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un pochino di conti

Pubblicato su da ustorio

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Insidie stradali: i Comuni devono risarcire li danni per le cattive condizioni della strada

Pubblicato su da ustorio

Le Pubbliche Amministrazioni sono sempre responsabili per le anomalie sui tratti di strade di centri abitati e, pertanto, sono tenute a risarcire i danni provocati ai conducenti. Gli enti proprietari della via, infatti, devono evitare che il manto stradale urbano presenti fonti di pericolo.

 

In generale, l’ente proprietario della strada è sempre responsabile quando:

 

a – sia stato esso stesso a creare la fonte di pericolo (per es.: una strada sprofondata per difetti di costruzione);

 

b – quando l’ente abbia, in concreto, la possibilità di esercitare un potere di immediato intervento e custodia sulla strada. Ciò dovrà essere valutato in base ai seguenti parametri:

1. l’estensione della strada (una strada particolarmente lunga richiede maggiori tempi di intervento);

2. la posizione (una strada lontana o poco accessibile allunga le operazioni di riparazione);

3. le dotazioni e i sistemi di assistenza che la connotano.

La P.A. perciò è responsabile qualora possa intervenire immediatamente per eliminare il pericolo (buche, marciapiedi rotti, lastre di ghiaccio ecc.).

 

Rientrano in questo secondo caso le strade dei centri abitati che, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], comportano sempre la responsabilità del Comune. Posta infatti la vicinanza e la sorvegliabilità delle stesse, si presume la possibilità dell’amministrazione di prevenire o riparare immediatamente i danni [2]. Pertanto l’ente deve è sempre responsabile, salvo che provi il caso fortuito.

 

Al tempo stesso, però, bisogna tener conto della condotta del danneggiato. Infatti la responsabilità della amministrazione viene meno [3] o viene alleggerita [4] quando il danno si sia verificato per un comportamento colposo dell’utente della strada. In questo caso, gli enti “negligenti” potranno essere considerati esenti da responsabilità o obbligati a risarcire solo una parte di danno.

 

Ad esempio, una recente sentenza [5] ha escluso la responsabilità del Comune per la caduta di un ciclista su una griglia stradale. Infatti, il leggero avvallamento in cui è inserita (normale per la necessità tecnica di far defluire l’acqua) è stato considerato prevedibile dall’utente e non un insidia stradale. Pertanto il danno è stato addebitato interamente al ciclista distratto.

 

[1] Cass. sent. n. 6903 dell’8 maggio 2012.

[2] Art. 2051Danno cagionato da cosa in custodia –“Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito (1218,1256)”.

[3]Quando il comportamento colposo dell’utente è idoneo a interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso.

[4] Nell’ipotesi in cui il comportamento colposo dell’utente abbia avuto un’efficienza causale tale da configurabile un concorso di colpa ex 1227 c.c. comma 1, con conseguente diminuzione della responsabilità della P.A. in proporzione all’incidenza causale del comportamento stesso.

[5] Cass. sentn. 1310 del 30 gennaio 2012.

 

 

