Overblog Tutti i blog Blog migliori Lifestyle
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Arriva l’Agenda Digitale Italiana

Pubblicato su da ustorio

Torna di attualità il tema dell’Agenda Digitale Italiana da tempo richiesta a gran voce da AGCOM, associazioni di categoria e aziende italiane. Sembra che il nuovo Governo sia più sensibile ai temi digitali del nostro Paese e nell’ultimoDecreto Legge Semplificazioni troviamo alcuni accenni su quella che potrebbe essere la strada maestra per la creazione di una vera Agenda Digitale Italiana. Al riguardo, nel DL si fa cenno a 4 specifici obbiettivi. Il primo punto focalizza l’attenzione sullo sviluppo della banda larga e sull’abbattimento deldigital divide italiano.

I dati parlano chiaro, l’Italia nelle TLC è molto indietro rispetto agli altri Paesi Europei e dunque non sorprende che il digital divide possa diventare un importante obbiettivo per una coalizione di Governo.

 Il secondo punto che troviamo nel DL fa riferimento all’open data, un processo che dovrebbe garantire la massima condivisione dei dati pubblici con i cittadini in modo da favorire la trasparenza.

Terzo punto il cloud computing. Il Governo vorrebbe spostare tutti i dati della pubblica amministrazione sulla “nuvola”, cioè su server remoti per rendere più facile la gestione dei dati stessi da parte dei funzionari e dei dipendenti pubblici.

Quarto obbiettivo la creazione di “smart communities“, luoghi virtuali dove i cittadini possono incontrarsi, discutere dei problemi delle istituzioni e proporre soluzioni.

Per realizzare questi obbiettivi, nel DL Semplificazioni si fa riferimento a una sorta di cabina di regia che dovrebbe coordinare l’attuazione di queste misure. La cabina di regia dovrebbe essere composta da un coordinamento tra il Ministero dell’Istruzione, quello dello Sviluppo Economico e quello dellaFunzione Pubblica con la presenza di Regioni, Province, Comuni e altri enti.

Leggi i commenti

Italia, un'azienda su tre è in difficoltà

Pubblicato su da ustorio

 

Il ministero dell'Economia lancia l'allarme: crescono del 61% le società vicine al fallimento e del 52% quelle che stanno per chiudere.

 

Inevitabilmente, la crisi si riflette nelle dichiarazioni fiscali delle società: sono infatti in aumento le aziende che operano in perdita. E' il Dipartimento delle Finanze del ministero dell'Economia che lo comunica, precisando che nell'anno d'imposta 2009, che quindi riguardano le dichiarazioni 2010-2011, le società in rosso erano il 37% contro il 35% dell'anno precedente.

In aggiunta, la quota di società in utile cala di oltre due punti percentuali fino a scendere al 57,9%. Insomma: molti lavorano in perdita anche a causa della crisi economica che stiamo attraversando e che ha visto nel 2009 il suo apice, con la chiusura di numerose aziende di ogni dimensione.

In base alle dichiarazioni Ires e Irap del 2009 e presentate nel 2010/2011, l'anno in questione è stato caratterizzato da una profonda crisi economica, che ha determinato una forte riduzione del PIL reale, il -5,1%, e per l'Ires, l'imposta sul reddito delle società, la pesante recessione spiega il forte incremento delle dichiarazioni presentate da società in situazione di fallimento, secondo il dipartimento delle finanze del ministero dell'economia. A crescere, in Europa sono soprattutto le PMI.

Nel periodo 2002-2010 le piccole e medie imprese hanno contribuito per l'85% alla creazione netta di posti di lavoro nell'Unione europea. Un dato emerso da uno studio sul contributo di queste aziende alla creazione di occupazione. Nelle PMI il tasso annuo di crescita dell'occupazione è stato dell'1%, mentre nelle grandi imprese è stato solo dello 0,5%, dove ne fa eccezione il settore commerciale, in cui l'occupazione è aumentata nelle PMI dello 0,7% l'anno contro il 2,2% delle grandi imprese, in seguito del forte sviluppo delle grandi imprese commerciali, soprattutto nel settore automotive.

