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AGCOM: così l’Italia costruirà la propria rete

Pubblicato su da ustorio

L'AGCOM ha approvato un nuovo regolamento per arrivare in modo efficiente ad una rete di nuova generazione coordinando gli investimenti sul territorio.



L’AGCOM ha approvato nelle ultime ore il nuovo «Regolamento in materia di diritti di installazione di reti di comunicazione elettronica per collegamenti dorsali e coubicazione e condivisione di infrastrutture». Trattasi di un passaggio fondamentale ai fini della costruzione di una rete di nuova generazione, poiché detta le regole con cui l’infrastruttura prenderà forma nel futuro prossimo.
Il primo punto di intervento previsto dal provvedimento concerne «la definizione di linee di indirizzo per l’accesso, da parte degli operatori, alle infrastrutture pubbliche utili alla realizzazione di reti di comunicazione elettronica sia per le reti dorsali dei collegamenti a lunga distanza, sia per le reti d’accesso in ambito cittadino». Si indica pertanto una linea definitiva di indirizzo sulla quale basare l’impegno dei privati nel comparto. Il secondo punto è relativo invece alla «definizione di obblighi di condivisione, tra operatori, delle loro infrastrutture per la realizzazione di reti di nuova generazione». L’intento è chiaro: se già è difficile costruire una rete, sovrapporne varie sarebbe inutile, deleterio e particolarmente oneroso. Per questo motivo imporre la collaborazione tra i privati significa stimolare gli investimenti ed impedire dinamiche concorrenziali controproducenti.

Punto tre: l’AGCOM regolamenta altresì l’istituzione di un catasto delle infrastrutture. Occorre infatti una pianificazione organica ed una situazione aggiornata, in modo da poter monitorare la copertura e l’andamento dei lavori. A tutto ciò dovrà accompagnarsi «la semplificazione e l’armonizzazione delle procedure adottate dagli enti locali per consentire agli operatori le realizzazione sul territorio di reti a larga banda, attraverso apposite linee guida». Anche in questo caso l’ordine e la coordinazione sono gli elementi sui quali verrà regolamentato l’impegno collettivo per la nuova rete.

Il provvedimento dà attuazione ad alcune importanti disposizioni della nuova Direttiva quadro sulle comunicazioni elettroniche regolamentando i diritti di passaggio ed accesso alle infrastrutture esistenti e ponendo obblighi di trasparenza a soggetti titolari di reti infrastrutturali (strade e autostrade, linee ferroviarie, acquedotti, ecc).

Il quadro è il seguente: un nuovo Governo si è insediato ed è stata presto chiara l’intenzione di forzare la mano sulla banda larga tanto per inseguire gli obiettivi dell’Agenda Digitale europea, quanto per dar vita ad una dinamica virtuosa di investimento e ritorno economico; l’AGCOM, alla vigilia dell’inizio dei lavori che porteranno nel tempo alla nuova infrastruttura, derime a priori ogni controversia imponendo un preciso regime regolamentativo. L’Authority parla dichiaratamente di una “cornice regolamentativa” orientata all’efficienza ed al contenimento dei costi: su questo punto sia pubblico che privato sono d’accordo, poiché è soltanto abbassando la soglia del rischio imprenditoriale che sarà possibile percorrere la via maestra che porta alla caduta del digital divide e ad una maggiore resa del broadband nazionale.

Fonte: AGCOM




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Stiamo rasentando il ridicolo: Steve Jobs e iPad denigrano Mosé

Pubblicato su da ustorio

Apple è sicuramente una società capace di far parlare di sé, ma quando addirittura sono i leader religiosi a prendere parola, significa che la portata del “Think Different” ha valicato i normali confini dell’elettronica di consumo. Ad intervenire, e in termini tutt’altro che lusinghieri, è Lord Sacks, rabbino capo della comunità anglosassone.

Oggetto del contendere, la cultura dell’egocentrismo che Cupertino avrebbe istillato nei consumatori, sollevando dei bisogni non necessari per la purezza dell’animo umano. E non è tutto, perché al centro delle polemiche ci finisce anche iPad, considerato come una versione moderna e denigratoria delle tavole di Mosé, con tanto di 10 comandamenti svilenti verso la sensibilità religiosa delle persone.

