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l'altra faccia della spirale

Carrier IQ, storia infinita

Pubblicato su da ustorio

Come avevamo previsto lo scandalo “Carrier IQ“, il famoso software spione che avrebbe la possibilità di registrare ogni nostra operazione compiuta sul nostro smartphone, sta continuando ad allargarsi e ogni giorno arrivano nuove clamorose rivelazioni. L’ultima riguarda una possibile implicazione niente di meno che dell’FBI. Già proprio l’FBI americana avrebbe negato l’accesso ai dati in suo possesso riguardanti l’uso del Carrier IQ. All’ente governativo americano era arrivata infatti una richiesta da parte di MuckRock, un sito Web attraverso il quale i cittadini americani possono richiedere alcune tipologie di dati governativi e oltre che riservati, di consegnare i loro database sull’utilizzo di Carrier IQ.

L’FBI ha risposto invece picche asserendo che la documentazione in loro possesso ha valore legale e attualmente è anche utilizzata in alcuni casi giudiziari.

Ma questa risposta della Federal Bureau of Investigation ha una valore molto importante perché l’ente governativo americano non solo ammette di conoscere bene Carrier IQ, ma anche di utilizzarlo. A questo punto la domanda che tutto il mondo si pone è se l’FBI ha utilizzato e utilizza Carrier IQ dietro mandato di un tribunale o se l’utilizzo di questo software spia è stato del tutto arbitrario. Ci si chiede dunque se l’FBI non si sia permesso illegittimamente di spiare i cittadini americani per fini sconosciuti.

Si apre quindi un nuovo misterioso capitolo dello scandalo Carrier IQ e dopo le presunti gravi implicazioni dei gestori di telefonia americani che molti ritengono essere loro ad aver chiesto l’inserimento di questo software spia, ecco inserirsi pure l’FBI che adesso viene messo all’indice per una possibile gravissima violazione della privacy.

Tuttavia fonti ben informate dicono che siamo solo all’inizio delle rivelazioni e che ben altri nomi più altisonanti verranno coinvolti nello scandalo Carrier IQ

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Gli ordini professionali nell’era di Groupon

Pubblicato su da ustorio

Scoppia in Italia una diatriba fra Groupon e gli ordini professionali: oggetto del contendere i servizi a prezzi stracciati. Chiamata in causa l'antitrust.


Nel paese degli ordini professionali e dei tabellari era soltanto questione di tempo: Groupon è al centro di un’accesa battaglia sulle sue offerte di prestazioni sanitarie a prezzi stracciati, che ha fatto infuriare l’Ordine dei medici e che ha portato addirittura a chiamare in causa l’antitrust.

La questione è da tempo all’attenzione di molti ordini professionali: medici, architetti ed anche avvocati. Come far convivere le prescrizioni anti-commerciali di alcune professioni con il moderno marketing online? La scintilla è scoppiata a Bologna, dove l’Ordine dei medici ha puntato il dito contro le offerte in saldo di prestazioni mediche quali pulizie dentali, pap test, visite dermatologiche che si trovano comunemente su Groupon. Battaglia presa subito in carico dalla Federazione Nazionale che ha creato una pagina intitolata “No al discount di una falsa sanità“, ove si legge:

Cosa nascondono i prezzi stracciati di certe prestazioni medico-odontoiatriche in Italia come all’estero? E inoltre: sono davvero trasparenti e piene di “senso civico” le campagne mediatiche volte a trasformare in un procedimento penale o comunque risarcitorio ogni rapporto con il mondo medico?

La risposta dell’Ordine è una paventata denuncia all’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato nella quale si chiede «l’apertura di una formale indagine volta a verificare la scorrettezza della pratica commerciale denunciata, adottando altresi con provvedimento cautelare ogni misura ritenuta idonea a impedire il procrastinarsi del danno che deriva ai consumatori».

