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Italia.it, ennesima porcata

Pubblicato su da ustorio

Una proposta di legge per l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare che sondi l'operato dell'Agenzia nazionale del turismo

 

La travagliata storia di Italia.it, quello che teoricamente dovrebbe essere il portale deputato a rappresentare online l'Italia e i suoi luoghi turistici, ma che finora è stato di fatto una sorta di buco nero di investimentitempo e situazioni poco chiare e poco edificanti, potrebbe trovarsi ora al centro di un'inchiesta parlamentare.

A rilanciare questa possibilità vi è infatti una proposta di legge presentata lo scorso 23 novembre 2011 a firma dei deputati Ludovico Vico, Elisa Marchioni, Laura Froner, Vinicio Giuseppe Guido Peluffo ed altri 27 deputati del PD per l'istituzione di un'inchiesta sulla gestione commissariale dell'Agenzia nazionale del turismo (ENIT).

Tra i motivi di interesse dell'inchiesta che affiderebbe a 15 deputati e 15 senatori il compito di fare luce in 6 mesi su quanto svolto da Enit, l'ente istituzionale vigilante, il DSCT (Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo), e la Struttura di Missione per il rilancio dell'immagine dell'Italia istituita presso la Presidenza del Consiglio sotto l'ex-ministro Michela Vittoria Brambilla, ci sarebbe naturalmente anche Italia.it.

 

Su tale questione la proposta di legge vorrebbe veder messi nero su bianco "i contratti in essere, le spese sostenute e le procedure di qualsiasi genere avviate, che abbiano o abbiano avuto utilità reale per l'effettivo ed efficace rilancio dell'immagine dell'Italia".

 

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Beidou, operativo il GPS cinese

Pubblicato su da ustorio

Il nuovo network di navigazione satellitare ideato da Pechino entra in piena fase operativa. Per ora serve la sola regione cinese, ma presto conquisterà il mondo, con tanto di SMS gratuiti

 

Dopo anni di attesa è finalmente operativo il network Beidou, alternativa per la navigazione e il positioning satellitari realizzato dalla Cina con ambizioni globali. Beidou si pone come sostituto cinese alla rete statunitense GPS, ma al momento è in grado di servire bisogni esclusivamente regionali.

L'operatività della seconda generazione del network Beidou è stata annunciata con
comprensibile fanfara dalle autorità di Pechino, fase intermedia di un cammino iniziato nel 2000 con il primo "demo" del network satellitare e che ora è in grado di fornire servizi di geolocalizzazione "accurati" e impermeabili alle avverse condizioni ambientali a una regione che comprende Cina, Asia e Australia.

Al momento il network si compone di 10 satelliti in piena operatività, la "base" del sistema Beidou che col tempo si estenderà fino a raggiungere la capacità di una copertura globale entro il 2020. A quel punto il network offrirà i propri servizi agli utenti dell'intero Pianeta con tanto di messaggi testuali gratuiti (SMS) per i dispositivi che saranno in grado di utilizzarlo.

 

La Cina entra dunque a pieno titolo nel mercato della geolocalizzazione, sfidando lo storico e malandato GPS ma anche le new entry europea (Galileo) e russa. Gli americani, neanche a dirlo, sarebbero impensieriti: fonti non confermate parlano di membri del Pentagono estremamente preoccupati per la sicurezza dei satelliti GPS e di future "guerre stellari" all'orizzonte tra Nordamerica e Asia.

 

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GSM, l'alba dei cellulari zombie

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Un esperto di sicurezza tedesco mette ancora una volta in guardia utenti e carrier telefonici: lo storico network GSM è un colabrodo, e basta poco per prendere il controllo di migliaia di cellulari in un sol colpo

 

Karsten Nohl lancia ancora una volta l'allarme sull'inaffidabilità e la pericolosità del GSM, il network di comunicazione cellulare di prima generazione ancora ampiamente usato nel mondo come sistema di "backup" nel caso in cui le reti più avanzate (EDGE, UMTS ecc.) non fossero raggiungibili dal terminale dell'utente.