«La società del consumo è stata determinata dalla discesa di Steve Jobs dalla montagna con i suoi due tablet, iPad e iPad 2, e il risultato è che ora abbiamo una cultura degli iPod, degli iPhone, delle iTune, degli i, i, i. Quando si diventa una cultura individualista ed egocentrica e ci si interessa solo dell’io (“i”), non ci si comporta terribilmente bene. [...] La società del consumo è infatti il meccanismo più efficiente per la creazione e la distribuzione dell’infelicità».

Lord Sacks, in altre parole, ha voluto mettere l’accento sulla distrazione di massa causata dalla tecnologia e di cui Apple, a suo avviso, sarebbe la principale responsabile. I prodotti con la Mela distoglierebbero le attenzioni dei credenti dai valori davvero importanti della vita, quali la famiglia, tanto da svilire completamente l’importanza del sabato ebraico. Sarebbero in molti, infatti, a dedicare la giornata sacra al divertimento con gli iDevice, anziché dedicarsi ai propri cari e alla preghiera:

«Di conseguenza, la risposta alla società del consumo è il mondo della fede, che gli Ebrei chiamano il mondo del Shabbat, dove non si può spendere e spandere, ma solo passare del tempo con le cose che davvero contano, ovvero la famiglia.»

In linea teorica, le parole di Lord Sacks sarebbero condivisibili: è del tutto vero che il consumismo ha distolto l’attenzione dei popoli da questioni importanti e preminenti. Ma il dubbio sorge più che lecito: perché attaccare proprio Apple? Sono moltissime le aziende che producono device elettronici di larghissima presa sul pubblico e, ovviamente, Cupertino non obbliga nessuno all’acquisto dei propri prodotti. Non sarà, forse, che si è voluta cavalcare la fama di Apple per ottenere rilevanza sui media?

 

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Banda larga, le velocità reali delle ADSL da 7Mbit e da 20Mbit in Italia

Pubblicato su da ustorio

Quanto vale davvero una linea a banda larga in Italia? Gli abbonamenti dei principali gestori offrono linee sino a 7, 8 10 o 20 Mbit, ma davvero abbonandoci a una 20Mbit avremo una linea effettivamente con queste prestazioni? Stando al report prodotto da SOS Tariffe no. Il rapporto si basa su oltre 200.000 rilevamenti effettuati grazi a uno speed test dedicato allo scopo di creare una mappa delle reali prestazioni delle linee a banda larga nostrane.

Test che ovviamente, come sottolinea SOS Tariffe, ha solo valore indicativo e non statistico. I risultati sono comunque molto interessanti e non certamente postivi. Vediamoli assieme.

Il report ha diviso i risultati in due fasce: la prima per le linee ADSL da 7Mbit e la seconda per le linee da 20Mbit.

Per quanto riguarda le 7Mbit, SOS Tariffe riporta che la velocità media in Italia di queste linee a banda larga sia di 3,75Mbit. Un risultato davvero negativo, addirittura in calo rispetto alle rilevazioni del 2010 che mostravano una media di 4,08Mbit.

Guardando più a fondo i risultati, si scopre che la regione più virtuosa è laValle d’Aosta con 4,294Mbit medi, seguita da vicino da Sardegna e Liguria. Quattro sono invece le regioni sotto la media: Veneto, Abruzzo, Umbria e Trentino Alto Adige.

Ancora peggio se possibile i rilevamenti delle linee da 20Mbit.

Qui la media nazionale in proporzione è davvero clamorosamente bassa perché si attesta attorno ai 7Mbit effettivi. Risultato davvero mediocre, sicuramente influenzato anche dalla bassa qualità delle infrastrutture (doppini usurati, distanza casa-centrale) che in molti casi non permette di raggiungere alte velocità.

In questo ambito le regioni più virtuose sono la Sardegna e il Piemonte, mentre il premio per la provincia più “rapida” spetta a Massa con 8,823Mbit effettivi medi.