 

 

Leggi i commenti

AGCOM: nuove regole per l'accesso alle reti di banda larga

Pubblicato su da ustorio

AGCOM vara il regolamento per le modalità di accesso alle infrastrutture delle reti di banda larga da parte degli operatori, suscitando polemiche.

 

L'AGCOM ha varato ufficialmente il regolamento per le modalità di accesso alle infrastrutture per la banda larga di nuova generazione (NGN), sia in relazione alle reti dei collegamenti a lunga distanza che a quelle d'accesso cittadine. Il provvedimento è intitolato "Regolamento in materia di diritti di installazione di reti di comunicazione elettronica per collegamenti dorsali e coubicazione e condivisione di infrastrutture".

Le linee guida dell'autorità presieduta da Corrado Calabrò si basano su cinque principi cardine: la competizione, gli obblighi di accesso simmetrico, il riconoscimento del rischio dell'investimento nello sviluppo di reti NGN nel caso in cui vi sia l'obbligo di accesso da parte di terzi, riconoscimento delle differenze geografiche e incentivi ai casi di co-investimento.

Sebbene il testo finale della delibera non sia ancora stato pubblicato ufficialmente, pare che Telecom Italia non avrà l'obbligo di offrire l'unbunding sulla fibra, ma piuttosto AGCOM avrebbe deciso semplicemente di istituire l'obbligo di servizio end to end, ovvero la possibilità per i gestori di richiedere tratti di fibra ottica spenta e riattivarli in proprio.

All'arrivo delle voci sulle regole AGCOM si sono create parecchie polemiche tra gli operatori, parte dei quali avevano pregato più volte l'Authority di imporre a Telecom Italia un certo numero di vincoli così da poter utilizzare in qualche modo la fibra che proprio Telecom sta costruendo. Favorire dunque gliinvestimenti di Telecom o favorire lo sviluppo dei competitor? Pare che AGCOM abbia scelto una via di mezzo, appunto l'end-to-end, nonché Virtual unbundling e bitstream, le quali richiedono un minor livello di infrastrutture per offrire banda larga agli italiani.

Tra i primi commenti arrivati nelle ore in cui sta giungendo il regolamento definitivo per l'NGN, vi è quello di Marco Fiorentino, vice presidente Aiip (Associazione dei principali provider italiani), che ha sottolineato come «Aspettiamo di leggere la delibera (che sarà pubblicata nei prossimi giorni, ndr) per vedere i dettagli. Già ora però diciamo che ci opporremo in tutte le sedi se l'Agcom intende togliere obblighi bitstream nelle zone in cui ci sono solo concorrenti infrastrutturati. È ammissibile toglierli solo là dove c'è una concorrenza reale tra servizi bitstream». Ha commentato invece il presidente AGCOM Calabrò in tal modo: «Con questa delibera l'Italia si colloca nel gruppo ristretto dei paesi che hanno già completato il quadro regolamentare funzionale allo sviluppo delle reti di nuova generazione: gli operatori alternativi avranno a disposizione la più ampia gamma di servizi all'ingrosso per le reti in fibra, e saranno quindi in grado di offrire alla clientela quei servizi innovativi che la banda ultralarga rende possibili».

Telecom Italia dovrà pertanto valutare ove estendere la propria rete in fibra ottica da 100 Megabitche attualmente si trova solo in 40.000 palazzi di quattro città italiane. Vodafone si è apposta chiaramente a quanto emerso con il regolamento, sottolineando come si andrebbe a compromettere con tale decisione la possibilità di sviluppo delle infrastrutture e della competizione sul mercato.

 

 

Leggi i commenti

Italia, al 92° posto nell'Indice della libertà economica

Pubblicato su da ustorio

Indice libertà economica: l'Italia scende al 92° posto nella classifica internazionale del WSJ, che vede in testa Hong Kong (Irlanda 1a in Europa).

 

Pubblicato dal Wall Street Journal, in collaborazione con l'Heritage Foundation l'Indice della libertà economica non fa certamente brillare il nostro Paese in positivo. La classifica è ancora una volta guidata da Hong KongSingapore Australia. Perdono terreno Canada, Stati Uniti e Messico.

Nella classifica globale siamo al 92° posto su 179 Paesi, collocati al 36°, se si considerano i 43 Paesi europei. All'interno dell'Unione, il Paese più libero è l'Irlanda con 76,9%, in 9° posizione, mentre il meno libero è la Grecia con il 55,4%, in 119ª posizione.