Nel ruolo di responsabile della società di consulenza tedesca Security Research Labs, Nohl ha ora scovato 
una nuova vulnerabilità all'interno della tecnologia GSM, una falla che potrebbe permettere a cyber-criminali e malintenzionati di prendere il controllo degli smartphone e portare a compimento ogni genere di azione nefasta. A perderci sarebbe naturalmente sempre e comunque l'utente.

Miliardi di terminali esistenti al mondo sono vulnerabili alla falla, dice Nohl, perché il problema risiede nel software di comunicazione usato dall'infrastruttura cellulare gestita dai carrier telefonici: prendere il controllo di un terminale permette all'attaccante di registrare chiamate vocali e messaggi SMS, attivare chiamate verso numeri "premium" dal costo esorbitante e altro ancora. Il principale problema della (nuova) falla è poi la sua capacità di fare un gran numero di danni in un tempo alquanto breve: Nohl sostiene che sarebbe possibile attaccare e "sequestrare" centinaia di migliaia di terminali in poco tempo.

Il problema 
è globale, interessa svariati paesi e operatori in tutto il mondo - Nohl e colleghi ne hanno testati 32 in 11 diverse nazioni - ma potrebbe essere risolto con relativa facilità se i carrier si decidessero ad aggiornare il proprio software di gestione delle infrastrutture di comunicazione.

 

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Italiani, navigatori senza rete

Pubblicato su da ustorio

A internet preferiscono ancora il telecomando e il telefonino. E nonostante la crescita della diffusione di PC, per la banda larga sono ancora il fanalino di coda d'Europa

 

 L'ultimo rapporto ISTAT "Cittadini e Nuove tecnologie"evidenzia qualche passo avanti dell'Italia per quanto riguarda la diffusione di PC, Internet e Banda Larga. Ma, nonostante questo, si tratta di un Paese che resta ancora indietro rispetto alla media europea. 

Rispetto al 2010 cresce lievemente la quota delle famiglie in possesso di un PC (dal 57,6 al 58,8 per cento), e un po' di più quelle che hanno l'accesso a Internet (dal 52,4 al 54,5 per cento) e quelle con una connessione a banda larga (dal 43,4 al 45,8 per cento): numeri comunque non eccezionali, soprattutto se si guarda al resto d'Europea.

Considerando, infatti, le famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni che possiede un accesso a Internet da casa, a fronte di una media europea pari al 73 per cento, l'Italia si posiziona solo al ventiduesimo posto, con un valore pari al 62 per cento ed equivalente a quello registrato per la Lituania. Le 
maggiori differenze si possono individuare tra nuclei con capofamiglia operai o dirigenti: 24 i punti percentuali di distinzione a favore di questi ultimi. Fattore di spinta per la connessione di un nucleo familiare è poi soprattutto la presenza di almeno un minorenne: di queste famiglie è l'84,4 per cento ad avere un PC, il 78,9 ad avere accesso a Internet e il 68 connessione a banda larga.

Le famiglie delle regioni del Centro e del Nord Italia si confermano maggiormente connesse: il 61 per cento di queste hanno un PC e il 56 una connessione Internet (e il 49 la banda larga), rispetto al 53 per cento delle famiglie del Sud che hanno un PC, il 48,6 con una connessione e appena il 37,5 con banda larga. Anche guardando solo alla frazione delle famiglie con minorenni, tuttavia, i numeri per quanto positivi e in miglioramento stonano ancora con i numeri del televisore (che ha una penetrazione del 96) e del digitale terrestre che, nonostante sia arrivato da poco, è già presente nel 67 per cento delle case: queste due tecnologie insieme al cellulare (che ha un tasso di penetrazione del 91,6 per cento) rappresentano ancora incontrastate i device tecnologici maggiormente apprezzati dagli italiani. 