Dati che testimoniano come ci sia ancora molto da lavorare in Italia in questo settore, ma questa purtroppo non è una grande novità.

 

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UE: Internet deve restare aperta e neutrale

Pubblicato su da ustorio

di G. Scorza - Neutralità è competitività e innovazione, è un principio da tutelare a favore di società civile e mercato. Dall'Europa all'Italia, con l'augurio per il nuovo governo

 

 "Il carattere aperto di Internet ha rappresentato un incentivo determinante per la competitività, la crescita economica, lo sviluppo sociale e l'innovazione, portando a livelli di sviluppo straordinari per quanto riguarda le applicazioni, i contenuti e i servizi online, e ha in tal modo dato un contributo fondamentale alla crescita dell'offerta e della domanda di contenuti e servizi" nonché "impresso un'accelerazione fondamentale alla libera circolazione di conoscenze, idee e informazioni, anche nei paesi in cui l'accesso a mezzi di comunicazione indipendenti è limitato".
È questa una delle più significative considerazioni dalla quale muove la 
risoluzione adottata ieri dal Parlamento Europeo con la quale si sottolinea la necessità di garantire il carattere aperto e neutrale di Internet e si manifesta la preoccupazione su "possibili comportamenti anticoncorrenziali e discriminatori nella gestione del traffico, in particolare da parte delle imprese a integrazione verticale".

Quest'ultima preoccupazione è alla base dell'accorato invito che il Parlamento, con la stessa Risoluzione, ha rivolto alla Commissione ed ai singoli Stati membri, affinché controllino "da vicino l'evoluzione delle pratiche di gestione del traffico e degli accordi di interconnessione, soprattutto relativamente al blocco e alla strozzatura dei servizi VoIP e di condivisione di file (file sharing) o ai prezzi eccessivi ad essi applicati, nonché il comportamento anticoncorrenziale e il degrado eccessivo della qualità" e perché garantiscano "che i fornitori di servizi Internet non pongano in essere blocchi, discriminazioni, limitazioni o degradazioni a danno della capacità di ciascun individuo di utilizzare un servizio per accedere a contenuti, applicazioni o servizi di sua scelta nonché di utilizzare, pubblicare, inviare, ricevere o mettere a disposizione gli stessi, indipendentemente dalla fonte o dalla destinazione".

È dunque una posizione ferma ed inequivocabile contro il diffondersi di pericolose ed inaccettabili pratiche di network management di tipo discriminatorio che, secondo il Parlamento, comporterebbero gravi rischi "come il comportamento anticoncorrenziale, il blocco dell'innovazione, le restrizioni della libertà di espressione e del pluralismo dei mezzi di comunicazione, la mancanza di consapevolezza da parte dei consumatori e la violazione del diritto alla vita privata, a danno delle imprese, dei consumatori e della società democratica nel complesso".
Difficile essere più chiari di così.

"Il principio di neutralità della rete", scrive il Parlamento nella Risoluzione di ieri, rappresenta "un prerequisito importante per garantire un ambiente Internet innovativo e la parità di condizioni per i cittadini e gli imprenditori europei".

Ed è proprio per garantire tale neutralità che il Parlamento "chiede la trasparenza nella gestione del traffico, compresa una migliore informazione per gli utenti finali, e sottolinea la necessità di far sì che i consumatori possano effettuare scelte consapevoli e avere l'opzione effettiva di passare a un nuovo operatore che meglio soddisfa le loro esigenze e preferenze, anche in relazione a velocità e volume di download e ai servizi".
Gli operatori di telecomunicazione sono, dunque, avvisati.

Parlamento e Commissione UE - auspicabilmente coadiuvati dalle Autorità nazionali - saranno rigorosi e severi difensori del principio di neutralità della Rete.
L'accesso a tutti servizi ed ad ogni genere di contenuto deve - perché Internet resti quello straordinario volano di innovazione, progresso e democratizzazione dell'Europa - essere garantito a tutti i cittadini a condizioni neutrali e non discriminatorie.
In un momento di crisi dell'economia e della democrazia come questo, non resta che augurarsi che i tecnici del nuovo Governo del nostro piccolo Paese leggano e comprendano il senso e l'importanza della recente Risoluzione del Parlamento Europeo e ne facciano tesoro nel porre mano agli interventi opportuni al fine di garantire che la Rete italiana sia aperta e neutrale come auspicato dal Parlamento Europeo.


Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione

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Tariffe di terminazione, delibera AGCOM

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Una delibera AGCOM fissa definitivamente il percorso di abbassamento delle tariffe, scontentando (quasi) tutti. Ma l'Europa potrebbe chiedere anche di più e più in fretta

 

Il Consiglio di AGCOM del 17 novembre ha deliberato la decisione finale in merito all'annosa questione della riduzione delle tariffe di terminazione mobile. La richiesta dell'Unione Europea di abbassamento delle tariffe ha una storia lunga e costellata da molti ostacoli. Comprensibilmente, considerando gli interessi coinvolti e le somme in gioco: si tratta di un business di 2,5 miliardi di euro.

Il percorso per l'abbassamento delle tariffe si svolgerà in maniera differenziata a seconda degli operatori e avrà compimento nel corso del 2013 (in anticipo, dunque, rispetto al 2015 prospettato fino a questo momento, ma in ritardo rispetto alle richieste di Bruxelles), quando verranno raggiunte sia la tariffa efficiente (valore risultante dal modello economico denominato Bulric) sia la piena simmetria tariffaria:

- per i tre principali operatori, Tim, Vodafone e Wind, le tariffe sono stabilite rispettivamente in: 2,50 centesimi (di euro al minuto) dal 1 luglio 2012, 1,50 centesimi dal 1 gennaio 2013 e 0,98 centesimi dal 1 luglio 2013;
- per H3G, le tariffe sono stabilite in: 3,50 centesimi (di euro al minuto) dal 1 luglio 2012, 1,70 centesimi dal 1 gennaio 2013 e 0,98 centesimi dal 1 luglio 2013.


Le reazioni alla delibera dell'AGCOM sono state le più diverse. C'è chi pensa che il percorso previsto sia troppo lungo e inizi con eccessivo ritardo: 
Fastweb si dice "sconcertata" dalla decisione, la quale "è addirittura peggiorativa rispetto alla proposta di maggio scorso, che prevedeva un primo taglio a 4,1 eurocent dal primo gennaio 2012 e che era già stata duramente criticata dalla Commissione Europea perché troppo elevata. Dal primo gennaio 2012 - si legge ancora nel comunicato - le tariffe di terminazione in Francia saranno di 1,5 centesimi di euro, quelle della Gran Bretagna di 1,96, peggiorando il differenziale tra l' Italia, che è già uno dei paesi con le tariffe di terminazione piu elevate in Europa, e gli altri Paesi membri". 

Dello stesso parere 
Marco Pierani, responsabile rapporti istituzionali di Altroconsumo: "Vanno bene le riduzioni, ma arrivano tardi: per i primi sei mesi del 2012 continueremo ad avere i prezzi di terminazione più cari in Europa". Inoltre il valore di 5,3 eurocent in vigore fino al primo abbassamento (1 luglio 2012) è in contrasto con la decisione di Bruxelles, che prevedeva una diminuzione a 4,1 cents dal 1 gennaio 2012.

Anche un'altra associazione dei consumatori, Codacons, si schiera contro la delibera, ma per motivi diversi: "L'Autorità è consapevole del rischio che un taglio drastico potrebbe avere effetti negativi sul mercato, e quindi provocare enormi danni ai consumatori - si legge in una nota - L'Associazione vigilerà affinchè vi sia un reale rispetto della concorrenza e comunica già da ora di essere pronta ad intervenire dinanzi alle Autorità competenti qualora dovessero essere lesi gli interessi e i diritti degli utenti". Il problema della mancata traduzione dell'abbassamento delle tariffe di terminazione in un beneficio per i consumatoriè, in effetti, un punto centrale che viene sollevato anche da Vodafone, la quale fa notare che dal 2005 al 2010 le tariffe sono state dimezzate, ma i corrispondenti prezzi al pubblico sono scesi solo dell'8 per cento. 

