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Il Wi-Fi è libero: lo dice la Gazzetta Ufficiale

Pubblicato su da ronin

Poche parole, ma di altissimo peso specifico:

19. All’articolo 7 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1, le parole: «fino al 31 dicembre 2010, chiunque» sono sostituite dalle seguenti: «fino al 31 dicembre 2011, chiunque, quale attività principale,»;
b) i commi 4 e 5 sono abrogati.

Trattasi del punto 19 del Decreto Milleproroghe approvato alle Camere e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Ed è questo il passo che libera definitivamente il Wi-Fi in Italia dagli obblighi del Decreto Pisanu del 2005, salvo successive integrazioni che occorre attendersi entro le prime settimane del 2011. Per comprendere l’importanza del momento occorre però analizzare i singoli passaggi.

Il testo a cui fa riferimento il punto 19 è quello dalla legge 31 luglio 2005, n.155, a cui vengono apportate due modifiche sostanziali. Cambia anzitutto il comma 1, ove viene mantenuto l’obbligo per cui «chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche, deve chiederne la licenza al questore». Precisando che la fornitura dell’accesso deve costituire l’attività principale in essere, la modifica del comma 1 va ad includere in questo obbligo soltanto i gestori di Internet Point escludendo così da qualsiasi obbligo altre attività quali bar, circoli, ristoranti, hotel, eccetera.

La seconda modifica è una cancellazione definitiva dei commi 4 e 5, ossia:



4. [...] sono stabilite le misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1, è tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, [...], nonché le misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici riportati su un documento di identità dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili.

5. Fatte salve le modalità di accesso ai dati previste dal codice di procedura penale e dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, il controllo sull’osservanza del decreto di cui al comma 4 e l’accesso ai relativi dati sono effettuati dall’organo del Ministero dell’interno preposto ai servizi di polizia postale e delle comunicazioni

In termini pratici, insomma, ai gestori di bar e locali pubblici viene del tutto annullato l’onere di registrare gli utilizzatori delle postazioni chiedendo un documento ed archiviando il tutto al fine di consentire un eventuale controllo da parte delle autorità. Decade pertanto del tutto un onere che aveva fino ad oggi impedito lo sviluppo del Wi-Fi pubblico in Italia, strozzando così anche importanti opportunità commerciali per chi può ricavare dalla rete un servizio di sicuro interesse per l’utenza.

Al vuoto normativo che determina la cancellazione prevista nel Milleproroghe, farà seguito un intervento legislativo che andrà a regolare nuovamente il settoreper stabilire come, quando e in che misura sia possibile chiedere agli esercenti eventuali misure di monitoraggio sulle reti gestite. L’intervento che verrà scriverà il nuovo capitolo del Wi-Fi in Italia, ma nel frattempo il 2010 si porta via un peso che la Rete italiana era costretta a sopportare ormai da fin troppo tempo.

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Vladimir Putin impone l’open source

Pubblicato su da ronin

La Russia da il benservito a Microsoft e abbraccia l’open source. Con un emendamento composto da 25 punti e  firmato dal Primo Ministro Vladimir Putin, il governo russo apre le porte a soluzioni basate sul free software, accantonando invece quelle proposte da Redmond e utilizzate finora dagli uffici governativi. Il piano di transizione partirà dal secondo trimestre del 2012 e dovrà terminare entro i 2015.

Alla base della decisione potrebbe esserci più che la volontà di adottare soluzioni in grado di tagliare drasticamente le spese del comparto informatico governativo, l’intenzione di lanciare un segnale forte e chiaro a tutte le aziende con le quali le principali istituzioni russe hanno stretto accordi. A seguito degli interventi di forza operati dalle forze dell’ordine su ordine del Cremlino al fine di sbaragliare alcuni gruppi dissidenti, l’azienda di Redmond ha infatticoncesso a gruppi e associazioni di vario genere licenze gratuite dei propri software, facendo così crollare l’alibi utilizzato dalle autorità russe e basato su un presunto accordo con Microsoft nella lotta alla pirateria. Ciò può aver innescato una forte reazione da parte della Russia, il cui messaggio è scritto a chiare lettere: chi non segue i dettami del Governo verrà tagliato fuori da ogni possibile accordo economico.