Diversi i motivi che tengono gli Italiani lontani dalla Rete: "Il 41,7 per cento delle famiglie - si legge nel Rapporto ISTAT - dichiara di non possedere l'accesso a Internet perché non ha le competenze per utilizzarlo; il 26,7 per cento considera Internet inutile e non interessante, il 12,7 per cento non ha accesso a Internet da casa perché accede da un altro luogo, l'8,5 per cento perché considera costosi gli strumenti necessari per connettersi e il 9,2 per cento perché ritiene eccessivo il costo del collegamento".

Per quanto riguarda invece chi utilizza Internet, negli ultimi tre mesi costoro hanno utilizzato la Rete prevalentemente per spedire o ricevere email (80,7 per cento) e per cercare informazioni su merci e servizi (68,2), ed è cresciuta rispetto al 2010 la quota di coloro che usano Internet per leggere news o giornali online (più 7 punti percentuali). 

In generale nel 2011 il 53,8 per cento ha consultato un wiki per acquisire informazioni, il 48,1 per cento ha creato un profilo utente, inviato messaggi o altro su Facebook o Twitter. I social network sono stati poi utilizzati anche come strumento di informazione e comunicazione su temi sociali o politici (22,8 per cento). Minoritario, ancora, l'utilizzo del Web per partecipare a consultazioni o votazioni su problemi sociali o politici, come ad esempio per firmare una petizione (8,6 per cento), o per partecipare a network professionali come LinkedIn e Xing (8,3).

 

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Frequenze TV, sì all'asta?

Pubblicato su da ustorio

Il Governo promette di pensare a come passare dal beauty contest ad un modello che possa rimpinguare le casse dello Stato. Incerte le modalità di applicazione di questi propositi

 

Si tratta ancora esclusivamente di promesse, che possono dunque più o meno concretizzarsi, ma quanto meno rappresentano una svolta per la questione: il Governo tecnico di Mario Monti si è impegnato a indire un'asta per l'assegnazione delle frequenze del dividendo digitale.

In concomitanza con i dibattimenti sulla uova manovra finanziaria, 
si erano levate le polemiche per la scelta di assegnare le frequenze dei multiplex digitali non con un'asta al rialzo ma sulla base di un Beauty Contest basato su caratteristiche peculiari dei possibili affidatari di tali beni pubblici.

La presa di posizione di alcune parti politiche, Assoprovider, Altroconsumo e Femi sembra essere riuscita a spingere il Governo a cambiare rotta: 
accogliendo due ordini del giorno presentati da Idv, Pd e Lega (che ha cambiato posizione rispetto a quando stava al Governo), si impegna ad annullare l'assegnazione gratuita delle frequenze a favore di un'asta "a titolo oneroso".

I rappresentanti del Pdl, che avendo la Lega cambiato fazione rimangono gli unici favorevoli al Beauty Contest, non si sono espressi e anzi hanno, dopo aver inizialmente chiesto il ritiro degli ordini del giorno, dato poi il nulla osta. Alcuni riferiscono tuttavia di un Berlusconi che avrebbe parlato di "imboscata".

Prima dei fatidici ordini del giorno, in realtà, il Governo aveva già aperto alla possibile svolta: "Di fronte ai sacrifici chiesti agli italiani - 
aveva infatti detto il ministro dello Sviluppo Corrado Passera - pensare che un bene di Stato possa esser dato gratuitamente non è tollerabile e, verosimilmente, non lo tollereremo".

Agli impegni devono ora seguire azioni concrete: tuttavia 
alcuni riferisco che il ministro Passera sarebbe intenzionato a prendersi un anno per capire cosa fare prima di passare all'asta vera e propria. Una situazione che, non essendo certa la durata di un Governo tecnico basato sui voti di due opposte fazioni politiche, potrebbe solo significare un rinvio a tempi diversi (e lontani) della questione.

 

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Decreto Salva Italia: ma quale semplificazione privacy?