Vodafone solleva, esprimendo anche quella che sembra essere la posizione di Wind, anche il problema delle probabili ricadute negative che questa decisione avrà sugli investimenti da parte degli operatori mobili e, dunque, per lo sviluppo complessivo del mercato: "Questa decisione mette a rischio gli investimenti e lo sviluppo del settore, nonché la sua capacità di attrarre ingenti investimenti a capitale estero nel Paese. Appare una decisione in contrapposizione agli orientamenti dell'attuale Governo - continua Vodafone - che chiede il coinvolgimento dei capitali privati nella realizzazione di infrastrutture per sostenere la crescita e dare impulso all'attività economica".

 

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Lavoro: per i giovani è difficile trovarlo. Per gli adulti, reinserirsi

Pubblicato su da ustorio

Un rapporto di Bankitalia sul mondo del lavoro in Italia mostra che negli ultimi anni è stata sì creata occupazione, ma per i giovani si è persa.

 

 

La crisi economica internazionale degli ultimi anni ha lasciato i segni anche nel mercato del lavoro, che nel nostro Paese vive momenti molto difficili. Il rapporto di Bankitalia "L'economia delle regioni italiane", tuttavia, non mostra soltanto dati negativi, anche se resta problematico sia il primo ingresso in questo mondo (per i giovani) sia il reinserimento in un'attività per chi ha già esperienza e ha più di 35 anni di età.

Ma andiamo con ordine: se fra il 2005 e il 2008 glioccupati in Italia sono aumentati dell1,1% in media ogni anno, se si va a considerare i giovani con meno di 34 anni si vede che la percentuale è addirittura scesa: -1,9%. Per quest'ultima categoria, poi, le cose sono andate peggiorando con il passare degli anni visto che nel biennio 2008-2010 c'è stata una perdita di numerose opportunità al punto che gli occupati in questa fascia di età sono scesi di un altro 6,8% e 5,6%, mentre per gli adulti la crescita è rimasta costante con un +1,1%.

Quasi drammatica la probabilità di trovare un'occupazione entro un anno sia per chi ha appena terminato gli studi sia per chi si deve reinserire nel mondo del lavoro dopo averlo perso: in media solo il26,7% ci riesce nei 12 mesi successivi alla prima ricerca. Notevoli le differenze sia in base alla regione sia in base alla macroarea di residenza, con maggiore facilità del nordest (37,2%) e nelnordovest (33%) del Paese, con percentuale che scende man mano che si scende lungo la Penisola: 25,9% nel centro Italia e 21,3% nel sud. Tuttavia, prima del'inizio della crisi internazionale, nel 2008, tali differenze regionali risultavano più marcate.

Difficili anche le condizioni di chi deve reimmettersi nel mondo del lavoro: in questo caso, è più facile farlo se si è giovani e più difficile se si è over 34.

C'è poi un altro aspetto: per effetto della crisi il numero di giovani che non sono occupati, né impegnati in corsi di studio o formazione è aumentato; i giovani appartenenti a questa categoria sono spesso indicati con l'acronimo universalmente riconosciuto come Neet - Not in Education, Employment or Training.

Nel periodo 2005-08 i Neet tra 15 e 29 anni erano poco meno di 2 milioni, pari al 20& della popolazione nella stessa fascia d'età; nel 2010 erano 2,2 milioni, circa il 23,4%. L'aumento è stato più marcato nel Nord e al Centro, meno pronunciato nel Mezzogiorno, dove tuttavia l'incidenza di giovani Neet era prossima al 30% già prima della crisi. L'incidenza dei Neet tra le donne supera il 26%, contro il 20 degliuomini. La crisi ha in parte ridotto questo divario, soprattutto nel Mezzogiorno.