Risultato: siamo nella parte bassa della classifica, con un peggioramento rispetto al 2011, perdendo 1,5 punti rispetto all'anno scorso, quando eravamo all'87° posizione, e quasi quattro punti rispetto al 2010. Un dato è certo: l'economia globale non è in buone condizioni, e le decisioni dei governi nazionali non fanno che peggiorare la situazione. Sempre secondo l'indagine Heritagage - Wall Street Journal il nostro Bel Paese paga un alto prezzo alla crisi dei debiti sovrani nell'Eurozona in termini di stabilità macroeconomica.

A incidere negativamente sono soprattutto l'aumentare della corruzione percepita e l'incapacità, nonostante le diverse manovre, di mantenere sotto controllo le finanze pubbliche, incidendo sullo stock del debito. I punti strutturalmente deboli, più in generale, per la libertà economica nel nostro Paese stanno nella spesa pubblica che è valutata ad appena il 19,4%, 9,2 punti in meno dell'anno scorso, e lalibertà del lavoro, il 43%, oltre alla più grande incertezza del quadro normativo e all'insostenibilepressione fiscale per chi porta avanti un'azienda.

L'Indice della libertà economica è costruito attraverso 10 indicatori sintetici che sulla base dei dati forniti dalle maggiori organizzazioni internazionali: consentono di riassumere la libertà economica, attraverso una serie di variabili che misurano l'invadenza dello Stato come per esempio la pressione fiscale e la spesa pubblica, la qualità dell'ordinamento e la certezza del diritto, l'autonomia dei protagonisti economici nel condurre le loro attività nel mercato del lavoro o gli adempimenti necessari ad avviare o condurre attività produttive, la qualità del sistema giudiziario, la corruzione e diversi altri parametri.

Leggi i commenti

pepsi, e sai cosa bevi!

Pubblicato su da ustorio

Gli azionisti di Pepsi.Co hanno presentato una risoluzione collaborativa con la Securities and Exchange Commission, nel tentativo di costringere l'azienda a interrompere contratti con una società di ricerca che utilizza cellule di bambini abortiti nel suo processo di produzione di esaltatori di sapidità artificiali.

Secondo LifeNews.com, Pepsi ha "ignorato preoccupazioni e critiche da parte di decine di gruppi pro-life e decine di migliaia di pro-life, persone che hanno espresso la loro opposizione alla collaborazione tra Pepsi.Co con l’azienda biotech Senomyx, dopo esser stato provato che nei loro additivi venivano usate cellule fetali da corpi di bimbi abortiti"

Sul suo sito web Senomyx spiega che il suo programma di ricerca del sapore "si focalizza sui progetti dediti alla  scoperta e allo sviluppo di ingredienti dal sapore salato, dolce e salato che hanno lo scopo di consentire la riduzione del MSG, zucchero e sale nei prodotti alimentari e delle bevande. Utilizzando gli studi sui recettori di gusto umani, abbiamo creato sistemi di recezione del gusto che forniscono una lettura biochimica o elettronica quando il sapore di un ingrediente interagisce con il recettore ".


Ma Vinnedge Debi di ‘’ Children of God for Life’’, un gruppo pro-vita che ha focalizzato la sua attenzione sul rapporto della Pepsi con Senomyx, ha sottolineato che ciò che l'azienda non rivela il fatto che si stia utilizzando cellule di rene embrionato HEK293, prelevate da bambini abortiti per produrre tali recettori. Avrebbero potuto facilmente scegliere animali, insetti, o altre cellule umane che producessero la proteina G, utile al funzionamento dei recettori del gusto".

Alla domanda, posta al vice presidente di Senomyx Gwen Rosenberg sull’uso da parte dell’azienda di HEK293, ha assicurato che "non troverete nulla sul nostro sito web riguardo HEK293." A proposito della posizione della società su ricerca sulle cellule staminali, Rosenberg dichiarava con vanto: "Non abbiamo una posizione su nulla. Siamo concentrati sulla ricerca di nuovi sapori per ridurre zuccheri e sali. Il nostro obiettivo è quello di aiutare i consumatori con diabete o problemi di pressione alta ad avere una qualita’ di migliore".

