concentrati sulle modalità con cui prendiamo le decisioni, soprattutto in condizioni di incertezza e di carenza di risorsa tempo.

Attraverso alcuni esperimenti, hanno dimostrato che il modo in cui elaboriamo una situazione può influenzare notevolmente il modo in cui la affrontiamo. Fin qui nulla di nuovo. Potremmo applicare il buon senso del "pensaci bene prima di decidere, fatti consigliare...", ma se il tempo ci comprime ad un bivio? Nelle situazioni in cui prevediamo una perdita, siamo inclini ad accettare i rischi, quando invece riflettiamo su una vincita diventiamo più prudenti: vogliamo semplicemente aggrapparci a qualcosa di sicuro.

Questo schema sembra derivare dall'approccio umano alla percezione del rischio. Esistono sostanzialmente due sistema per valutarlo, il primo innato, istintivo l'altro che prevede un analisi più ponderata. La percezione del rischio risiede in gran parte nell'area dei sentimenti quindi nel primo sistema. Il problema è che la decisione dovrebbe essere frutto di analisi razionali del rischio in termini di valutazione delle probabilità di succeso-insuccesso che sistematicamente viene "bypassata".

Se investendo perdiamo soldi, non cambiamo strategia uscendo dall'impegno perchè sarebbe rimangiarsi l'idea che avevamo scelto, la sensazione negativa ci oscura la visibilità razionale, si cerca di negare il problema. Ben più critici e pronti all'azione se stiamo guadagnando, quello che appare col segno "+" è gia nostro! E abbiamo fretta di concludere.

Uno dei fattori meno scontati che influenzano il modo di decidere è il tempo: se le conseguenze sono temporalmente lontane siamo disposti a correre rischi maggiori, mentre se le stesse sono immediate diventiamo più prudenti, ma visto che la tendenza istintiva è di "rimandare le decisioni" e anche quando vi sarebbe l'opportunità, finiamo per avvalerci del Last Minute Decision.

I "buoni manager" questo lo sanno e volutamente non dedicano molto tempo in modo continuativo a ciascun problema rivalutandolo più volte, come se ciascuno fosse quello decisivo, cercando di mantenere lucidità e prontezza, non sempre però valorizzando in giusta misura l'analisi probabilistica associata al rischio sulle conseguenze e implicazioni: grande fiuto, ma a volte poca lungimiranza sistematica.

 

Leggi i commenti