 

 

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L'Italia e il Partito Pirata

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 Un breve post di David Weinberger di qualche giorno fa lasciava balenare l'ipotesi che, anche in Italia, stia per iniziare l'avventura politica del Partito Pirata. Il Partito Pirata italiano, che esiste dal 2006 come associazione senza fini di lucro che si occupa di "cultura, diritti d'autore, copyright e privacy", si appresterebbe quindi a seguire l'avventura parlamentare di movimenti simili che hanno candidato propri rappresentanti a recenti elezioni in Svezia e Germania, talvolta con discreto successo.

Io non ho idea se ciò avverrà, non so se nelle schede elettorali delle prossime elezioni italiani potremo trovare il simbolo della goletta nera dei pirati che si batte per tutelare la privacy ed i diritti dei cittadini della rete, per ridiscutere il copyright e favorire la condivisione delle informazioni: per la verità non sono nemmeno completamente sicuro che si tratti di una buona idea.

Il Partito Pirata in Europa ha raccolto voti fra i più giovani, fra le classi meno abbienti che hanno dimestichezza con la tecnologia ed Internet, che ne comprendono le dinamiche, il grande valore potenziale ed i gravi rischi legati ai molti tentativi di controllo. La sua miglior prestazione elettorale 
l'hanno ottenuta a Berlino alcuni mesi fa, associando ai temi legati ad Internet proposte di programma di facile presa come il reddito di cittadinanza e la gratuità dei trasporti pubblici.

In Italia una proposta politica del genere si scontrerebbe con due grandi limiti: quello di un elettorato anziano e mediamente non troppo edotto sulle nuove tecnologie e quello di una discreta sovrapposizione di programma, per ciò che attiene ai temi di trasparenza amministrativa mediata dalla tecnologia, con schieramenti preesistenti come il Movimento 5 Stelle ed i Radicali.

D'altro canto la giovinezza è il cimitero della complessità ma è anche, contemporaneamente, l'unica maniera per cambiare le cose in tempi brevi e dal profondo. In un paese come il nostro, che della sua barocca complessità ha fatto un vero e proprio tratto distintivo, l'energia di una nuova compagine giovane, capace di cavalcare temi che quasi nessuno tocca e che invece sono oggi il punto di svolta di molte delle scelte economiche del prossimo futuro, potrebbe comunque essere un elemento positivo, anche di fronte ad una probabile debacle numerica.

Personalmente detesto il nome "Partito Pirata": continuo a non vedere alcun valore nella pirateria, non mi piacciono gli arrembaggi alla Capitan Uncino, trovo che la definizione sia fonte di grandi equivoci. In ogni caso, al di là del nome sfortunato, non c'è paese peggiore dell'Italia per sperare di ricevere attenzione per argomenti come la riduzione del copyright, ilfair use, la trasparenza amministrativa, la tutela della privacy.

L'altro aspetto di debolezza del messaggio politico di simili movimenti Internet è che non esiste la possibilità di scindere in maniera netta i temi della rete, dal restante contesto sociale ed economico. La riforma del copyright non può essere imposta dall'alto, una rete neutrale si costruisce di concerto con i tanti soggetti che ne sono interessati, l'inclusione sociale non si ottiene con uno schiocco di dita. Un programma politico che immagini una rivoluzione profonda dello Stato a partenza da simili principi è difficile anche solo da immaginare. L'unico percorso possibile per chi si pone simili obiettivi è quello di una graduale armonica integrazione fra i temi di politica delle reti e quelli della gestione politica del Paese che coinvolga il maggior numero di soggetti possibili. Come diciamo sempre, la riscoperta di una nuova normalità che abbia Internet come centro ideologico è la premessa a qualsiasi scelta virtuosa nei confronti del ruolo delle nuove tecnologie dentro la nostra società. In altre parole prima si costruisce una consapevolezza e poi si decide di conseguenza. Da questo punto di vista il valore di un ipotetico Partito Pirata potrà essere semplicemente quello di moltiplicare le occasioni di presa di contatto con i temi internet ed anche quello di incanalare una quota di un voto di protesta delle tante persone che aspettano di vedere il paese collegato in maniera ampia e efficiente, perché sanno che attraverso simili contesti passa la crescita della nazione. Le tante persone che preferirebbero una paese collegato in banda larga piuttosto che collegato da ponti sullo stretto di Messina, quelle stesse persone che sono stufe di sentire i politici che discutono di NGN ragionare sul numero di posti di lavoro che si creerebbero per scavare le buche per la fibra nelle strade delle nostre città.