Vinnedge ha ricordato che nel mese di agosto Pepsi firmato accordo quadriennale da 30 milioni di dollari con Senomyx al fine di sviluppare dolcificanti di nuova generazione per l’azienda produttrice di bevande. Il gruppo ‘’pro-life’’ ha contattato entrambe le aziende, chiedendo loro di non utilizzare cellule fetali nel programma, ricordando loro che ci sono altre alternative molto piu’ valide.

Senomyx ha ignorato totalmente la lettera, mentre i funzionari Pepsi hanno risposto con una e-mail da "Relazioni Consumer Pepsi", assicurando tutti coloro che in precedenza li avevano contattati esprimendo preoccupazioni in merito che la società si è "impegnata ad utilizzare solo i più etici metodi in tutti gli aspetti della ricerca. Questa è una cosa che prendiamo molto sul serio, e noi stessi come tutti i nostri partner di ricerca manteniamo gli stessi standard elevati di ricerca, in quanto leaders di livello mondiale".


Per quanto riguarda il suo rapporto con Senomyx, PepsiCo ha spiegato che "si utilizzano tecniche che sono state il considerate un ottimo standard per diversi decenni da università, ospedali, agenzie governative statunitensi, aziende alimentari e delle bevande, e in sostanza tutte le aziende farmaceutiche e biotech nel mondo."

Bradley Mattes, direttore esecutivo dei problemi Life Institute, uno dei gruppi pro-life coinvolti nella campagna, ha chiarito: "Mentre le cellule del feto abortito non sono effettivamente nel prodotto stesso, la stretta relazione tra prodotto e ricerca è sufficiente per respingere la maggior parte dei consumatori. A nostra conoscenza, questa è la prima volta un prodotto alimentare è stato pubblicamente associato con l'aborto".

Spazzando via le preoccupazioni che i bambini abortiti siano stati utilizzati per contribuire a migliorare i loro prodotti, Pepsi ha invece fatto notare che la ricerca potrebbe aiutare l'azienda a creare "ottime bevande a basso contenuto calorico mantenendo grandi proprieta’ di degustazione per i consumatori", così come "ci aiuterà a raggiungere il nostro scopo, cioè l’impegno a ridurre l’aggiunta di zucchero per un ammontare del 25% nelle principali marche nei mercati chiave durante il prossimo decennio e, infine, aiutare le persone a vivere una vita più sana ".

Nella loro risoluzione, gli azionisti PepsiCo hanno chiesto al consiglio di amministrazione dell'azienda di adottare "una politica aziendale che riconosca i diritti umani e dia lavoro a standard etici che non comportino l’utilizzo di resti di esseri umani abortiti, sia per quanto riguarda la ricerca privata, di collaborazione e gli accordi sullo sviluppo."

Vinnedge ha dichiarato che "Gli azionisti hanno il diritto di conoscere la verità su ciò che PepsiCo sta facendo con i loro sudati risparmi. La mancanza di considerazione di PepsiCo per la sensibilità morale del pubblico altro non ha fatto che gettare benzina sul fuoco".

Ironia della sorte, lo codice di condotta della stessa PepsiCo comprende il vanto di "trattare con clienti, fornitori, pubblico e concorrenti in modo etico e appropriata". Ma fa altresì notare Vinnedge: "Non c'è nulla di etico o appropriato nel modo in cui stanno sfruttando i resti di un innocente bambino abortito ".

Oltre a inviare lettere al consiglio di amministrazione della PepsiCo, è stato lanciato un boicottaggio all’azienda Pepsi che è stato affiancato da altri gruppi pro-life, tra cui la American Life League, Colorado diritto alla vita, American Right to Life, e Sound Choice Pharmaceutical Institute. 

Vinnedge raccontato ua storia risalente a 12 anni fa di un ragazzo della Florida di nome Gene che, venuto a conoscenza della connessione tra la PepsiCo e l'utilizzo delle cellule di bambini abortiti,  ha deciso di aderire al boicottaggio della bibita in grande stile. Gene ha spiegato la sua motivazione ad un pro-life pubblico: "Quando ho scoperto questo mi è venuto il voltastomaco. Ho deciso che non avremmo dovuto lasciar accadere tutto questo, così mi venne in mente un modo, chiamato United Schools for Life, per boicottare i prodotti Pepsi. Con questo programma cercheremo di rimuovere tutti i prodotti Pepsi dalle scuole della nostra diocesi ".