 

L’Ordine però arriva secondo, perché Groupon ha chiesto per primo l’intervento dell’antitrust, convinto com’è che la minaccia di espulsione ai medici che offrano questi servizi sottocosto (com’è successo a Bologna, dove sono stati convocati 15 medici rei di aver promosso le loro prestazioni sul sito) sia contro la libertà di mercato. E con qualche ragione, visto che i tariffari sono già stati eliminati da un decreto dell’ex ministro Bersani e che in questi anni la legislazione è coerentemente indirizzata alla cosiddettaderegulation, tanto che sulla scrivania di Mario Monti c’è il piano per eliminare molti ordini professionali ed i relativi diktat. Questi i commenti del legale di Groupon Roberto Panetta e di Boris Hageney, responsabile Groupon Italia:

Con queste azioni l’ordine dei medici tende a restringere il mercato, che invece deve essere libero. (…) Per noi quella sanitaria è una categoria importante su cui facciamo controlli aggiuntivi rispetto a quelli degli altri partner. Abbiamo cominciato l’anno scorso coi dentisti e abbiamo visto che la richiesta era forte. Eseguiamo controlli sulla qualità, abbiamo tutto l’interesse a trattare bene il cliente.

Ora l’antitrust dovrà esprimersi, cercando una soluzione a questa diatriba che non è solo di principio, ma si inserisce altresì nel clima di grave crisi economica e di scontro fra consumatori e fornitori di servizi. Tanto che, in un tipico paradosso italiano, se questa denuncia da parte degli ordini è fatta, formalmente, per difendere i diritti dei cittadini, le associazioni dei consumatori sono tutt’altro che restie ad aprire a nuove forme concorrenziali dentro settori storicamente ingessati.

Ovviamente conta alla fine la qualità del servizio erogato, ma Groupon è un sito che promuove “in perdita” determinate prestazioni per 24 ore, laddove il prezzo sarebbe molto più alto, in una logica di acquisizione di clienti e di rete che non ha bisogno – almeno teoricamente – di lucrare su eventuali mancanze di controlli o di professionalità.

Che sia contro la deontologia di alcuni Ordini è da stabilire e saranno i tesserati stessi a deciderlo nel rispetto delle leggi nazionali e degli statuti. Ma la questione sul tavolo resta: chi sconta così tanto prestazioni mediche o legali fa concorrenza o dumping? Dove finisce la denuncia per una corretta informazione e inizia una difesa corporativa?

Fonte: Federazione Nazionale Ordini medici chirurghi e odontoiatri




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Censis, la fotografia dell'Italia in crisi

Pubblicato su da ustorio

Un paese fragile, isolato ed eterodiretto. Calano produttività e occupazione, giovani penalizzati, classi dirigenti deboli. Il rapporto Censis.

 

Nel picco della crisi del 2008-2009 l'Italia aveva dimostrato una tenuta superiore a tutti gli altri paesi, guadagnandosi una "good reputation", una buona reputazione internazionale. Ora, invece, siamo"fragili, isolati ed eterodiretti". L'analisi è firmata dal Censis, che ha appena pubblicato il 45° rapporto sulla situazione sociale del paese 2011. E che descrive un paese che a livello economico vede un calo di produttivitàservizioccupazione, in quest'ultimo caso con i giovani particolarmente penalizzati. A livello sociale, fra le altre cose, si registrano un calo di fiducia nelle istituzioni e la riscoperta del valore della repsonsabilità collettiva davanti alla crisi.

Il Censis offre un'analiasi della crisi. La fragilità di questi ultimi tempo «viene dal non governo dellafinanza globalizzata» e «si esprime sul piano interno con un sentimento di stanchezza collettiva e di inerte fatalismo rispetto al problema del debito pubblico».

Siamo isolati «perché restiamo fuori dai grandi processi internazionali (rispetto all’Unione europea, alle alleanze occidentali, ai mutamenti in corso nel vicino Nord Africa, ai rampanti free rider dell’economia mondiale)».

E siamo eterodiretti «vista la propensione degli uffici europei a dettarci l’agenda». Qui il riferimento va probabilmente alle diverse lettere, da quella di quest'estate della Bce a quella autunnale dellaCommissione, che rispettivamente da Francoforte e da Bruxelles sono arrivate a Roma per "suggerire" misure anche molto specifiche da intraprendere per uscire dalla crisi.

Quelli che invece vengono definiti «i nostri antichi punti di forza», come «la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi, nelle strategie d’impresa», non riescono più a funzionare. Qui c'è una considerazione interessante, da molti punti di vista: «Viviamo esprimendoci con concetti e termini che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita collettiva (basti pensare a quanto hanno tenuto banco negli ultimi mesi termini come default, rating, spread, ecc.) e alla fine ci associamo ? ma da prigionieri ? alle culture e agli interessi che guidano quei concetti e quei termini».