Una volta ultimato il piano di operazioni stilato dai vertici russi, l’intero comparto macchine degli enti governativi sarà basato solo ed esclusivamente su software libero:sistemi operativi, applicazioni, driver e quant’altro dovranno essere rigorosamente rilasciati con licenza aperta. Per tale obiettivo è prevista anche la realizzazione di un’unica repository dalla quale le istituzioni sovietiche potranno attingere nuove applicazioni e nuovi strumenti utili per portare avanti la propria attività quotidiana tramite l’utilizzo dei computer forniti dal Governo. In questo contesto potrebbe essereGNU/Linux a fare la voce grossa, proponendosi come principale soluzione per il comparto informatico russo.

I venticinque punti dell’emendamento approvato lo scorso 17 Dicembre sono disponibili online in lingua russa. La traduzione effettuata da Google Translate permette di comprendere abbastanza chiaramente quelli che sono gli obiettivi prefissati, che forniscono un quadro generale delle prossime mosse che la Russia metterà in atto: l’intero scenario è quello di una vera e propria riforma del settore informatico, con novità che riguarderanno anche il settore civile tramite la formazione di figure professionali nel campo ITC e l’introduzione di nuove soluzioni per il mondo dell’istruzione.

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una civiltà senza sentimenti

Pubblicato su da ronin

Io detesto ed ho sempre detestato la borghesia.

Nel Buddenbrok di Thomass Mann c'è un passaggio straordinario.

Quando il Console Jhoann Buddenbrook chiede alla figlia Tony se in quattro anni di matrimonio, che egli le ha imposto per motivi di interesse, si sia affezionata al marito, l'imprenditore Grunlich, ora rovinato da un dissesto finanziario. E Tony risponde fra i singhiozzi: "Oh,...che domanda, babbo!...non l'ho mai amato...mi è sempre stato odioso...non lo sai?" E sul volto del console si delineano due sentimenti: da una parte c'è lo sgomento, perché si rende conto di aver rovinato la vita alla figlia, ma dall'altra sul suo viso si disegna l'espressione che " aveva ogni volta che concludeva un buon affare", perché la confessione della figlia lo libera dall'obbligo di chiudere le perdite del genero. In quella orribile soddisfazione di Jhoann Buddenbrook c'è tutto il borghese.

Un individuo che sacrifica i sentimenti, gli affetti, le pulsioni e la vita stessa al calcolo, all'interesse, all'astrazione denaro. Che vive disegnando ipotetiche strategie per il futuro, mortificando il presente.

Un idiota che, ribaltando venti secoli di pensiero occidentale ed orientale, ripete con Von Misers "non è una virtù accontentarsi di ciò che si ha" e che si fabbrica la perfetta fabbrica dell'infelicità perché nulla basta mai e colto un obiettivo ce n'è subito un altro da raggiungere, salito un gradino ce n'è un altro da fare, e così via, all'infinito.         

Io disprezzo la passione che il borghese ha per l'oggetto ed il disinteresse che ha per l'umano.

L'economista borghese, liberale e liberista, è capace di dire che "bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione". Una concezione folle, solo che ci si rifletta un attimo. Noi non produciamo più per consumare, ma dobbiamo consumare per produrre. La nostra funzione è quella di tubi digerenti, di lavandini, di water attraverso i quali deve passare l'incessante flusso delle merci. Siamo stati ridotti a dei sacchi di merda. E vorrebbero convincerci che questo e "il migliore dei mondi possibili" e che dobbiamo esportarlo per ogni dove.

ha scritto Karl Popper: "Affermo che noi viviamo in un mondo meraviglioso. Noialtri occidentali abbiamo l'insigne privilegio di vivere nella migliore società che la storia dell'umanità abbia mai conosciuto. E' la società più giusta, la più ugualitaria, la più umana della storia".