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di A. Lisi e G. Garrisi (www.studiolegalelisi.it) - Semplificazione? Nel Decreto "Salva Italia" gli adempimenti in materia di privacy rimangono tutti in vigore per imprese e PA, con qualche evidente peggioramento

 

"Niente più privacy nella PA e nelle imprese! Non si applica più il Codice privacy e tutto si semplifica! Attentato-privacy per enti pubblici e società!" si è letto di tutto in questi ultimi giorni in merito alle innovazioni contenute nel decreto "Salva Italia" e molti commentatori,salvo rare eccezioni, pur di divulgare per primi l'ultima novità, hanno inseguito i titoloni dei giornali senza fermarsi a meditare sulla reale portata di questa riforma oggi in vigore. Ebbene sì, è giusto dirlo subito: non cambia nulla, ma proprio nulla per imprese e PA in termini di adempimenti privacy, anzi, con quest'ultima riforma si blocca anche qualche pericolosa, precedente tendenza verso la selvaggia semplificazione. Molti hanno divagato spensieratamente sulla nuova definizione di dato personale, senza rendersi conto nella maggior parte dei casi che la nozione di titolare del trattamento dei dati personali non è cambiata e per i titolari imprese e PA non è, quindi, cambiato nulla! 
Ma andiamo con ordine e proviamo a fare un minimo di necessaria chiarezza.

Il c.d. Decreto "Salva Italia" previsto dalla manovra Monti (Decreto Legge 6/12/2011 n. 201, in G.U. 6/12/2011 n. 284, Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici) ha introdotto alcune modifiche sostanziali al Codice Privacy.
A un primo sguardo sembrerebbe trattarsi di un semplice allineamento della normativa italiana a quella europea, che già vede al centro della tutela della riservatezza l'interessato inteso solo nella sua accezione di "persona fisica", attribuendo a quest'ultimo il diritto a un corretto trattamento dei dati personali che lo riguardano da parte di terzi (siano essi persone fisiche, giuridiche, enti o associazioni).
In realtà, le implicazioni sono di maggiore portata e degne di un commento un po' più approfondito. Ma proviamo a capire di cosa si tratta esaminando il testo della riforma. 

L'
art. 40 del Decreto, infatti, prescrive:

Per la riduzione degli oneri in materia di privacy sono apportate le seguenti modifiche al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196:
a) all'articolo 4, comma 1, alla lettera b), le parole "persona giuridica, ente o associazione" sono soppresse e le parole "identificati o identificabili" sono sostituite dalle parole "identificata o identificabile".
b) All'articolo 4, comma 1, alla lettera i), le parole "la persona giuridica, l'ente o l'associazione" sono soppresse.
c) Il comma 3-bis dell'articolo 5 è abrogato.
d) Al comma 4, dell'articolo 9, l'ultimo periodo è soppresso.
e) La lettera h) del comma i dell'articolo 43 è soppressa"
.

Da quanto sopra si evince che è considerato dato personale "qualunque informazione relativa alla persona fisica" e, quindi, non più i dati relativi a società, enti o associazioni. Stessa cosa dicasi per la definizione di interessato, identificato oramai solo con la persona fisica a cui si riferiscono i dati personali.
A ben vedere - e come già in precedenza anticipato - da queste prime modifiche emerge un dato non trascurabile: tra le definizioni che sono state modificate resta immutato il concetto dititolare del trattamento. Infatti, il titolare è sempre la "persona fisica, la persona giuridica, la pubblica amministrazione e qualsiasi altro ente, associazione o organismo a cui competono, anche unitamente ad altro titolare, le decisioni in ordine alle finalità, alle modalità del trattamento di dati personali e agli strumenti utilizzati, ivi compreso il profilo della sicurezza". La conseguenza immediata pertanto è che, nonostante l'intervenuta modifica, le imprese e gli enti dovranno continuare ad adottare tutte le prescrizioni e gli adempimenti previsti dal 
d.lgs. 196/2003, compreso il DPS e le prescrizioni contenute nei vari provvedimenti dell'Autorità Garante, emanati per regolamentare specifici casi (tali soggetti, infatti, continueranno inevitabilmente a trattare dati personali di persone fisiche o soggetti terzi come dipendenti, clienti, fornitori, cittadini, pazienti, per i quali la normativa in materia di privacy dispone una tutela completa).