Dunque c'è un primato dell'economia finanziaria che è in realtà uno dei motivi della crisi. Per uscirne, bisogna tornare al «primato dell'economia reale», in un paese in cui imprenditorialità, anche di piccola e media dimensione, coesione sociale, forza economica e finanziaria delle famiglie, patrimonializzazione immobiliare, sistema bancario radicato sul territorio, welfare, sono fattori ancora essenziali per superare la crisi.

Vediamo un pò di cifre di questa crisi: fra il 2007 e il 2010 è calato il numero degli occupati di 980mila unità. Nel 2010 quasi un giovane su quattro fra i 15 e i 29 anni non studiava nè lavorava, un primato a livello europeo.

Nell'arco del decennio, invece, gli occupati sono aumentati del 7,5%, ma il pil è cresciuto in termini reali solo del 4%, contro il 9,7% della Germania e l'11,9% della Francia, paesi in cui gli incrementi occupazionali sono stati più bassi che da noi, rispettivamente del 3 e del 5,1%.

E' sceso parecchio l'indice di produttività, che era a 117  ed è sceso nel 2010 a 101, contro il 133 della Francia, il 124 della Germania, il 108 della Spagna e il 107 del Regno Unito.

Fra le cause del ristagno economico, viene individuato il deficit di classi dirigenti. I vertici decisionali si sono ridotti di 100mila unità fra il 2007 e il 2010, passando da 553mila a 450mila, ovvero dal 2,4% al 2% degli occupati. Si tratta di una fascia sociale in cui prevalgono fortemente gli uomini, e in cui le donne, che sono un quinto del totale, tendono ulteriormente a diminuire. Gli under 45, che sono quasi il 60% degli occupati totali, rappresentano meno del 40%. La quota di laureati è del 36,4%. Dunque, riassumendo: poche donne, età media elevata, qualificazione formativa non eccellente sono elementi della debolezza delle classi dirigenti.

 

 

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Carrier IQ, scandalo senza fine

Pubblicato su da ustorio

L'impatto del rootkit spione per smartphone si estende e coinvolge anche la politica, le autorità di controllo e i prevedibili avvocati. Tutti provano a smarcarsi: noi non spiamo, analizziamo le performance

 

 Lo scandalo Carrier IQ è esploso e ora è più che mai inarrestabile: la scoperta del rootkit installato su "150 milioni" di dispositivi mobile (smartphone e tablet) - come orgogliosamente dichiarato dalla società produttrice - sta scatenando un putiferio, e che la faccenda sia di quelle parecchio serie lo dimostra la gara tra le aziende mobile a chi si smarca prima dalla presunta opera di spionaggio onnicomprensivo messa a disposizione dal software.

È prima di tutto Carrier IQ stessa a provare a negare le accuse di violazione della privacy, delle leggi che limitano il tecnocontrollo e ogni genere di EULA e contratto con i consumatori che un sistema del genere porta con sé: "Sebbene alcuni individui abbiamo scoperto che il software Carrier IQ accede a una gran quantità di informazioni - 
spiega la società - il nostro software non registra, archivia o trasmette il contenuto dei messaggi SMS, delle email, fotografie, audio o video".
Il client di Carrier IQ serve a misurare meglio le prestazioni e a spiegare ad esempio quale "app" consuma più energia (e quindi batteria) delle altre, dice Carrier IQ, non certo a spiare il mondo intero di utenti smartphone-dipendenti.

Sarà tutta una questione di "misurazione di performance", ma a quanto pare proprio nessuno degli operatori mobile è disposto a farsi trascinare nel fango assieme al nome di Carrier IQ: Apple 
dice di aver usato il rootkit (ma solo in modalità diagnostica) in passato ma di aver interrotto il supporto a partire da iOS 5, Google rassicura di non avere alcun rapporto con Carrier IQ e che la natura "open source" di Android impedisce loro di avere il pieno controllo su quello che i carrier o i produttori OEM combinano con il sistema.

Il fuggi-fuggi dall'appestato Carrier IQ coinvolge anche i suddetti produttori OEM: HTC rivelache il rootkit è un obbligo richiesto da "un certo numero di carrier USA" e quindi la responsabilità va addossata a questi ultimi, RIM dichiara di non pre-installare il rootkit né di autorizzare i carrier a installarlo sui suoi BlackBerry.