Questo non è un filosofo, ma una domestica liberale, Nella società "più umana" della storia, nata con la rivoluzione industriale, i suicidi sono decuplicati rispetto all'epoca preindustriale, le malattie nervose sono diventate un problema sociale a partire dall'Ottocento per diventare un fenomeno devastante in questo secolo, così come l'alcolismo di massa e la droga. Nella società "più egualitaria" le disuguaglianze non sono mai state così vaste e profonde.

Senza contare che la ricchezza di "questo mondo meraviglioso" è ottenuta tramite lo sfruttamento spietato, razionale degli uomini, delle donne, dei bambini delle popolazioni del Terzo Mondo, la distruzione della loro cultura e del loro habitat , la riduzione alla fame di centinaia di miioni di persone.

Altro che Paesi dove andiamo a portare i nostri pelosi aiuti, la nostra untuosa beneficenza, il nostro ordine.

Oh, si scandalizzano le buone e brave democrazie d'Occidente a vedere che lì ci si strappano i coglioni l'un l'altro.

Ma c'è più vitalità, più vita, più passione, più sangue, c'è più valore in un loro assassino che in tutti i nostri traffici, i nostri mercati, le nostre Borse, i nostri consigli di amministrazione, i nostri marchi, i nostri euro, i nostri dollari e, inoltre, le nostre astrazioni.

Ma ciò che più sgomenta nell'attuale società borghese, liberale e liberista, è l'assoluta incapacità di proporre valori che non siano il Dio Quattrino.

Ma non è sempre stato così.

C'è stata un'epoca in cui la borghesia aveva un'etica ( l'etica protestante del capitalismo secondo Max Weber ).

Denaro e ricchezza erano degni solo se conquistati con un duro, rigoroso, indefesso lavoro.

E l'onestà individuale era un valore se non altro perché significava credito, cioè denaro.

Ma è bastato che l'onestà, per la complessità, la velocità, la superficialià della vita contemporanea diventasse di fatto inverificabile, e quindi inservibile come credito, per vedere di che pasta fosse fatta quest'etica utilitarista.

Oggi il denaro e la ricchezza hanno valore in qualunque modo vengano raggiunti, col raggiro, con l'imbroglio, con l'inganno, con la slealtà, con la truffa.

Siamo ritornati nella giungla.

Ma è una giungla deserta di vita, in cui si aggitano scintillanti maschere vuote e uomini che son parodie.

 

(Massino Fini)

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veritas vos libebit

Pubblicato su da ronin

veritas vos libebit
veritas vos libebit
nulla è come sembra
di ronin

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Open non è free, pubblicato non è pubblico

Pubblicato su da ronin

di Ippolita (www.ippolita.net) - Creatività inscatolata o crowdsourcing di massa al servizio del marketing? Libertà di esprimersi o auto-delazione compulsiva? Introduzione ad una analisi critica dei social media

 

 Sono passati diversi anni da quando Ippolita insisteva sulla necessità di distinguerel'apertura al "libero mercato" propugnata dai guru dell'open source economy dalle libertà che il movimento del software libero continua a porre a fondamento della propria visione dei mondi digitali. "Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo": l'open source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. La giocosa attitudine hacker della condivisione fra pari veniva cooptata in una logica di lavoro e sfruttamento volta al profitto e non al benessere, sterilizzandone la potenzialità rivoluzionaria vissuta e individuata da Richard Stallman: "Freedom 3: Freedom to contribute to the community".

Muovendosi nella stessa ottica, Ippolita ha analizzato Google, un tentativo chiaramente egemonico di "organizzare tutta la conoscenza del mondo". La logica open, coniugata alla filosofia dell'eccellenza accademica californiana, trovava nel motto "Don't be evil" la scusa per lasciarsi cooptare al servizio del capitalismo dell'abbondanza, del turbocapitalismo illusorio della crescita illimitata. La favola è che more, bigger, faster sia sempre meglio. Tomorrow is another day, e sarà un giorno migliore, perché in sottofondo cova la fede nel miraggio incarnato dal bottone "mi sento fortunato": una tecnica per definizione buona, figlia di una ricerca scientifica disinteressata, soddisferà tutti i nostri bisogni e desideri, immediatamente e senza sforzo, con un semplice click del mouse.