Ma c'è di più: è stato abrogato, infatti, il comma 3-bis dell'art. 5 del Codice Privacy(introdotto dal recente "Decreto Sviluppo", D.L. n. 70/2011) che prevedeva addirittura l'esclusione dall'applicazione del Codice Privacy qualora il trattamento dei dati personali fosse effettuato da persone giuridiche, imprese, enti o associazioni nell'ambito di rapporti intercorrenti tra i medesimi soggetti esclusivamente per finalità amministrativo-contabili.
Altro che semplificazione! L'unico articolo che poteva davvero semplificare, infatti, è stato abrogato dal legislatore, quasi a voler ribadire con forza che la privacy e tutti i suoi adempimenti si continueranno ad applicare per tutti i titolari del trattamento (siano essi persone fisiche, giuridiche, enti o associazioni).
La privacy - ci sembra giusto ricordarlo - non deve, infatti, essere intesa solamente come riservatezza o diritto a non veder trattati i propri dati, ma come adozione di una serie di cautele tecniche, organizzative e di sicurezza che tutti (imprese ed enti compresi) devono rispettare per procedere in maniera corretta al trattamento dei dati personali e delle informazioni in genere (e, quindi, anche di titolarità di terze persone fisiche, giuridiche o enti).

D'altronde proprio in questo periodo, con una Circolare del 3 agosto 2011, l'Agenzia delle Entrate ha avviato una serie di controlli e verifiche nei confronti degli intermediari Entratel (commercialisti e soggetti intermediari), dettando altresì una serie di regole e di misure (fisiche e organizzative) per tutelare la riservatezza degli interessati (clienti, dipendenti, fornitori di beni e servizi). 

Per altro verso anche l'appena riformato 
Codice dell'Amministrazione Digitale ha introdottonotevoli misure di sicurezza tecnologiche e organizzative (si pensi all'art. 50-bis sulla "continuità operativa" o ai rinvii alle varie norme del Codice Privacy agli artt. 44 e 44 comma 1-bis o 51, che richiamano espressamente i principi di sicurezza e gli adempimenti in materia privacy di cui al d.lgs. 196/2003) che non avrebbero più senso se intendessimo l'attuale riforma del Codice Privacy come un semplice alleggerimento degli adempimenti per le persone giuridiche e gli enti.

Pertanto, se anche la finalità dichiarata poteva forse essere quella della riduzione degli adempimenti burocratici (e noi abbiamo comunque dubbi in proposito), il risultato ottenuto va nella direzione opposta: infatti, se il riferimento a persone giuridiche ed enti rimane nella definizione di "titolare" e "abbonato" (continuando, ad esempio, questi ultimi a essere tutelati e protetti in tema di telemarketing), di semplificazione non c'è traccia. 
L'unico risultato oggettivo, piuttosto, è che imprese ed enti non avranno più la possibilità di esercitare i diritti di cui all'art. 7 del d.lgs. 196/2003 e di far valere tali diritti in un eventuale contenzioso giudiziario (es. richieste di risarcimento danni) o dinanzi all'Autorità Garante, in quanto non possono più essere considerati "interessati al trattamento". Imprese, enti o associazioni potranno solo essere chiamati in causa quali semplici convenuti, in qualità di titolari o responsabili del trattamento, senza poter essere soggetti attivi e poter tutelare le proprie ragioni.