E i carrier? Almeno uno di questi (Sprint) ammette di ricevere informazioni provenienti da Carrier IQ, ma solo per "analizzare le performance del nostro network e identificare dove dovremmo migliorare il servizio. "Raccogliamo abbastanza informazioni per comprendere l'esperienza del cliente con i dispositivi sulla nostra rete e su come affrontare qualsiasi problema di connessione - 
dice Sprint - ma non guardiamo e non possiamo guardare ai contenuti dei messaggi, delle foto, dei video ecc. attraverso l'uso di questo strumento".

Tutti negano, tutti smentiscono, tutti si smarcano e intanto lo scandalo monta e gli utenti si allarmano: 
le prime app (Android) per cercare di scovare la presenza del rootkit sul proprio cellulare sono già in circolazione, così come fioccano le guide anti-Carrier IQ e gli elenchi online delle aziende che sostengono di non aver installato il software o dei dispositivi risultati puliti alla scansione.

Ma i guai per Carrier IQ, i produttori OEM e gli operatori telefonici si fanno grossi quando entrano in gioco la politica, le istituzioni e gli avvocati: il senatore USA Al Franken ha spedito a Carrier IQ 
una sorta di ultimatum con l'obiettivo di conoscere, entro la data limite del 14 dicembre, quali e quanti dati vengono registrati, archiviati e intercettati, quali e quante società hanno accesso ai dati, quali e quante leggi federali statunitensi Carrier IQ e sodali potrebbero aver infranto con lo opera di spionaggio di massa senza autorizzazione.

Anche in Europa il fronte istituzionale si fa caldo: il Garante per la Privacy italiano Francesco Pizzetti 
conferma di aver aperto "un'istruttoria per analizzare meglio le segnalazioni relative ai software spai" con tanto di verifica sui cellulari commercializzati nel Belpaese, in Germania il garante Thomas Kranig ha convocato Apple per sapere di più sulla faccenda.

Ultima, prevedibile ciliegina sulla torta dello scandalo Carrier IQ sono le cause legali multi-milionarie, già in arrivo a soli pochi giorni dalla scoperta dell'esistenza del rootkit per smartphone: la prima lista di società trascinate alla sbarra comprende naturalmente Carrier IQ, Samsung e HTC, chiamate a rispondere dell'accusa di violazione della legge federale USA sulle intercettazioni (Federal Wiretap Act). Il rischio è di 
pagare 100 dollari per ogni giorno in cui la violazione ha avuto luogo. Ed è solo l'inizio.

 

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Pensioni: in arrivo una class action, e le baby pensioni?

Pubblicato su da ustorio

In 18 anni, le pensioni hanno perso il 49,3% del loro potere d'acquisto. E il Codacons fa causa allo Stato. Intanto i baby pensionati...

 

Il Codacons, l'associazione di difesa dei consumatori e dell'ambiente, ha fatto partire una mega class action in favore dei pensionati e del potere d'acquisto delle loro pensioni, che in 18 anni è sceso del 49,3%. Come del resto è successo a gran parte dei lavoratori dipendenti di quasi tutti i livelli

In una nota, il Codacons ha spiegato che questa azione legale collettiva punta a chiedere al governo "per tutti gli anziani pensionati, agevolazioni fiscali, sconti, servizi sociali e farmaci gratis". Per aderire all'azione, proposta in base al Decreto Legislativo 198/2009, occorre collegarsi al sito www.codacons.it e seguire le istruzioni contenute.

I dati sono emblematici: i pensionati sono 16,8 milioni, di cui circa la metà percepisce un assegno che circa di 500 Euro al mese mentre una grande percentuale - circa 4 su 5 - non arriva alla fatidica soglia dei 1.000 Euro. L'obiettivo dell'associazione è quello di spingere il Governo a prendere provvedimenti in merito attraverso misure che possano migliorare questa situazione che rende la vita difficile a molti anziani.

Sulla materia è intervenuto anche il leader legista Umberto Bossi, che ha avanzato l'ipotesi di istituire delle "gabbie previdenziali, per poter ottenere in proporzione a quanto si paga". Proprio il delicato tema delle pensioni ha spinto in piazza i sindacati, che nei giorni scorsi hanno lanciato slogan di protesta e hanno sottolineato che per far crescere le pensioni occorre prima far crescere il lavoro.