Purtroppo, questa pretesa di totalitarismo informazionale è meno ridicola di quanto potrebbe apparire. Appurato che non c'è più nulla da produrre, e soprattutto che la crescita illimitata è una chimera anche nel mondo digitale, la rincorsa al prossimo inutile gadget luccicante e rigorosamente touch screen potrebbe vacillare, la crisi di crescita dovrebbe essere dietro l'angolo. 
Un minimo di consapevolezza dovrebbe soffiare sul nostro mondo esausto: invece di crescere correndo verso il baratro con le cuffie a tutto volume potremmo cominciare a guardarci intorno, guardarci in faccia, parlarci, scambiarci ciò di cui abbiamo bisogno, immaginare e costruire insieme qualcosa di sensato.

Messa in piedi questa gigantesca macchina tecnologica costituita di datacenter, di cervelli di prim'ordine e di codici open prontamente rinchiusi da NDA (Non-Disclosures Agreement) e simili, bisognava pur riempirla di qualcosa. Di qualsiasi cosa. Possibilmente spendendo il meno possibile o, meglio ancora, gratis. La produzione industriale del nulla sotto vuoto spinto doveva crescere, a costo zero e con profitti favolosi per i soliti noti, ma come?

La rete ormai era gettata. Piano piano, le connessioni a banda larga si sono fatte meno asimmetriche (soprattutto grazie agli investimenti e agli incentivi in perdita del settore pubblico, per "connettere" e colmare il "digital divide"...), le tariffe sono scese (ma rimangono ingiustificabilmente alte), la capacità di upload è aumentata. Ed ecco palesarsi la soluzione a tutti i problemi: riversare online i contenuti degli utenti. Quello che hanno sui loro computer, telefoni cellulari, apparecchi fotografici ecc. Ecco il frutto maturo dell'apertura al "libero mercato": la possibilità di pubblicare per tutti. E il bello, per l'ideologia della crescita illimitata, è che il margine è enorme, il processo di "webbizzazione" è iniziato da poco e le prospettive sono favolose.

Infatti per ora si tratta perlopiù di metadati (tag, profilazione ecc.), la "nuvola" del cloud computing può crescere di molti ordini di grandezza, visto che gli strumenti per gestire i documenti online (Gdocs, Facebook Doc con Microsoft Fuselabs ecc.) sono ancora poco utilizzati. Una delle più efficaci armi di distrazione di massa mai messe a punto: dispensa gratificazione presso gli utenti dei vari servizi cosiddetti "web 2.0", che non vedono l'ora di riversarsi nel grande mare nostrum dei social network (e perché mai dovrebbe essere "nostro", se sta a casa di qualcun altro: Facebook, Flickr, Twitter, Netlog, YouTube, o altri?). 

Siamo contenti e felici di avere sul tavolo e in tasca l'ultimo costoso strumento di auto-delazione dal basso, sempre connesso e con tanto di GPS integrato, con cui presto potremo fare acquisti dimenticando la carta di credito, perché chi deve sapere sappia sempre cosa ci interessa e ci piace, dove siamo, cosa acquistiamo, cosa facciamo, con chi ecc. E poiché i device sono sempre più piccoli e meno capienti, è facile prevedere un'esplosione dellostoccaggio dei dati personali online.

E siamo arrivati ai giorni nostri. A differenza di quando Ippolita gridava nel deserto dell'entusiasmo tecnofilo che forse non era il caso di mettere "tutto su Google", dalle mail in su, perché la delega (anche semi-inconsapevole) segna l'inizio del dominio (in questo caso, tecnocratico), oggi molte voci si levano contro i social network, accusati di violare la privacy degli utenti. Di essere frutto di un'ideologia fintamente rivoluzionaria, perché Internet sarà anche un movimento sociale, ma quanto elitario e contraddittorio...
In particolare Facebook, dicono alcuni autorevoli commentatori, è un progetto basato sull'ideologia della "trasparenza radicale", per cui è nella sua natura tendere a pubblicare indiscriminatamente ogni cosa, come dimostrano alcune mosse. 