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Crisi, Tremonti risponde all'Europa

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Il ministro uscente all'Economia, Giulio Tremonti, risponde alle 39 domande Ue. Da Bruxelles: valuteremo, l'Italia faccia le riforme.

 

 

Forse saranno necessari nuovi chiarimenti, in ogni caso per nuove valutazioni sull'Italia è bene aspettare fine mese, e certo le novità politiche con la formazione di un nuovo governo non cambiano la diagnosi sull'economia italiana. Sono le novità che arrivano da Bruxelles in tema di giudizi sull'Italia dopo un fine settimana che fra le moltissime novità ha visto anche la risposta del ministro dell'Economia,Giulio Tremonti, alla lettera Ue degli scorsi giorni.

Non si conoscono nel dettaglio le risposte di Tremonti ai 39 quesiti sollevati da Bruxelles, ma la lettera fa riferimento specifico a quanto previsto dalla Legge di Stabilità, appena approvata dal Parlamento. Il commissario allo Sviluppo Economico Olli Rehn ha confermato che la missiva è stata ricevuta e che sono in corso le valutazioni del caso, anche in considerazione del lavoro che stanno facendo i funzionari Ue nella missione in corso a Roma (l'azione di monitoraggio cui partecipa anche il Fmi).

Fra i dettagli che emergono dalla lettera che è con ogni probabilità l'ultimo atto del ministro Tremonti (nei prossimi giorni è attesa la formazione del nuovo Governo a cui sta lavorando il premier incaricato Mario Monti), la constatazione che non è da escludere la possibilità di nuovi provvedimenti. E una precisazione in relazione all'Ici sulla prima casa, la cui reintroduzione frutterebbe 3,5 miliardi. Si parla poi del decreto legislativo sul federalismo municipale approvato il 24 ottobre dal Governo, e si spiegano le misure fiscali che riguardano la clausola di salvaguardia presente nella manovra finanziaria di agosto. Si tratta della riposta a uno dei 39 quesiti di Bruxelles, che voleva chiarimenti sul taglio delle agevolazioni previsto (previsto nel caso in cui non ci fosse una riforma fiscale), che deve assicurare 4 miliardi nel 2012, 16 nel 2013 e 20 a partire dal 2014.

Tremonti spiega che la manovra prevede, in alternativa al taglio delle agevolazioni, la possibilità di intervenire sulle imposte indirette. Ad esempio, l'aumento di un punto percentuale sia dell'aliquota Iva al 10% sia di quella al 21% garantirebbe più di 6 miliardi. Quanto alle accise, una revisione potrebbe garantire più di 4 miliardi su base annua.

La lettera è arrivata e la Commissione la sta analizzando, fanno sapere da Bruxelles. Da dove negli ultimi giorni e nelle ultime ore sono giunte rassicurazioni sull'Italia, accompagnate però dall'invito a mettere mano in tempi brevi alle riforme economiche. Oggi il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso ha avuto un colloquio telefonico con il premier incaricato Mario Monti, al quale ha fatto le congratulazioni. Olli Rehn, commissario agli Affari Economici che ha firmato la lettera all'Italia, ha spiegato che non risponderà subito alla lettera di Tremonti, anche perchè «la prima mossa non sta a Bruxelles ma a Roma» e riguarda le misure da adottare. La diagnosi sulle «debolezze strutturali dell'economia italiana» non cambia con una nuova amministrazione.

La Legge di Stabilità «contiene elementi molto importanti, che vanno nella buona direzione, ora il tutto va integrato con le ultime stime economiche che costituiscono un elemento essenziale».