"Le pensioni italiane sono tra le più basse d'Europa e sono quelle sottoposte alla maggiore pressione fiscale. Senza cotnare che , dall'altro il costo della vita aumenta e con l'avvento dell'Euro il potere d'acquisto si è quasi dimezzato provocando danni enormi" ha detto il presidente Codacons, Carlo Rienzi".

Il "malfunzionamento" del sistema pensionistico, comunque, è causato anche dal fatto che - per esempio - ci siano 531.752 baby pensionati, che costano allo Stato 9,45 miliardi di Euro ogni anno. "In pratica - ha calcolato Confartigianato - è come se ciascuno dei 24.658.000 lavoratori italiani pagasse per questo una tassa di 6.630 euro".

In pratica si tratta di pensioni di vecchiata di anzianità concesse in maniera legale ma molto criticabile a lavoratori pubblici e privati andati in pensione con meno di 50 anni di età. In alcuni casi, questi super fortunati - o privilegiati - si sono ritirati dopo appena 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di servizio cosa che rappresenta un duplice danno: minori entrate previdenziali per lo Stato e maggiori uscite per le pensioni.

Il 78,6% di queste baby pensioni è erogato dall'Inpdap, l'ente di previdenza del pubblico impiego,che registra 424.802 pensioanti (il 56,5% di sesso femminile) a persone con meno di 50 anni di età. Il restante 21,4% (106.960 unità) riguarda pensionati Inps che si sono ritirati prima del mezzo secolo di vita. Ma quello che salta all'occhio - e che incide particolarmente sulle finanze di tutti i cittadini - è che l'aspettativa di vita media di ciascun baby pensionato permette loro di ricevere un assegno mensile per la bellezza di 40,7 anni.

 

 

 

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Matteo Renzi, 100 proposte, un PDF ed una presa in giro.

Pubblicato su da ustorio

Basta visualizzare le proprietà del file contenente le 100 proposte di Matteo Renzi per capire chi ne è l'autore: Giorgio Gori, ex-direttore di Canale 5.


L’evento della Leopolda dei giorni passati ha fatto discutere la politica italiana per il ruolo di Matteo Renzi, per l’opportunità della “rottamazione” e per gli scontri veri o presunti con il leader del PD Bersani. Ma c’è un retroscena che rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco, ed è una questione che nasce da un mero cavillo tecnologico.

Le proposte scaturite dal team di Renzi, infatti, sono state prodotte su un 
file PDF distribuito in seguito per rendere chiaro quale possa essere la struttura della proposta portata avanti. Ancora una volta, come molte volte è già successo in passato, basta però un pizzico di curiosità per scoprire cosa possa celarsi dietro un documento digitale. E così è stato anche questa volta nel momento in cui la redazione di Termometro Politico si è posto la domanda “chi ha redatto il documento?”.



Non è difficile trovare una risposta a questo tipo di domanda: è sufficiente aprire il file, visualizzarne le proprietà tramite apposita funzione da menu e la verità è svelata. L’autore risulta essere Giorgio Gori, nonché l’ex-direttore di Canale 5 e Italia 1. Il che, per un evento che voleva essere una piccola rivolta interna al Partito Democratico, si trasforma in un automatico ed evidente autogol.

 

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Non che la collaborazione con Gori sia nascosta: è lui stesso a pronunciarsi in favore di una nuova iniziativa politica, ed è lui stesso a far cadere pertanto il segreto. Ma il PDF ha detto qualcosa di più circa il ruolo di Gori nell’evento della Leopolda.

Se dunque in quella giornata sono stati in molti a parlare, c’è anche qualcuno che ha parlato poco pur dicendo molto: è la tecnologia, ancora una volta utile a far chiarezza ed a rendere più trasparenti le dinamiche proprie di chi vi ci si rapporta. La stessa tecnologia invocata con il coinvolgimento dell’utenza tramite Twitter, la stessa tecnologia sfruttata su Facebook per il passaparola dell’evento. Matteo Renzi, da parte sua, smonta il caso: «Immagino perché fosse suo il computer su cui hanno scritto il file con la sintesi della tre giorni». Ma son parole che ormai cadono nel vuoto: la frittata è fatta, il PDF è pubblico, l’autorete è in archivio.