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la saggezza di Massimo Fini

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I partiti che si accapigliano sulla riforma elettorale, sulla Rai, sulla giustizia, sulle tasse, sul rigore, per accaparrarsi ancora qualche fettina di potere e nell’illusione di conquistare consenso, assomigliano molto ai polli di Renzo che si beccavano l’un l’altro senza rendersi conto che sarebbero presto finiti sullo spiedo dell’Azzeccagarbugli. Se non proprio allo spiedo i partiti rischiano di finire sulla padella dell’irrilevanza. È infatti molto probabile che alle prossime elezioni, si tengano in autunno o nel 2013, le astensioni e i voti dati a Grillo riducano il parterre degli elettori ai minimi termini. Certo il Pd, il Pdl e gli altri potranno ancora ottenere, dal punto di vista puramente matematico, percentuali di una certa consistenza, ma su un numero di elettori più che dimezzato. E se dal calcolo si detraessero gli uomini degli apparati, gli adepti e tutti coloro che sono legati alla classe politica per ragioni clientelari, si vedrebbe che il voto liberamente dato, quello che esprime un vero consenso, riguarda ormai una percentuale infima e che la credibilità dei partiti è ridotta a un lumicino cimiteriale, sul punto di spegnersi del tutto. Ed è quanto i partiti si meritano; dopo trent’anni di grassazioni, di latrocinii, di spudorato clientelismo, di lottizzazioni, di abusi, di soprusi, di prepotenze, di disinteresse per il bene pubblico e anche della totale mancanza di quella capacità di previsione che dovrebbe essere, forse, il compito principale di una classe dirigente. Prendiamo, ad esempio, il drammatico problema delle pensioni. A metà degli anni ’80, non ci voleva un indovino per sapere quale sarebbe stata la composizione per età della popolazione italiana del Duemila. Bastavano le statistiche demografiche. È da allora che si sarebbe dovuto metter mano alla questione invece di sperperare denaro, per ragioni clientelari, nelle pensioni baby, nelle pensioni d’oro, nelle pensioni di anzianità fasulle, nelle pensioni di invalidità false.
Per trent’anni la classe politica non solo si è rifiutata di autocorreggersi, ma ha impedito in tutti i modi qualsiasi cambiamento dello «statu quo». Un esempio emblematico viene dalle inchieste di Mani Pulite. Un’occasione unica per una correzione del sistema, per un giro di boa. Invece bastarono pochissimi anni alla classe politica, con la complicità di quasi tutti gli intellettuali, per trasformare i ladri di regime in vittime e i magistrati nei veri colpevoli. Ancora oggi Piero Ostellino scrive sul Corriere della Sera (30/1) che la «ragion di stato» deve prevalere sull’etica e il diritto (quale «ragion di stato» legittimi i furti alla collettività è davvero difficile da capire). Così si è continuato come prima, peggio di prima perché da metà degli anni ’90 si è aggiunta una devastante campagna, di matrice berlusconiana, di delegittimazione della magistratura italiana che, insieme ad altri fattori, ci ha impedito di arginare la frana che ci sta rovinando addosso. Sono trent’anni che noi cittadini veniamo trattati come sudditi, privi di capacità politica che non sia quella di andare ogni cinque anni a legittimare, col voto, i padroni di turno. E dai e ridai ci siamo stufati. Non ci crediamo più. Non alla politica, come surrettiziamente ci si vuol far credere, ma ai partiti, che è cosa diversa. E la crisi economica ha contribuito a incrementare questo discredito, questo disprezzo nei confronti di coloro che dovrebbero essere i nostri rappresentanti. E io penso seriamente che le prossime elezioni segneranno la fine della democrazia rappresentativa, almeno così come l’abbiamo conosciuta e, purtroppo, subita.

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Radio Vaticana, fine delle trasmissioni

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Le antenne in provincia di Roma cesseranno di trasmettere verso alcune regioni. L'impianto abbasserà il livello d'emissione elettromagnetica per le onde corte e medie. I cittadini pronti al nuovo assalto legale

 

 È la nuova strategia annunciata dal direttore di Radio Vaticana Padre Federico Lombardi, per una copertura basata sulla ritrasmissione da parte di altre radio regionali e locali. Ma anche tramite le più moderne modalità d'accesso al Web, che permetteranno agli impianti di Santa Maria di Galeria (provincia di Roma e una lunga storia di querelle legali con l'emittente della Santa Sede) di interrompere tutte le trasmissioni in onde medie e corte verso numerosi paesi dell'Europa e delle Americhe.

Dal prossimo luglio, Radio Vaticana 
abbasserà il livello d'emissione di onde elettromagnetiche dal suo centro di trasmissione alla periferia della Capitale, nell'area di 430 ettari che gode del diritto di extraterritorialità come stabilito dai Patti Lateranensi. Il presunto inquinamento elettromagnetico causato dalle svariate antenne di Santa Maria di Galeria ha portato negli ultimi anni a proteste, battaglie legali e tragici decessi.

