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Facciamolo girare

Pubblicato su da ronin

Lo stabilimento OMSA di Faenza (RA) sta per essere chiuso, non per mancanza di lavoro, ma per mettere in pratica una politica di delocalizzazione all'estero della produzione per maggiori guadagni.
Il proprietario dell'OMSA, il signor Nerino Grassi, ha infatti deciso di spostare questo ramo di produzione in Serbia,
dove ovviamente la manodopera, l'energia e il carico fiscale sono notevolmente più bassi.
Questa decisione porterà oltre 300 dipendenti, in maggior parte donne e non più giovanissime, a rimanere senza lavoro.

Da giorni le lavoratrici stanno presidiando i cancelli dell'azienda, al freddo, notte e giorno, in un tentativo disperato di impedire il trasferimento dei macchinari.

Le lavoratrici OMSA invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, boicottando i marchi Philippe Matignon - Sisi - Omsa - Golden Lady - Hue Donna - Hue Uomo - Saltallegro - Saltallegro Bebè - Serenella - e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questa mail a quante più persone potete se non altro per non alimentare l'indifferenza.

--
Rita Tiberi
Responsabile Relazioni Esterne
Legambiente onlus
Via Salaria 403 - 00199 Roma
tel +3906862681
www.legambiente.it


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Sveglia Italia!

Pubblicato su da ronin

Nel posto dove vogliano andare non abbiamo bisogno di strade, o di ponti sullo stretto, ma di autostrade dell' informazione.

Di una grande internet che colleghi davvero tutta l'Italia, compiendo una nuova unità 50 anni dopo:

il Nord ed il Sud, i ricchie ed i poveri, i giovani e gli anziani.

Quelli che sanno cos'è Internet e quelli che non hanno ancora capito.

Un'unica rete che ridistribuisca opportinità e speranze, mettendo in relazione progetti e conoscenze.

Premiando i più bravi invece dei raccomandati.

Creando ricchezza.

Quella che oggi sembra sparita,non solo dal nostro portafogli, ma dai nostri sogni.

il resto del mondo corre ed in questo posto chiamato futuro ci sta già andando con convinzione.

Beati i bambini nati a Singapore o a Seul, ma anche in finlandia, perchè i loro orizzonti sono più larghi.

Fra qualche anno faticheranno di meno a trovarsi un lavoro perchè sapranno crearselo mettendosi in Rete con altri e saranno a loro agia in un grande pianeta connesso.

Noi invece siamo fermi, immobili. Indifferenti.

Nel migliore dei casi in attesa che qualcuno ci regali quello che in altri paesi è già un diritto fondamentale.

Ma è venuta l'ora di prendersela , questa cosa.

Sveglia Italia! Facciamoci la Rete.

Non aspettiamo più il governo che non è stato capace di spendere qualche milione per portare un collegamento minimo a chi oggi non ha nemmeno quello: quasi sei milioni di persone sono ogni giorno escluse senza un vero perchè.

E non aspettiamo nemmeno il parlamento che non ha saputo dedicare una sola seduta a cercare di capire perchè quattro italiani su dieci potrebbero usdare internet e non lo fanno. Ignoranza digitale?

Se così fosse mi parrebbe un raro caso di corrispondenza certi eletti ed i rispettivi elettori.

Un piano nazionale per la banda larga non verrà mai da lì.

Manca la cultura, manca l'interesse.

O forse la rete spaventa chi comanda.

Hai mai visto che servisse da trampolino ad un Obama italiano?

Anche in questa interminabile crisi economica, non mancano invece i soldi per fare quello che si dovrebbe fare subito: portare la fibra ottica nelle case di tutti.

Servono 16 miliardi. Tanti? Dipende.

Sono cinque anni di autoblu, non ne sentiremmo la mancanza se da domani non ci fossero più.

Oppure uno stormo di cacciabombardieri, o il famigerato Ponte.

E' una questione di scelte, di priorità. Ma non solo.

Andate dal capo della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini.

Vi spiegherà perchè i soldi non sono un problema se si parla di Internet.

La Cassa, che gestisce i risparmi di gran parte degli italiani, è pronta a metterceli anche tutti, i fondi necessari,

in prestito o diventando azionista della società della nuova rete, perchè la fibra è un investimento a lungo termine ma sicuro: in un decennio il ritorno è garantito.

A patto che ci sia un vero piano che sancisca due regole:

primo, non ci saranno reti alternative, visto che il nostro piccolo mercato non le giustifica;

secondo, quella vecchia, in rame,  nata per le telefonate e non per navigare il Web, va spenta prima possibile (sennò fa concorrenza a quella in fibra ed itempi per rientrare dell'investimento si allungano).