Bisognerebbe ricordare anche che i finanziatori di Facebook vengono dalla cosiddetta Mafia di Paypal, sono legati a doppio filo con i servizi di intelligence civili e militari, sostengono politici dell'estrema destra libertarian statunitense. Qualcuno si azzarda anche a notare, dall'osservatorio privilegiato di Harvard, che forse c'è una bolla dei social media, anche dal punto di vista economico, visto che nessuno ha ancora dimostrato che questi social media permettano di vendere meglio i prodotti personalizzati attraverso pubblicità mirate. Persino i supporter cominciano a temere le ambizioni di Facebook.

Al di là delle proposte concrete, piuttosto velleitarie (suicidio di massa su Facebook; Diaspora Project e Lorea per ricostruire un social network "libero"; reclami e petizioni alle varie Authority e ai vari Garanti ecc), qualcuno comincia a mettere il dito nella piaga. Il pubblico. Come "aprire" un codice non significa affatto "renderlo libero", così "pubblicare" un contenuto non significa affatto renderlo "pubblico". Al contrario. Continuando per comodità con l'esempio di Facebook, è proprio l'opposto: tutto ciò che viene postato diventa di proprietà esclusiva della società, (ri)leggetevi i TOS (Terms of Service). Ma come, non era stato pubblicato? Non era pubblico? Ma pubblicato non significa pubblico. In quasi tutti i casi del cosiddetto "web 2.0" significa, al contrario: privato, di proprietà di una multinazionale o comunque di una azienda privata. Abbiamo lavorato gratuitamente per quelli che cercheranno poi di guadagnare sulla nostra pelle, servendoci le pubblicità personalizzate che ci ammorbano sempre più.

Proprio così. La contingenza è critica. Ma questa storia non è cominciata ieri, non ci troviamo per caso in questa situazione.
Piuttosto, vale oggi quello che valeva ieri, e che non siamo certo i primi a sostenere: bisogna essere in grado di immaginare il proprio futuro per capire il proprio presente. Ricordando il proprio passato, e creando un racconto collettivo, perché la memoria è un ingranaggio collettivo, nulla si ripete mai ma le differenze si somigliano, e la minestra scipita di ieri, un poco adulterata, potrebbe esserci propinata come l'innovazione radicale di domani. 

Se l'immaginario sono le pubblicità, televisive o d'altro tipo, e si concretizzano nella "libertà di scelta" tra le infinite applicazioni per iPhone (se proprio non avete nulla da fare, e ne provate dieci al giorno, ne avrete per i prossimi vent'anni) o relazionarci con i cinquecento "amici" su Facebook (una cena ciascuno, riusciamo a malapena a incrociarci tutti una volta ogni due anni), beh, forse abbiamo insistito troppo poco sulla necessità di desiderare e immaginare qualcosa di meglio.

Finora abbiamo descritto l'informatica del dominio così come la percepiamo quotidianamente.
Il metodo che si è costruito (cartografico, interdisciplinare) è necessariamente parziale e a volte poco rigoroso, ma ha permesso di far emergere il problema della delega tecnocratica in tempi non sospetti. "Tirare un colpo dritto con un bastone storto" dicevano gli schiavi giamaicani. Scrivere significa immaginare vie di fuga, e provare a raccontarle; immaginare e costruire strumenti adeguati per realizzare i nostri desideri. Mettere tutto ciò a disposizione di un pubblico che è fatto di persone, non pubblicarlo attraverso il megafono privato della bacheca invadente di qualche multinazionale. 
Siamo in tanti nella stessa condizione, a non voler collaborare, a non voler partecipare alcrowdsourcing delle masse dei social media.