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Anonymous: attacco in grande stile il 5 novembre

Pubblicato su da ustorio

 

Un attacco mediatico in grande stile: questo promette Anonymous, anticipando il crash contro Fox Tv il 5 novembre, giorno per eccellenza della Vendetta



Anonymous medita un attacco in grande stile il 5 novembre, il giorno del complotto anti-parlamento di Guy Fawkes nel 1604, celebrato nella graphic novel “V per vendetta” al quale il gruppo di hacker si ispira utilizzandone la maschera.

Per un giorno così carico di simboli c’è sempre stata grande attesa, tanto che in questi mesi si sono succedute numerose ipotesi, alcune delle quali poi smentite, quali l’attacco in massa a Facebook. L’ultimo obiettivo in ordine di tempo, a quanto sembra più credibile, è Fox News, il canale di notizie di proprietà del tycoon Rupert Murdoch, famoso per le sue posizioni conservatrici nient’affatto apprezzate dagli hacktivisti in queste settimane di occupazione di Wall Street.

Con un primo 
video di rivendicazione, gli Anonymous hanno così annunciato le proprie intenzioni nell’operazione “Fox hunt” (caccia alla volpe). Mandare in tilt il canale televisivo: idea tanto suggestiva quanto improbabile, come hanno commentato molti osservatori americani.

Dal momento che non smetterà di ridicolizzare gli occupanti, molto semplicemente la faremo chiudere. Fox News, il vostro tempo è venuto. Che la caccia abbia inizio.

«Il modo migliore è non guardarla, oppure commentare Bill O’Reilly in diretta», scrive Adrian Chen su Gawker. Come lui la pensano in tanti: forse si è di fronte solo alla suggestione di qualche cracker del gruppo che ha inserito il video messaggio per vedere l’effetto che fa. Tuttavia, la comparsa di un secondo messaggio, come ha sottolineato DailyDot – il sito ha riassunto tutti i progetti sul 5 novembre – fa pensare a qualcosa di più ragionato. Ad un attacco più strutturato. A qualcosa che, da simbolo, potrebbe tentare di farsi realtà.




 

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Banda (di ladri) larga: tesoretto ufficialmente scomparso

Pubblicato su da ustorio

 

I fondi per la banda larga sono definitivamente scomparsi: la Legge di Stabilità non prevede gli 800 milioni precedentemente promessi al settore.

 

Il ministro Romani l’aveva lasciato intendere, il ministro Sacconi l’aveva pressoché confermato ed ora è ancora Romani a metterci definitivamente una pietra sopra: il tesoretto destinato fino a poche settimane or sono alla banda larga è scomparso.Scompaiono di nuovo, quando ormai sembrava cosa fatta, 800 milioni di euro: a più riprese il Governo li ha promessi al settore, ma ogni volta ha ritrattato dirottando altrove i fondi.

Il tesoretto aveva una quantificazione precisa: 800 milioni, ossia il  50% dell’extragettito accumulato con l’asta per le frequenze 4G. Denaro proveniente dalla tecnologia, che alla tecnologia però non verrà restituito: la Legge di Stabilitàprevede altre scelte ed il sacrificio è pertanto nuovamente consumato. Secondo il Sole 24 Ore la nuova destinazione è «al 50% al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e al 50% a un fondo nello stato di previsione del ministero dell’Economia che servirà ad attenuare i tagli ai vari ministeri, in particolare a sicurezza e difesa ed ambiente».

Romani spiega di aver fatto il possibile, tentando di difendere il capitale per ribadire la necessità di investire nel settore. La rinuncia, ha spiegato il ministro, è giunta soltanto in seguito alle pressioni dei colleghi ed alla promessa per cui al tesoretto si sarebbe sostituito l’impegno (ben più vago ed improbabile) della Cassa Deposito e Prestiti, un nome che torna ciclicamente a gravitare attorno alle necessità della banda larga ma che mai fino ad oggi ha trovato applicazione concreta. Romani ha altresì tirato le orecchie ai gruppi attivi nel comparto, contestando una eccessiva ritrosia all’investimento anche in presenza di capitali statali a garanzia del rischio relativo alla costruzione di una nuova rete ad alta velocità. Ma a questo punto il quadro si infittisce di dettagli e non sembra preludere a novità imminenti:

Il tavolo è saltato quando Telecom Italia e Fastweb, principali player della fibra ottica, si sono sfilati puntando tutto su un progetto alternativo che ruota intorno a Metroweb, società milanese privata rilevata dal fondo F2i di Vito Gamberale. F2i a sua volta è partecipato con il 16% da Cassa depositi e prestiti, con la quale tra l’altro ha in comune il presidente: Franco Bassanini. Di qui l’idea, anche per comunicare l”armistizio’ tra Romani e Tremonti, di archiviare il vecchio progetto, con i relativi fondi, dello Sviluppo economico e ripartire dal progetto Metroweb-F2i-Cdp, da aprire al massimo a un’ipotesi di project financing.