L'associazione Bambini senza onde - con base a Cesano, altra zona molto vicina all'insediamento della radio ufficiale della Santa Sede - ha infatti 
riportato altri 3 casi di leucemia infantile, pronta a consegnare le relative cartelle cliniche al PM Stefano Pesci della Procura di Roma. "Porteremo tutto questo nuovo aggiornamento sanitario alla Procura - hanno annunciato i responsabili dell'associazione - nella convinzione che possa avviare il processo e a rinviare a giudizio i vertici della Radio non più solo per getto di cose pericolose ma anche per reati ben più gravi".

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La SIAE ti blocca il pc? E’ una truffa

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La SIAE smentisce qualsiasi azione volta a bloccare il pc degli utenti: si tratta di una truffa che in queste ore sta mietendo vittime in tutta Italia.

 

La SIAE si è trovata costretta in queste ore a diramare un comunicato nel qualesmentisce categoricamente qualsiasi azione volta a bloccare il pc degli utenti. La precisazione, pur se del tutto ovvia e scontata, si è resa necessaria a causa della diffusione di un malware che, presentandosi a nome della Società Italiana degli Autori ed Editori, minaccia gli utenti chiedendo del danaro per riabilitare all’uso del PC.

Recita la comunicazione ufficiale della SIAE:

Stanno arrivando al centralino della SIAE telefonate da più parti d’Italia che segnalano la circolazione in rete di un virus che blocca i computer e fa apparire un avviso con una richiesta di pagamento da parte della SIAE, con tanto di logo. Mai e in nessun modo la SIAE utilizza o potrebbe utilizzare sistemi di blocco dei computer degli utenti per fare richieste di pagamento. Per contrastare l’ulteriore diffusione del virus sono state allertate le forze dell’ordine competenti.

Il meccanismo è del tutto chiaro: una volta infettato il computer, il malware simula un blocco del pc facendo comparire il logo della SIAE sullo schermo. Così facendo la vittima teme un controllo remoto del proprio sistema e si sente “scoperto” per eventuali download pirata. La paura fa novanta e spesso spinge ad improvvidi click: l’avviso richiede infatti un pagamento per riabilitare il controllo del sistema, ma il consiglio è quello di evitare qualsivoglia azione che non sia un controllo del sistema da parte di un antivirus aggiornato.

In passato una infezione del tutto simile si presentò all’utenza italiana mostrando, invece del logo SIAE, il logo della Polizia. Il meccanismo era però il medesimo e per lungo tempo il Cnaipic dovette diramare comunicati che rassicuravano gli utenti e ricordavano di non pagare alcunché, ma piuttosto di verificare la salubrità del proprio sistema tramite scansioni con antivirus.

 

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Come difendersi da Equitalia

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di Luca Telese | 14 maggio 2012

 

Roma, entri nel portone di via Appia 103, e incontri un cliente per le scale: “Anche tu sei venuto per Equitalia?“. Già, perché nella saletta dello studio legale di Romina D’Ambrosio, avvocato, due clienti su tre hanno in tasca l’inconfondibile busta con la stampigliatura nera e il terrificante logo dell’agenzia. Lei ci ride su: “In tempo di crisi, purtroppo, a Equitalia sono rimasti gli unici che ci danno lavoro”. La D’Ambrosio, per gli amici “Equi-Romy”, è anche consulente per l’AssociazioneFederconsumatori, e riassume tutto con un dato incredibile: “Quest’anno quindici consumatori su venti vengono qui per cartelle esattoriali. Noi siamo per il rispetto assoluto della legge, ma anche per tutelare molte persone che finiscono nel vortice delle multe e delle ammende ingiustificate e lievitate oltre ogni misura. Che spesso non hanno strumenti economici, né legali per difendersi dagli eccessi impositivi”.

Per spiegarmi di cosa parla, la D’Ambrosio mi fa un esempio incredibile di lievitazione ingiustificata della multa: “Ecco la storia, vera, di Michele De Marco Cervino. È un medico, nel 2007 riceve la notifica di una multa e la paga regolarmente, entro i sessanta giorni. Fate attenzione: si trattava di 207 euro“. Pausa, comincia il film horror: “Tutto a posto? Macché: nel 2011, De Marco si vede recapitare, per la stessa multa che ha pagato!, una cartella da 2.225,47 euro!“. La D’Ambrosio tira fuori il ricorso per farmi vedere che non scherza: “Sono andata con il mio cliente a Equitalia per chiedere lo storno della cartella“. Risposta: “Lei ha ragione, ma il credito ci è stato ceduto così dal Comune di Roma. Noi non possiamo entrare nel merito“. E al Comune? “Voi avete ragione, ma noi non possiamo fare nulla. Ormai abbiamo ceduto il credito a Equitalia, non ci riguarda più“.