 

 

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Presidente Monti, investa subito nella digitalizzazione dell’Italia

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Al termine dell’Internet Governance Forum 2011 a Trento, dove esperti, aziende, provider e semplici utenti si sono confrontati sui temi delicati dello sviluppo della banda larga e Internet in Italia, si è arrivati alla conclusione che nel nostro Paese urge investire nel settore delle TLC. In Italia infatti non solo la digitalizzazione del Paese è molto in ritardo, ma è molto scarsa anche la cultura del digitale, come dire che l’alfabetizzazione informatica degli italiani è ancora troppo scarsa.

Come sintesi delle proposte emerse nella due giorni di Trento è stata scritta quindi una lettera al neo Ministro del Consiglio Italiano Mario Monti in cui si invita il nuovo Governo a incentivare gli investimenti nella digitalizzazione del nostro Paese.

E gli argomenti addotti in questa lettera sono molto convincenti. Sebbene l’Italia sia molto indietro nel settore delle TLC rispetto al resto dell’Europa, già oggi il 2% del PIL italiano deriva dall’economia digitale e negli ultimi 15 anni grazie a essa sono stati creati oltre 700.000 nuovi posti di lavoro.

Dati importanti che sottolineano come gli investimenti nella digitalizzazione dell’Italia non potrebbero che fare bene per il nostro Paese anche per il futuro. Nella missiva si chiede anche di investire subito perché ogni tentennamento ci fa allontanare dai nostri partner europei e a un certo punto il divario digitale potrebbe non essere più sostenibile per un Paese moderno come l’Italia. Si chiede anche eventualmente la nomina di un Ministro a hoc ma in definitiva la sostanza della lettera è solo quella di iniziare subito a investire nella banda larga e nelle TLC nostrane.

 

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Legge di stabilità: e la banda larga?

Pubblicato su da ustorio

Scompare dal dll di stabilità ogni traccia relativa ad un possibile investimento contro il digital divide e per la promozione della banda larga.

Il Senato ha dato in mattinata il via libera al dll di stabilità (n.2968), che passa così ora alla Camera. Si prevede una approvazione repentina utile a consentire un passaggio rapido al nuovo Governo che, sembra ormai certo, sarà presieduto da Mario Monti. Nel testo approvato al Senato, però, sembra essere scomparsa ogni traccia di quanto si suggeriva alla vigilia in tema di connettività.
 Nessun cenno, nessun provvedimento, nessuna ipotesi: semplicemente, il termine “banda larga” non è previsto nel nuovo ddl. Tutto rimane com’è. In una fase tanto delicata per il paese, insomma, lo scottante tema del digital divide è stato accantonato, lasciando la patata bollente in mano al Governo che verrà. Ogni intervento in merito, del resto, avrebbe significato sì vantaggi nel lungo periodo, ma nell’immediato sarebbe stato inserito alla voce dei costi. Il che, probabilmente, non è in questa fase accettabile per un paese che ha la necessità di rasserenare i mercati.

Di particolare interesse l’articolo 5, nel quale si sancisce definitivamente l’allocazione del surplus di entrate ottenuto dall’asta per le frequenze 4G. Invece di tornare nel settore come richiesto, infatti, tale somma è «riassegnata al fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato». Ma era qualcosa che si dava ormai perassodato.

L’UE si è riservata di valutare i provvedimenti per richiedere eventuali misure ulteriori, ma al contempo ha sollecitato l’approvazione immediata del dll rimandando ad un secondo momento la revisione. Se non ci saranno richiami da parte dell’UE nei termini previsti dall’Agenda Digitale o improbabili emendamenti presentati alla Camera, insomma, la situazione è quella che trapela dal testo passato al Senato: non vi sono fondi e non vi sono indicazioni relative ad un eventuale impegno della Cassa Deposito e Prestiti. La ricerca per i termini “banda larga” va a vuoto. Sfuma pertanto su quest’ultimo dll l’inseguimento dei fondi per un esecutivo che più volte li ha promessi e più volte li ha negati, lasciando il cerino nelle mani dei privati che, da parte loro, hanno sempre gridato all’eccessivo rischio negando così impegni specifici senza un parallelo aiuto dello Stato.

Capitolo chiuso. Avanti il prossimo (Governo).




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