Nella giornata di ieri la Commissione Europea ha promesso 9,2 miliardi di euro al settore, finanziabili con Project Bond garantiti dall’UE. Trattasi però di capitali a cui si potrà accedere soltanto quando e se il comparto privato avrà formalizzato le proprie proposte ed avrà messo in campo i capitali. La via italiana sembra voler passare per Metroweb, e la scelta ha un sapore politico e finanziario prima ancora che tecnico o strategico. Ma è una strada ancora tutta da delineare.

 

 

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Asta frequenze, la banda dei soliti noti

Pubblicato su da ustorio

 

Tremonti toglie gli 800 milioni al ministro dello sviluppo per indirizzarli a "interventi indifferibili" e riacquisto di titoli di Stato. Le aziende del settore aspettano e pensano al modello Metroweb

 

Tra le diverse misure emergenziali contenute nella legge di stabilità che sarà votato oggi dal Consiglio dei Ministri c'è anche una misura che destina la metà del surplus dell'asta LT (circa 800 milioni di euro) non al settore telecomunicazioni come voleva il ministro competente Paolo Romani, ma per il 50 per cento all'aumento di fondi destinati ad "interventi urgenti e indifferibili, con particolare riguardo ai settori dell'istruzione e agli interventi organizzativi connessi a eventi celebrativi", e l'altra metà all'ammortamento dei titoli di Stato.

Il tesoretto era stato creato dal successo dell'asta delle frequenze che aveva portato nelle casse dello Stato 1,5 miliardi in più, rispetto ai 2,4 già previsti dal patto di stabilità.

La destinazione alle telecomunicazioni delle risorse era logica conseguente al fatto che il settore ha versato con l'asta per le frequenze LTE quasi 4 miliardi nelle casse dello Stato: le aziende, insomma, speravano che questo permettesse al Governo un minimo spazio di manovra per svolgere il suo ruolo nello sviluppo delle infrastrutture necessarie alla banda larga e ultralarga. E il Ministro dello Sviluppo Romani ci aveva contato ed era riuscito ad inserire, nell'ultimo decreto estivo salva-spread, una norma che destinava quegli 800 milioni "al settore da cui provengono, al comparto ITC". Questo avrebbe dovuto permette al settore di costituire "uno dei pilastri della nuova manovra: abbiamo un grande piano - affermava allora il ministro - per la banda larga e finanzieremo il progetto anche grazie ai proventi aggiuntivi dell'asta LTE".

Anche se non ci si fosse riusciti a mettere d'accordo sul cosiddetto Piano Romani, con cui il ministro voleva portare avanti il progetto di digitalizzazione (che per lo sviluppo di una banda larghissima in tutte le case voleva costituire una società pubblico-privata frutto della collaborazione di tutti i principali operatori), le risorse sarebbero potute essere facilmente destinate a Infratel: la società che per incarico del Ministero e con fondi pubblici sta cercando di portare la banda larga nelle zone del digital divide. 
Dopo che il tavolo Romani è stato praticamente bocciato nei modi da un protagonista necessario come Franco Bernabé, dunque, Romani si trova davanti un nuovo ostacolo che lascia i suoi progetti senza risorse reali: se il decreto sviluppo vedrà la luce, sembra destinato ormai a doversela cavare a costo zero. Per questo Il ministro dello sviluppo deve tenere sottocchio tutte le possibili proposte per portare avanti i progetti delle nuove infrastrutture digitali: in questi giorni ha così incontrato l'ad del fondo F2i, Vito Gamberale.
Quest'ultimo ha illustrato le prospettive di sviluppo di Metroweb, la società che gestisce la fibra ottica milanese e che F2i ha acquistato a giugno per 400 milioni di euro, sul fronte della banda ultralarga: il progetto imprenditoriale di Gamberale prevede un approccio città per città (è partito da Milano e ora intende portare la fibra a Bergamo, Brescia, Genova e Piacenza), facendo accordi con le realtà locali e cercando di creare una società per la fibra per ogni città ottenendo i soldi dalle banche e dalla Cassa depositi e presiti. Il tutto muovendosi innanzitutto in un'ottica di richiesta di mercato, che spinge a partire dai distretti industriali.