Ed è qui che entra in campo “Equi-Romy” D’Ambrosio: “Ho studiato la cartella, e ho scoperto che avevano maggiorato il valore della multa del 20% per ogni anno. E che poi erano state aggiunte una miriade di spese inventate: notifica, iscrizione al ruolo, molte incomprensibili, e infine quella paroletta magica: “Maggiorazioni”. Cifre non spiegate. Se la immagina una pensionata alle prese con questo rompicapo?“.

Giudice di Pace. Ed ecco invece che cosa bisognerebbe fare: “Entro 30 giorni dalla notifica, bisogna subito ricorrere al giudice di pace“. Prima fregatura: “Grazie al governo Berlusconi bisogna versare il contributo unificato, da 37 a 200 euro”. Postilla: “Al giudice bisogna subito chiedere una sospensiva per evitare l’iscrizione di ipoteca su un immobile o su una macchina, le cosiddette ‘ganasce amministrative’”. Drammatica subordinata: “Da tre anni a questa parte, molti clienti arrivano qui senza sapere di avere già la casa ipotecata”. Esempio: “Una mia cliente, Anna Aurizzi, una persona già in difficoltà , ha avuto una cartella esattoriale per il mancato pagamento della mensa scolastica. Dopo che con le maggiorazioni era lievitata a 4.000 euro, abbiamo scoperto che le avevano già ipotecato la casa. Il fatto incredibile è che questo provvedimento è illegittimo per una sentenza della Cassazione a sezioni unite, per debiti inferiori a 8.000 euro. Lo avevano fatto lo stesso“. Cancellazione. Morale della favola: “Anna, che non lo sapeva, otterrà ragione. Ma intanto sono passati già quattro anni senza che arrivasse la sentenza. E così quella casa lei non la può vendere“. Istruzioni per l’uso: “Bisogna sapere che si possono sempre contestare le cartelle con sanzioni amministrative per le maggiorazioni. Il più delle volte un avvocato può dimostrare che sono illegittime”.

Notifiche. Altro consiglio decisivo: “In molti casi i comuni sono in torto formale per difetti di notifica. Ecco perché bisogna chiedere al proprio avvocato di controllare la notifica dell’atto da cui ha avuto origine la cartella. In tre casi su quattro non ci sono firme e la notifica non è avvenuta. Il che lede il diritto del cittadino di potersi difendere o scegliere di pagare“. Ultima considerazione: “C’è una legge sulla trasparenza degli atti amministrativi che viene quasi sempre ignorata. Resistere a Equitalia, quindi, non vuol dire combattere la legge, ma chiedere che sia applicata“.

 

Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2012

 

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La tariffa di igiene ambientale è un tributo e come tale non va assoggettata ad Iva

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Dopo il clamore generato dalla sentenza della Corte Costituzionale n.238 del 24 luglio 2009 sulla natura tributaria della Tariffa di Igiene Ambientale, che stabiliva la non applicazione dell’Iva, il principio era stato ribaltato dell’art. 14, comma 33 del Decreto Legge n.78/2010, ove veniva specificato che la tariffa non ha natura tributaria e, conseguentemente, deve scontare l’imposta sul valore aggiunto. Le recenti sentenze della Corte di Cassazione n.3294 e n.3756 riaprono il dibattito: è affermato che la tariffa ha natura tributaria e, come tale, non deve scontare l’Iva. In ogni caso, a decorrere dal 1° gennaio 2013, sarà istituito il tributo comunale sui rifiuti e sui servizi (RES) che abrogherà TARSU, Tariffa di Igiene Ambientale, “TIA Ronchi” e “TIA Ambiente”.