Vinnedge ha detto di essere profondamente commosso per l'iniziativa del ragazzo e per il suo coraggio. "Ci auguriamo che la direzione di PepsiCo prenda seriamente in considerazione ciò che questo ragazzo ha fatto", ha detto. "Anche un bambino sa che questo atteggiamento sbagliato. Dio lo benedica nel battersi per i nascituri che non hanno voce propria". 


fonte
fonte originale (inglese)

Leggi i commenti

Spazio, ultima frontiera dell'immondizia

Pubblicato su da ustorio

La sonda russa Phobos-Grunt si prepara a rientrare nell'atmosfera terrestre, con rischi non trascurabili che il carburante radioattivo raggiunga il suolo. Nel mentre la ISS fa manovra per evitare di finire tamponata

 

Il problema dell'immondizia spaziale è ancora una volta di stringente attualità: che si tratti di sonde pronte a precipitare al suolo o di pezzi di satelliti che minacciano la sicurezza della Stazione Spaziale Internazionale, i rifiuti hi-tech che ingolfano l'atmosfera terrestre sono sempre più un pericolo per la sicurezza.

Potrebbe ad esempio essere parecchio pericoloso il ritorno sulla Terra di Phobos-Grunt, la sonda russa che nei piani di Roscosmos avrebbe dovuto viaggiare verso una delle due lune di Marte ed è stata invece abbandonata al proprio destino dopo il fallimento dei tentativi di comunicazione in seguito al lancio.

Phobos-Grunt dovrebbe rientrare nell'atmosfera terrestre a cavallo di questo weekend o al massimo entro lunedì, affondando in un punto ancora non precisato dell'Oceano Atlantico del Sud con il suo ingente carico (14,6 tonnellate) di strumentazione e carburante radioattivo.

Qualora la frammentazione della sonda russa durante il ritorno nell'atmosfera facesse atterrare il suddetto carburante al suolo, al contrario, i rischi per la salute della popolazione aumenterebbero non di poco. A quel punto le già striscianti polemiche sull'origine del malfunzionamento del dispositivo potrebbero aumentare di volume.

Ma la spazzatura spaziale minaccia di far danni anche nell'alta atmosfera del globo terracqueo: il Controllo di Missione che coordina le operazioni sulla Stazione Spaziale Internazionale 
ha ordinato agli astronauti presenti a bordo di accendere brevemente i motori di manovra questo venerdì, per evitare una possibile collisione con il frammento di un satellite Iridium in pericoloso avvicinamento all'avamposto orbitale.

Leggi i commenti

Tasse: Bosch paga 300 mln all'Agenzia delle Entrate

Pubblicato su da ustorio

Una transazione da 300 milioni di euro chiude il contenzioso tra Bosch e Agenzia delle Entrate su un debito per tasse non pagate.

 

L'azienda tedesca Bosch GmbH e l'Agenzia delle Entrate italiana si sono accordate per una transazione, secondo la quale la prima pagherà alla seconda 300 milioni di euro. Motivo: presunte tasse non pagate dal 1997, per una somma che secondo il Fisco - tra tasse, interessi e sanzioni - avrebbe toccato quota 1,4 miliardi di euro

Alla fine di una lunga trattativa tenuta segreta, la multinazionale che produce ed esporta in tutto il mondo componenti per auto ed elettrodomestici ha ceduto all'"accertamento per adesione" e si prepara a pagare una cifra elevata anche per un'azienda di questo calibro che è presente in 150 Paesi del mondo.

L'operazione che aveva portato all'accordo per 300 milioni era stata portata avanti, oltre che dai rappresentanti legali dell'azienda, anche dal Fisco e dalla procura di Milano che puntavano a recuperare una somma che avrebbe potuto rerendere pipiù morbida la manovra "salva Italia" del governo Monti. Tutto era stato effettuato in gran segreto prima di Natale e aveva avuto i suoi momenti cardine negli uffici della procura di Milano per un reato al limite fra il tributario e il penale: l'accordo fra le parti aiuterà le casse dello Stato, magari evitando un'altra "manovrina" a danno dei cittadini.