In conclusione, sicuramente imprese ed enti saranno meno tutelati (in quanto persone giuridiche) dalla normativa in materia di privacy, ma dal punto di vista organizzativo e delle misure di sicurezza non cambia assolutamente nulla ed essi dovranno comunque preoccuparsi di adottare e rispettare i consueti adempimenti in tema di misure minime, necessarie e idonee. 
Quale impresa o pubblica amministrazione, infatti, può affermare di non trattare dati di "persone fisiche"? Oppure potrà, forse, un'impresa o un ente che si avvale di servizi di conservazione digitale o di cloud computing prescindere dal regolamentare col suo fornitore di servizi il rispetto delle condizioni di sicurezza e privacy solo perché si tratta di un rapporto tra persone giuridiche? Evidentemente no e c'è da scommettere invece che il Garante Privacy vigilerà in maniera ancora più rigorosa sul rispetto dei provvedimenti e delle regole a tutela dei dati, delle informazioni e della riservatezza degli interessati. 

Avv. Andrea Lisi e Avv. Graziano Garrisi

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Bosone di Higgs, forse su questi schermi

Pubblicato su da ustorio

La sfuggente particella subatomica avrebbe cominciato a fare capolino nelle analisi statistiche dei dati raccolti grazie al Large Hadron Collider europeo. Entro l'anno prossimo sapremo tutta la verità, promettono gli scienziati

 

 

 Dal CERN di Ginevra arriva la notizia del primo, possibile avvistamento del bosone di Higgs, la "maledetta particella" (anche nota come "particella di Dio") la cui esistenza, se confermata, darebbe un senso al Modello Standard e permetterebbe alla ricerca nel campo della fisica dei quanti di fare un passo avanti senza precedenti.

In una hall brulicante di giornalisti provenienti da tutto il mondo, i ricercatori Guido Tonelli e Fabiola Gianotti hanno comunicato gli ultimi risultati in merito alla "caccia" al bosone di Higgs, sfuggente particella subatomica (praticamente l'unica ancora da osservare sperimentalmente) che secondo la teoria del Modello Standard ha la fondamentale funzione di fornire una massa a tutte le altre particelle.

Tonelli e Gianotti sono portavoce rispettivamente dei programmi CMS e ATLAS, due dei più importanti esperimenti condotti al CERN impiegando il gigantesco acceleratore di particelle situato al confine tra Francia e Svizzera (LHC). "Non abbiamo ancora raccolto dati sufficienti per una scoperta", 
esordisce Tonelli, eppure "c'è una quantità di eventi in eccesso compatibile con l'ipotesi che potrebbe trattarsi di un bosone di Higgs".

Insomma la maledetta particella forse esiste, ma occorreranno ancora nuovi dati e nuove analisi statistiche per stabilire con certezza di averla vista "all'opera" nei massicci scontri fra protoni (qualcosa come 500 milioni di miliardi) programmati da CMS e ATLAS.

Le ultime risultanze comunicate da Tonelli e Gianotti hanno il fondamentale ruolo di restringere ulteriormente i valori energetici entro i quali si dovrebbe scovare il bosone di Higgs: dai 114-141 Giga electron Volt precedenti si passa ora al range compreso tra 115-130 GeV (ATLAS) e 117-127 GeV (CMS), inoltre ognuno dei due esperimenti ha separatamente riportato che intorno ai 124-126 GeV le collisioni fra protoni generano particelle in eccesso statisticamente compatibili con l'esistenza del bosone di Higgs.

Oltre al valore statisticamente coerente dei 125 GeV, i ricercatori del CERN riferiscono di un secondo, potenziale segnale del bosone di Higgs "captato" sulle energie dei 119 GeV: un segnale che viene però definito debole e meno convincente rispetto al primo.

Alla fine del 2012 dovrebbe finalmente venire a galla la verità sul "maledetto" bosone che fornisce massa alle particelle subatomiche: per allora CMS e ATLAS avranno accumulato una quantità di dati quattro volte superiore a quella attuale, e a quel punto saranno auspicabilmente i numeri a parlare in maniera "inequivocabile". Al momento l'incertezza sulla scoperta è comunque scesa a livelli molto bassi: se di certezza non si può parlare, quantomeno parrebbe tenere il Modello Standard e parrebbe confermata l'esistenza della particella.