 (Corte di Cassazione, Sentenze n.3294 del 02/03/2012 e n.3756 del 09/03/2012)

 

 

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Farmaci, Ministero Salute firma “delisting” di 220 medicinali di fascia C

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Via libera dal Ministero della Salute a una lista di 220 farmaci che potranno essere venduti fuori dalle farmacie, nei corner della grande distribuzione e nelle parafarmacie. Il Ministro della Salute ha infatti firmato ieri il “delisting” di alcuni farmaci di fascia C, ovvero l’elenco dei farmaci che potranno essere venduti anche senza ricetta, dunque fuori dalle farmacie tradizionali.

Il decreto, spiega il Ministero, dà attuazione a quanto previsto dall’articolo 32 del decreto-legge “Salva-Italia” (n. 101/2011) sul regime di vendita dei medicinali appartenenti alla classe C, cioè a totale carico del cittadino. Il provvedimento, che è stato adottato a seguito delle valutazioni tecniche compiute dall’Agenzia italiana del farmaco, prende in considerazione tutti i medicinali di classe C finora vendibili soltanto dietro presentazione di ricetta medica. Il decreto, con gli elenchi integrali dei farmaci, verrà pubblicato nei prossimi giorni in Gazzetta Ufficiale e, contemporaneamente, sul sito del Ministero della Salute.

I farmaci che saranno portati fuori dalla farmacia e che potranno essere venduti senza ricetta negli esercizi commerciali previsti dal decreto Bersani del 2006 (parafarmacie e corner della grande distribuzione) sono presenti in una lista che contiene circa 220 confezioni di medicinali, con la specificazione del principio attivo e del marchio di fabbrica. Come informa il Ministero della Salute, “i cittadini potranno trovare, anche negli esercizi diversi dalle farmacie, medicinali finora riservati a queste ultime, fra cui prodotti di largo uso come antivirali per uso topico a base di aciclovir, antimicotici vaginali a base di econazolo, antimicotici locali a base di ciclopirox, prodotti per la circolazione, come i farmaci a base di diosmina, colliri antiallergici e antiinfiammatori per uso topico”.

Il decreto individua però anche i medicinali che dovranno continuare a essere venduti solo su ricetta medica, dunque solo in farmacia. Per questi, fra i quali rientrano gli iniettabili, gli anticoncezionali e gli antidepressivi, non cambierà nulla. Come spiega il Ministero della Salute, “la maggior parte di questi farmaci appartiene alle quattro categorie di medicinali per le quali è stato lo stesso decreto-legge ad escludere la possibilità del passaggio alla vendita senza ricetta: si tratta dei medicinali stupefacenti, degli iniettabili, deimedicinali del sistema endocrino e di tutti i medicinali per i quali è previsto il più rigoroso regime dellavendita dietro presentazione di ricetta medica da rinnovare volta per volta”.  Una restrizione che, già al momento della sua presentazione, era stata interpretata come un freno alla liberalizzazione dei farmaci di fascia C, la richiesta originale fatta da associazioni di consumatori e sigle rappresentative delle parafarmacie.

 

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Crescono gli atei, calano i credenti: la verità viene a galla

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Finalmente. Sono anni che l’Uaar chiede che siano diffusi i risultati delle ricerche sulla religiosità. E di finire di prendere in considerazione le statistiche pubblicate dal Vaticano, palesemente inattendibili. Ora constata con soddisfazione che da due giorni si è cominciato a farlo.

«Meno credenti e più atei»; «il mondo abbandona la fede»: i mezzi di informazione, nel dar conto dell’ultimo studio svolto in trenta paesi nel mondo, hanno preso atto senza eufemismi del nuovo scenario religioso del pianeta. «Presi singolarmente, tali dati non rappresentano certo una novità», commenta Raffaele Carcano, segretario Uaar, «ma la visione d’insieme produce indubbiamente un effetto notevole». Ma quali sono i motivi per cui il mondo si allontana dalla religione?

L’ateismo prospera dove si diffondono cultura, benessere, libertà di espressione, ricorda l’Uaar. E dove la società è stabile: non a caso, ha rilevato lo studio, gli unici paesi che registrano un’inversione di tendenza sono quelli dove la fede è imposta, o per la fede si arriva a sparare. Pace e ateismo a braccetto?