Quello che Bosch contestava era che il suo ufficio italiano, situato a Torino, era semplicemente una società di consulenza e che le tasse per i lavori erano già state pagate in Germania, dove si trova il quartier generale e dove l'aliquota è del 30%.

Ora la multinazionale tedesca ha comunicato di voler farsi rimborsare quanto versato al fisco d'oltralpe, visto che con quello italiano si è giunti a un compromesso, che solitamente permette al contribuente di evitare la lite tributaria e vedersi ridurre le sanzioni a un terzo del minimo previsto dalla legge. Tuttavia anche se l'accertamento per adesione non tolga la possibilità di una azione penale, il pagamento costituisce una attenuante che può dimezzare le sanzioni penali togliendo di mezzo l'applicazione delle sanzioni accessorie.

In passato, soluzioni simili erano state decise per alcune banche italiane.

 

 

Leggi i commenti

Lo Stato italiano ha un debito di 90 miliardi con le aziende

Pubblicato su da ustorio

Lo Stato italiano deve circa 90 miliardi di euro alle aziende fornitrici, anche se tale somma ufficialmente non rientra nel "debito pubblico".

 

Secondo un calcolo di Confindustria, il debito dello Stato verso le imprese fornitrici ammonterebbe a 70 o forse 90 miliardi di euro. In pratica: un debito nel debito, che però rischia di far morire numerose aziende, piccole, medie o grandi che non ricevono i pagamenti per prestazioni o compravendite effettuate anche più di un anno fa. La cosa curiosa è che tali somme non rientrano nella voce "debito pubblico" perché secondo i parametri di Maastrischt quanto uno Stato deve alle aziende è come se non esistesse. Paradossalmente, se i creditori fossero soddisfatti tali somme entrerebbero nel "calderone" del debito pubblico e l'Italia vedrebbe aumentare il rapporto deficit-Pil.

Le conseguenze sono presto immaginabili: molte - soprattutto quelle meno strutturate e con fatturati inferiori - rischiano la chiusura. La cosa incredibile di questa situazione è che il ministero dello Svilippo Economico è conscio di questa situazione "incresciosa" che si ripercuote con un effetto domino su tutto il territorio italiano e su molte aziende.

Il motivo? "La causa è da attribuire a motivi esterni: dalla mala gestione di Paesi terzi ad altri organismi" ha commentato il ministro Corrado Passera. Ma la risposta suona poco comprensibile o tollerabile da parte di quelle aziende che vantano dei crediti e che sono colpiti da questo stato di cose.

L'Ue impone agli Stati un massimo di due mesi per saldare i propri debiti pena multe salate che, per quanto riguarda il nostro Paese, sono enormemente inferiori all'importo dovuto alle imprese. Per capire in che stato (con la "S" minuscola) ci troviamo, in Germania, le imprese ricevono il dovuto dopo un mese. Ma forse gli imprenditori e i manager delle grandi aziende hanno alle spalle una Giustizia civile che funziona e che permette di far valere i propri diritti.

Ma ritornando al debito di 90 miliardi, quando sarà saldato - e dunque per i comuni mortali sarà estinto - per le regole comunitarie invece emergerebbe e il rapporto fra debito e PIL salirebbe di sei punti. Tutto secondo i piani, dunque. Ma chi ci rimette, sono le aziende.

Intanto, visto che semplicemente lo Stato italiano non ha la liquidità per pagare i fornitori, si sta pensando di pagare i creditori emettendo titoli di Stato a loro favore, visto che non si possono più fabbricare fisicamente i soldi da dare ai fornitori, come avveniva prima dell'avvento della Moneta Unica, il primo gennaio 2002. Tuttavia, pagando in titoli, il debito pubblico crescerebbe nello stesso modo.

Insomma: non si riesce a trovare una soluzione, mentre le aziende sono in difficoltà.

 

Leggi i commenti

Telefonia: cambiare gestore sarà più rapido e facile

Pubblicato su da ustorio

Aziende e privati avranno più facilità a cambiare gestore telefonico e provider internet: la manovra Monti dispone che sia fatto tutto entro 24 ore.