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occhio alla truffa: "Guarda dove ti ho taggato su Facebook"

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"Guarda dove ti ho taggato!": il messaggio arriva dalla chat di Facebook, apparentemente da un proprio amico. Ma è in realtà una pericolosa truffa.



«Ciao! Guarda dove ti ho taggato!»: un messaggio innocente, con tanto di emoticon rassicurante, il tutto controfirmato da un utente con cui si è stretta amicizia suFacebook. Dietro ad un messaggio di questo tipo, però, si cela l’ennesima truffa. Ed il meccanismo è tanto consueto quanto solido, efficace ed insidioso.

L’immagine raffigura l’origine della truffa: un messaggio ricevuto dalla chat di Facebook da un proprio amico (o via Skype, se si sono collegati i due account), il messaggio che avverte del fatto che si è stati taggati e quindi un link sconosciuto da cliccare per soddisfare la propria curiosità. Evitare il click è quanto di più intelligente si possa fare, mentre per chi clicca si apre un meccanismo che rischia di trasformarsi in truffa vera e propria ai danni del malcapitato utente.

Al click, infatti, l’utente viene indirizzato su di una pagina ove compare (apparentemente oscurato) un fantomatico video nel quale si sarebbe stati taggati: la curiosità di vedere la propria immagine in un filmato del quale non si conosce la provenienza spinge pertanto a proseguire, incappando in un modulo di registrazione nel quale viene chiesto di inserire anche il proprio numero di telefono. Quando la curiosità acceca, il rischio è tangibile: nel compilare i moduli, infatti, si accetta l’abbonamento ad un servizio a pagamento e si rischia pertanto di veder sottratti vari euro dalla propria bolletta telefonica, trasformando così una semplice ingenuità in un vero e proprio danno economico.

 

Il rischio, peraltro, non è solo per sé, ma anche per tutti i propri amici: cadendo nel tranello del link, infatti, si autorizza l’invio del medesimo messaggio anche agli altri propri contatti, perpetrando così la catena, mettendo a rischio i propri amici e moltiplicando le possibilità di lucro da parte degli organizzatori del raggiro.

 

I consigli sono sempre i medesimi, quindi: evitare click su link sconosciuti, prestare attenzione alle proprie azioni online, diffidare da moduli di registrazione non totalmente affidabili e cercare online conferme sulla bontà delle url prima di cliccare alla cieca. Semplici accortezze permettono di garantire la propria vita online: la curiosità più morbosa, in questi casi, è sempre portatrice di cattivi consigli.

 

 

 




 

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Carrier IQ, storia infinita

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Come avevamo previsto lo scandalo “Carrier IQ“, il famoso software spione che avrebbe la possibilità di registrare ogni nostra operazione compiuta sul nostro smartphone, sta continuando ad allargarsi e ogni giorno arrivano nuove clamorose rivelazioni. L’ultima riguarda una possibile implicazione niente di meno che dell’FBI. Già proprio l’FBI americana avrebbe negato l’accesso ai dati in suo possesso riguardanti l’uso del Carrier IQ. All’ente governativo americano era arrivata infatti una richiesta da parte di MuckRock, un sito Web attraverso il quale i cittadini americani possono richiedere alcune tipologie di dati governativi e oltre che riservati, di consegnare i loro database sull’utilizzo di Carrier IQ.

L’FBI ha risposto invece picche asserendo che la documentazione in loro possesso ha valore legale e attualmente è anche utilizzata in alcuni casi giudiziari.

Ma questa risposta della Federal Bureau of Investigation ha una valore molto importante perché l’ente governativo americano non solo ammette di conoscere bene Carrier IQ, ma anche di utilizzarlo. A questo punto la domanda che tutto il mondo si pone è se l’FBI ha utilizzato e utilizza Carrier IQ dietro mandato di un tribunale o se l’utilizzo di questo software spia è stato del tutto arbitrario. Ci si chiede dunque se l’FBI non si sia permesso illegittimamente di spiare i cittadini americani per fini sconosciuti.