I servizi di social networking spingono a ritoccare compulsivamente il proprio profilo per distinguersi dagli altri. Tuttavia non si tratta di differenze reali ma di variazioni minime all'interno di categorie predefinite (single? sposata? amico?). Il risultato è l'auto-imposizione dell'omofilia, gruppi in cui siamo "amici" perché diciamo che ci piacciono le stesse cose. La diversità scompare nell'omologazione di gusti e comportamenti.
"Se la biodiversità è intesa come un bene per le altre specie e per l'ecosistema globale, perché non lo è altrettanto per la specie umana e i suoi eco-sistemi bio-culturali?" (Lucius Outlaw, On race and Philosophy). Il valore della differenza però non è un principio quantitativo. Di più non è meglio; più oggetti/amici a disposizione non significa maggiore libertà di scelta. Il mercato globale digerisce ogni differenza. È difficile quindi rallegrarsi che qualche albero striminzito sia stato piantato per compensare le emissioni di CO2: il green capitalism rimane una follia come ogni ideologia produttivista. 

Ma pur essendo immersi in questo mondo tecnologico, vorremmo cercare di prenderne le distanze, per scrivere una sorta di etnografia dei social media. Non di come funzionano (ci sono how-to e manuali per quello), ma del perché siamo in questa situazione e di come influenzarla, iniettando eterogeneità, caos, germi di autonomia. Siamo compromessi e implicati, ma questo non significa che dobbiamo accettare tutto in maniera acritica. A partire dall'esperienza collettiva si possono trarre conclusioni individuali, in un processo di straniamento che procede dall'interno all'esterno, invece che dall'estraneità alla familiarità come accade nelle osservazioni etnografiche classiche. I selvaggi siamo noi, e abbiamo bisogno di uno sguardo dichiaratamente soggettivo, non della presunta oggettività di un osservatore esterno. E poi per fortuna il mito dell'oggettività scientifica sopravvive solo nella vulgata deteriore. È più di un secolo che le scienze dure hanno imboccato la via del relativismo, è ora che anche le "scienze umane" lo facciano con decisione. Abbiamo bisogno di relativismo radicale, di prendere le distanze da noi stessi, di osservarci dal di fuori, per capire cosa stiamo facendo, per rendere concreta la nostra attività e poterla così comunicare in uno spazio pubblico, che va preservato, rinegoziato e costruito senza sosta. Usando la terminologia della Arendt, abbiamo bisogno di elaborare un discorso che renda conto delle nostre azioni di ricerca.

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Stop ai sacchetti di plastica

Pubblicato su da ronin

Saranno fuori legge dal primo gennaio. Le sportine dovranno essere biodegradabili, oppure di carta. I commercianti lamentano la difficile transizione

 

 

Niente proroghe, i sacchetti di plastica dal primo gennaio prossimo saranno fuori legge. Per portare a casa la spesa utilizzeremo buste biodegradabili, oppure involucri di carta, oppure dovremo rispolverare la cara vecchia borsa della spesa in tessuto. La norma è passata ieri in consiglio dei ministri, con l'approvazione del cosiddetto decreto milleproroghe.

L'abolizione dei sacchetti di plastica era ampiamente attesa, anzi era già slitatta di un anno (dovevava entrare in vigore all'inizio del 2010), anche se fino all'ultimo c'era la possibilità di un nuovo rinvio, al 2012, che invece non c'è stato. L'Italia recepisce così una direttiva europea. Ma il provvedimento, destinato a cambiare un'abitudine ormai decennale della nostra vita quotidiana, fa molto discutere.

Alla soddisfazione del ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, delle associazioni ambientaliste e dei consumatori, si oppogono le critiche che arrivano dalle associazioni dei commercianti, in particolare da Federdistribuzione, che lamentano la mancanza di una regolamentazione sulla fase di transizione. Anche da parte di alcune catene di supermercati vengono espresse perplessità relative alla difficoltà di adeguarsi in tempi brevi al provvedimento.

Contemporaneamente, ci sono invece iniziative di sensibilizzazione come "Porta la sporta", promossa dall'associazione dei "Comuni virtuosi", che riunisce una cinquantina di municipalità sul territorio della penisola. Il motivo per cui i sacchetti di plastica sono stati messi al bando è di carattere ambientale. Secondo i dati forniti da Coldiretti, gli italiani sono fra i massimi utilizzatori europei di shopper in plastica, ne consumano mediamente quasi 400 a testa ogni anno, per un totale di circa 25 miliardi di buste.