 

La Manovra Monti ha incluso delle novità interessanti sia per il consumatore che per i gestori delle linee telefoniche: a partire da marzo, si potrà decidere di cambiare operatore in sole 24 ore mentre attualmente sono previsti tre giorni lavorativi. Si tratta di un cambiamento utile anche per le stesse aziende che dovranno sempre cercare di proporre prodotti competitivi che sappiano attirare l'interesse del cliente.

Questo cambiamento riguarderà sia la linea mobile che la linea fissa, gli operatori attivi sul mercato dovranno così cercare di tenersi stretti i loro clienti perché cambiare sarà davvero semplice. Coloro che usano la linea solo per navigare non saranno più vincolati ad un contratto anche telefonico ma si procederà ad una sottoscrizione per un contratto Adsl low cost. Internet è oggi qualcosa di indispensabile e chi, non vuole avere il peso economico della linea fissa per le chiamate perché usa il cellulare, potrà farlo senza problemi. Gli operatori nel settore avranno modo di spaziare con nuovi prodotti e le offerte certo non mancheranno.

Il termine di 24 ore dovrà essere rispettato altrimenti l'operatore deve corrispondere un indennizzo al consumatore pari a 7,50 euro per ogni giorno di ritardo. Questa novità permetterà di avere un rispetto maggiore di quanto previsto e la soddisfazione del consumatore. Si può considerare anche una sorta di apertura sul mercato in questo specifico settore perché potranno nascere nuove aziende telefoniche concorrenti e quindi il settore e avrebbe un incremento notevole.

I presupposti sembrano essere piuttosto interessanti ora bisogna attendere qualche mese, quando il tutto sarà in vigore, per vedere quali saranno le reazioni di operatori telefonici e consumatori.

 

Leggi i commenti

Truffa su Facebook: come rimuovere la Timeline

Pubblicato su da ustorio

Non è possibile rimuovere la Timeline di Facebook una volta attivata e chi volesse tentare potrebbe cadere vittima di truffe di vario tipo.

La Timeline ancora non è arrivata a titolo definitivo su Facebook e già si moltiplicano i tentativi di truffa relativi alla nuova funzione del social network. Ad oggi, infatti, la Timeline è attivabile soltanto a seguito di precisa scelta volontaria, mentre nei prossimi giorni (ma una data ancora manca) dovrebbe diventare cosa ufficiale per ognuno degli oltre 800 milioni di utenti del social network. Tuttavia in questa fase sono in molti a guardare con sospetto al nuovo “diario” e sono conseguentemente molti a cadere in una truffa che coltiva su questa diffidenza le proprie opportunità di riuscita.
 
La scoperta dei primi tentativi truffaldini è firmata Inside Facebook, le cui ricerche hanno permesso di mettere in evidenza varie pagine correlate alla possibilità di rimuovere la Timeline dal proprio profilo dopo averne fatta precisa richiesta in precedenza. Trattasi, nella migliore delle ipotesi, di semplici bufale: rimuovere la Timeline, infatti, è impossibile poiché una volta attivata il percorso non è più invertibile in alcun modo. Ma la casistica vede registrati casi più pericolosi, nei quali un semplice click può mettere l’utente a rischio e può consentire alla truffa di propagarsi ulteriormente.

Secondo quanto emerso, il tentativo è sulla scia dei canonici attacchi di tipo clickjacking/likejackingla Timeline è soltanto la nuova esca innescata su di un meccanismo noto e rodato, che da tempo sa catturare le proprie prede stimolando la curiosità per agganciare click truffaldini.

La Timeline è al momento nella terra di nessuno: Facebook sta aspettando di risolvere tutte le perplessità delle autorità circa la privacy degli utenti, mentre gli utenti stessi vi stanno approdando poco alla volta testandone in anteprima le opportunità. Essendo una funzione che presto o tardi sarà opzione di default per l’intera community, è possibile fin da subito consultare l’apposita guida contenente tutti i dettagli sul progetto, approdando così con maggior consapevolezza sul nuovo strumento senza dover temere per rischi o truffe di qualsivoglia tipo.





Leggi i commenti

1 2 > >>