Si apre quindi un nuovo misterioso capitolo dello scandalo Carrier IQ e dopo le presunti gravi implicazioni dei gestori di telefonia americani che molti ritengono essere loro ad aver chiesto l’inserimento di questo software spia, ecco inserirsi pure l’FBI che adesso viene messo all’indice per una possibile gravissima violazione della privacy.

Tuttavia fonti ben informate dicono che siamo solo all’inizio delle rivelazioni e che ben altri nomi più altisonanti verranno coinvolti nello scandalo Carrier IQ

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Tecnologia nell’impresa: la fotografia dell’ISTAT

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Nove aziende su dieci hanno una connessione veloce, due su tre un proprio sito web. L'ICT nelle imprese italiane è una realtà consolidata.


L’ultimo rapporto Istat sulle statistiche strutturali delle imprese dicono che siamo a un passo dalla saturazione: nove aziende su dieci hanno una connessione a banda larga e due su tre un proprio sito. Informazione interna, comunicazione, gestione, interazione, sono demandate sempre più all’Information Tecnology.

Tutte le voci di un’attività d’impresa sono ormai a pieno titolo informatizzate anche in Italia, paese notoriamente in difficoltà con le architetture dell’informazione. Il ritardo – che pure esiste – nella diffusione delle connessioni veloci non ha impedito alle imprese italiane, secondo il rapporto pubblicato oggi dall’Istat, di completare un percorso che si avvicina ormai alla saturazione almeno in termini quantitativi.
Le cifre parlano chiaro, anche se sono sempre da interpretare secondo il doppio binario accesso/reale sfruttamento: l’88,3% delle aziende è connesso a Internet tramite banda larga fissa o mobile, ma il 73,3% di queste viaggia comunque a velocità inferiori a 10 Mbit/s. Il 62,6% delle imprese dispone di un sito web, solo il 35% di questi ultimi fornisce un servizio di interazione con l’utente e soltanto il 10% fornisce servizi più approfonditi quali la personalizzazione del prodotto o la tracciabilità dei pagamenti. Così come più della metà utilizza i servizi informativi online dalla Pubblica Amministrazione, ma di contrasto solo il 39,3% ha inviato a sua volta alle P.A. moduli compilati online (come dichiarazioni, IVA, eccetera).

Insomma, le imprese italiane ci sono, ma ora devono raggiungere l’eccellenza. Va considerato il fatto che la peculiare parcellizzazione industriale del nostro modello produttivo si fa sentire, visto che tra azienda medio-grande e piccola impresa c’è ancora un divario importante per quanto riguarda la vendita online (solo il 5% del fatturato totale, quasi tutto merito di imprese editoriali e alberghiere) e le procedure amministrative. E nel Belpaese si contano proporzionalmente molte più aziende familiari e sotto i 15 dipendenti che nel resto d’Europa.

L’indagine, infatti, è stata condotta attraverso un questionario armonizzato a livello europeo, dove emergono tutte le nostre caratteristiche. La più specifica è probabilmente la difficile convivenza di fattori contradditori: l’interazione elettronica incentivata dalla burocrazia, ma poi la difficoltà di svolgimento della procedura, oppure la sua dispendiosità in termini di tempo. Per non parlare del fatto che alcune procedure elettroniche richiedono ancora il successivo invio di documenti cartacei o la presenza fisica.

Una buona notizia, infine, per la green tecnology: quasi un’impresa su due ha adottato tra 2010 e 2011 pratiche di risparmio energetico. Al primo posto proprio chi si occupa di tecnologia dell’informazione, seguita dal settore dell’energia (fornitori di acqua, gas, gestione dei rifiuti).

Fonte: Tecnologie dell'informazione e della comunicazione nelle imprese (PDF)

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