 Secondo una nota del Ministero, l'incontro è stato proficuo e Romani ha "particolarmente apprezzato l'impegno dell'operatore milanese, le cui strategie di crescita possono dare un contributo al piano governativo di digitalizzazione del Paese". Anche se non avrebbe il vantaggio di rispondere all'esigenza di colmare il digital divide, il piano Metroweb ha almeno raccolto l'appoggio di Telecom Italia e Asstel e gode di una sinergia particolare: il neo-presidente di Metroweb è Franco Bassanini, che presiede anche la Cassa Depositi e Prestiti, l'ente cioè che, secondo quanto stabilito dal Piano nazionale di riforma presentato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti, avrebbe dovuto anche partecipare al finanziamento del Piano Romani.
Quello che sembra ormai un gioco delle tre carte con al centro questo tesoretto, naturalmente, oltre a lasciare il ministro Romani con una mano difficile da giocare ha spinto anche l'opposizione ad esprimere le sue perplessità: Paolo Gentiloni, responsabile Forum Ict del Partito democratico, in particolare ha parlato di ennesime promesse mancate e di mancanza di chiarezza da parte del Governo in materia di strategia per lo sviluppo; anche il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha chiesto lo sblocco degli 800 milioni per la banda larga in quanto importanti per "lo sviluppo economico attraverso il digitale".

 

 

 

 

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Frequenze 4G: “tesoretto” a rischio di furto

Pubblicato su da ustorio

Il Ministero dello Sviluppo Economico non potrà attingere al tesoretto ricavato dall'asta delle frequenze 4G: lo vieta la nuova Legge di Stabilità.


A mano a mano che il valore dell’asta saliva, a qualcuno iniziava a venire l’acquolina in bocca: raccogliere un grande valore dall’assegnazione delle frequenze 4G, infatti, significava probabilmente riuscire a mettere da parte il denaro che lo Stato avrebbe in seguito potuto investire in infrastrutture per la banda larga. Era questo il quadro perfetto per il rilancio che il settore attende da tempo: risorse trovate internamente grazie ad una miglior gestione delle frequenze, il riutilizzo delle stesse internamente al settore da cui sono scaturite, la possibilità di annullare definitivamente quell’atavica scarsità di investimenti che il comparto vede ormai da troppo tempo. Ma la chimera sembra essersi presto spezzata.

Paolo Romani, Ministro dello Sviluppo Economico, avrebbe infatti alzato la voce per pretendere la propria parte del tesoretto, allarmato dalle voci che vedono i conti dello Stato avere priorità rispetto alle necessità di investimento che già da tempo erano state fatte presenti. Il tesoretto è immediatamente quantificabile:l’asta ha maturato 1,6 miliardi di euro in più rispetto alle previsioni e almeno 1 miliardo in più rispetto alle più ottimistiche speranze. La metà di quanto incassato in surplus avrebbe dovuto teoricamente rimanere nell’ambito, andando così a consegnare al ministero 800 milioni di euro che avrebbero potuto essere girati ai fini dello sviluppo di una Rete di nuova generazione.

La nuova Legge di Stabilità, però, dice qualcosa di diverso:

La bozza della legge di stabilità prevede che il maggior gettito incassato dallo Stato rispetto alle previsioni, pari a circa 1,6 miliardi, vada per il 50% al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato e per il 50% al fondo a favore dell’istruzione previsto dal decreto 5 del 2009.

Smentiti, insomma, i piani antecedenti: il tesoretto, invece di andare a stimolare banda larga, posti di lavoro ed economia, andrebbe semplicemente a coprire il buco di bilancio ed a ridurre il deficit in questi giorni in discussione. Una scelta importante, insomma, che rischia di togliere alla banda larga italiana anche l’ultima speranza maturata. Le promesse del denaro fermo al CIPE prima e  il tesoretto che scompare poi, però, diventano segnali strategici preoccupanti: le priorità sono altrove e, nonostante tutti gli appelli che in queste ore stanno arrivando con forza anche dallo IAB Forum, la politica sembra non aver ancora a cuore i destini digitali del paese.

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