«La fede è soprattutto un fenomeno identitario», nota Carcano, «tant’è che lo stesso studio rivela che chi si dice credente dichiara di esserlo soprattutto per tradizione e abitudine». La famiglia è l’ultimo baluardo della fede: se non si trasmette in casa, la religione piano piano cede. Guarda caso, sono soprattutto i giovani i meno credenti. Un futuro nero per la religione?

«Non è detto», conclude Carcano: «ma sembra finito il tempo in cui la religione poteva contare sul potere per imporsi e trasmettersi. Per i leader religiosi il momento è cruciale: devono cominciare a usare argomentazioni convincenti». Ne saranno capaci?

Comunicato Stampa UAAR

 

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Brin: la Rete è in pericolo, Google ultimo baluardo

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La grande minaccia al Web libero secondo il co-founder di BigG. La cybercensura dei governi, le lobby anti-pirateria, i giardini recintati di Apple e Facebook

 

Una minaccia incombente sulla libertà del vasto ecosistema connesso, annunciata dal co-founder di Google Sergey Brin in una lunga intervista al quotidiano britannico The Guardian. In pericolo sarebbero i principi fondamentali di apertura e libero accesso alla Rete, in un ambiente digitale che sembra ormai distante dagli albori della grande rivoluzione tecnologica.

"In tutto il mondo, esistono forze molto potenti che si sono allineate su più fronti contro la Rete libera -
 ha esordito Brin - Sono più preoccupato ora che in passato. È spaventoso". Chi porterebbe al web questa minaccia così terribile? Innanzitutto i vari governi del pianeta,quelli che combattono la libera circolazione di opinioni nell'era della condivisione online.

Dalla
 grande muraglia digitale in Cina al blocco dei social network in Iran. La natura aperta e democratica della Rete messa in pericolo dal regime della cybercensura, sui ripetuti tentativi di tecno-controllo da parte delle autorità più repressive. I vari nemici di Internet sono annualmente denunciati dall'organizzazione internazionale Reporters Sans Frontieres (RSF).

Ma la minaccia paventata da Brin non passa soltanto per la censura a livello governativo. Le lobby legate all'industria dell'intrattenimento hanno scatenato un'agguerrita battaglia contro la condivisione pirata, attraverso disegni di legge - SOPA, CISPA, ma anche trattati come ACTA - pericolosi per la libertà d'espressione sul web.

Infine, la terza forza indicata dal co-founder di BigG. Colossi come Apple e Facebook starebbero stringendo la morsa per una visione "balcanizzata" della Rete. Attraverso rigide piattaforme proprietarie che sarebbero ormai riuscite a chiudere milioni di utenti nei cosiddetti walled garden, giardini recintati per il controllo totale delle attività condivise.

Tornano così i vecchi dissapori tra Google e il sito di Mark Zuckerberg, in particolare la battaglia sull'esportazione dei contatti Gmail verso il social network da quasi 900 milioni di amici. L'azienda di Mountain View aveva di fatto bloccato Facebook, dopo un tentativo silente di sfruttare l'immenso patrimonio di dati sul sito in blu.

Il 
ragionamento offerto da Brin sembra chiaro. L'ecosistema digitale voluto da Facebook non permetterebbe oggi la nascita di un protagonista come Google. "Con tutte queste regole, l'innovazione rischia di essere limitata", ha sottolineato Brin. Curioso però il motivo citato dal co-founder di BigG.

"C'è tanto da perdere con i sistemi recintati. Ad esempio, tutte le informazioni contenute nelle applicazioni. Questi dati non sono rintracciabili dai crawler del web. E quindi l'utente non li può cercare". È dunque questa la minaccia portata dai colossi 2.0 come la piattaforma di Zuckerberg? In altre parole, per Brin tutto quello che non è indicizzabile da Google sarebbe un problema, in una inedita sovrapposizione tra Google stessa e una Internet libera.

"Facebook ha succhiato per anni i contatti Gmail", ha ribadito Brin. È tutta una questione di libero accesso alle informazioni da parte di società private che offrono servizi ormai fondamentali ai netizen? C'è chi ha infatti ricordato a BigG le sempre attuali problematiche relative al rastrellamento selvaggio di dati personali e attività di navigazione web.

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