Purtroppo, senza una forte volontà politica, un piano nazionale è impossibile.

Gli operatori di telecomunicazione fanno il loro mestiere che non coincide quasi mai con l'ineresse del paese.

E non coincide in questo caso dove si tratta di mettere tanti soldi per guadagnare tra dieci anni.

Perchè dovrebbe sbrigarsi a cablare l'Italia un operatore privato come Telecom che le precedenti gestioni hanno lasciato esangue?

E così la risposta è: andiamo avanti piano, pianissimo, dove c'è mercato ed il guadagno è certo.

Con la scusa che oggi non si usa nemmeno tutta la vecchia  rete disponibile.

Come se per fare le ferrovie vi nostri nonni avessero aspettato che ci fossero i passeggeri in fila.

O per fare le autostrade, che ci fosse una macchina per ogni famiglia.

Certe cose si fanno oggi perchè ci faranno crescere domani.

Punto. Ma allora a chi tocca? A noi, cioè ai sindaci, ai presidenti delle province e delle regioni, alle camere di commercio, alle associazioni industriali.

E persino ai sindacati: a chi rappresenta lavoratori, precari e pensionati dico, riprendetevi dalla pubblicità lo slogan

"Internet per tutti" per la prossima manifestazione, se lo leggete bene parla di sviluppo e di lavoro, non di tariffe per telefonini.

Prendiamoci la Rete, quindi.

Se non si può fare un piano per l'Italia, che si faccia un piano per ogni regione.

Chiamiamolo federalismo digitale:  dipende solo da noi.

La lombardia è già partita, e così il Trentino, altri seguranno presto, speriamo.

Noi li seguiremo, ogni giorno,  mese dopo mese.

Faremo il tifo per turri quelli che faranno qualcosa di concreto per costruire un pezzetto di futuro.

Da oggi, sono i nostri eroi.

 

(articolo di Riccardo Luna, WIRED, novembre 2010)

 

 

 

 

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Equo compenso a norma UE

Pubblicato su da ronin

La SIAE risponde alla sentenza della Corte di Giustizia UE: siamo conformi, grazie a un sistema di esenzioni e rimborsi. Ma come funziona questo meccanismo?

 

 

All'indomani della notizia della Sentenza con la quale la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che gli Stati membri possono esigere il pagamento di un equo compenso per copia privata solo in relazione a tipologie di dispositivi e supporti effettivamente "destinati" - e non già semplicemente "idonei" - alla registrazione di copie private, la SIAE, attraverso una dichiarazione del suo direttore generale, Gaetano Blandini, si è affrettata aprecisare che la normativa italiana sarebbe già coerente con la disciplina Europea.

Nella dichiarazione del DG SIAE, in particolare, si legge che "Circa la precisazione innovativa della Corte, e cioè la non conformità alle norme europee di una applicazione 'indiscriminatà dell'equo compenso per copia privata, è da chiarire che sin dal 2003 - anno in cui è stata recepita in Italia la direttiva comunitaria - trova attuazione in Italia, in particolare nelle procedure della SIAE (ente pubblico al quale la legge demanda l'applicazione della normativa nazionale sulla copia privata), un sistema di esenzioni e rimborsi".
La SIAE, dunque, sembra riconoscere la circostanza che l'attuale disciplina italiana in materia di equo compenso per copia privata prevede, a livello generale, un obbligo di pagamento di detto compenso anche in relazione a dispositivi e supporti per i quali - alla stregua della disciplina europea - esso non sarebbe dovuto ma pare ritenere che la conformità della disciplina nazionale (vale a dire il Decreto Bondi) alla normativa europea sia garantita dal "sistema di esenzioni e rimborsi" la cui gestione è, ex lege, demandata alla stessa SIAE.
Si tratta di una conclusione che non convince affatto.

Come, sebbene solo implicitamente, oggi ammesso dalla stessa SIAE, il Decreto Bondi, in effetti, impone l'obbligo di pagamento dell'equo compenso - salvo, appunto, eccezioni - anche in relazione a dispositivi e supporti tecnicamente idonei alla registrazione di copie private ma non anche a ciò "commercialmente" destinati: solo per fare un esempio l'attuale disciplina non sottrae dall'ambito di applicazione dell'equo compenso dispositivi e supporti acquistati da persone giuridiche e/o da professionisti per finalità estranee all'esecuzione della copia privata.
La possibilità, dunque, di considerare la vigente disciplina italiana conforme alla regolamentazione europea è legata esclusivamente alla possibilità di ritenere a ciò sufficiente il regime di esenzioni e rimborsi gestito, appunto, dalla SIAE.
Tale possibilità deve, tuttavia, essere esclusa.

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