Quasi il 30% di questi sacchetti diventa rifiuto, e per smaltirli ci vogliono circa 200 anni. Per non parlare dell'impatto ambientale che hanno, per esempio, i sacchetti che finiscono in mare, causa di morte anche per delfini, balene, foche, tartarughe marine. Insomma, i sacchetti di plastica sono altamente inquinanti.

Il problema, lamenta ad esempio Federdistribuzione, è che pur essendo le azienda da tempo preparate all'abolizione dei sacchetti, senza la fase transitoria «ci saranno problemi per le imprese e per i consuamtori». Il decreto viene definito «generico», ad esempio «nessuno sa quali sono i parametri che definiscono quali buste siano legali e quali illegali».

I consumatori, invece, sembrano soddisfatti, almeno stando a un sondaggio, una specie di referendum simbolico, che Legambiente aveva fatto in novembre all'uscita dei supermercati: il 73% di coloro che hanno risposto si dichiarava pronto ad adottare la sportina riutilizzabile, il 16,2% il sacchetto di bioplastica e il 10,4% la busta di carta.

Comunque sia, dal prossimo primo gennaio tutti dovremo attrezzarci per far fronte alla scomparsa dei sacchetti. E siccome ci sono sempre i due lati della medaglia, se da una parte i negozi faranno fatica ad adeguarsi, e sicuramente i produttori di sacchetti di plastica non saranno per niente contenti, si può concludere dicendo che si apre un nuovo segmento di mercato che avrà senz'altro notevoli margini di crescita: quello delle borse della spesa.

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Telemarketing, siglato codice regolamentazione

Pubblicato su da ronin

In vigore da febbraio, il sistema opt-out consentirà ad ogni utenza il diritto di scegliere di essere disturbati telefonicamente o meno. Restano alcune perplessità sulle formule alternative

 

Alcune imprese della filiera delle Tlc, riunite in Asstoelecomunicazioni, hanno siglato il codice di autoregolamentazioni per il telemarketing, che entrerà in vigore dal 1 febbraio per svolgere l'attività commerciale telefonica in un quadro di regole chiare, orari predefiniti, più garanzie e potere di scelta per i consumatori. La pratica pubblicitaria che per anni ha disturbato gli italiani molestandoli con telefonate ad ogni ora della giornata, inclusi i giorni festivi, e ripetutamente, assisterà a grossi cambiamenti e direttive abbastanza rigide con lo scopo di proporre una nuova modalità di comunicazione promozionale via telefono. Almeno nelle promesse.

Il regolamento finora è stato sottoscritto da Telecom Italia, Vodafone, Wind, H3G, Fastweb, BT Italia, Tiscali, Colt, Brennercom, Welcome, Sky Telecare, Almaviva Contact, E-Care, Comdata,Visiant, presto impegnati a far rispettate le norme anche ai rispettivi outsoucer, inclusi i call center.

Il codice, il cui nome completo è "Norme per la regolamentazione del trattamento dei dati dagli elenchi abbonati per fini di invio di materiale pubblicitario o di vendita diretta per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazioni commerciali, mediante l'impiego del telefono", nato a seguito dell'entrata in vigore dell'art. 20 bis della legge n. 166 del 2009,cambierà radicalmente, secondo alcuni, la gestione degli elenchi abbonati, prevedendo che il destinatario dell'offerta promozionale possa decidere di essere contattato oppure no.In particolare il tratto distintivo della nuova disciplina è rappresentato dalla scelta di affidarsi a due registri, uno basato sul principio del'opt-in che prevede il consenso del cliente per questo tipo di servizi, affidato alla Fondazione Ugo Bordoni, l'altro regolato dal principio del'opt-out che stabilisce che gli abbonati sono tutti contattabili. Dunque, toccherà ai titolari delle singole utenze scegliere di non essere infastiditi, prediligendo l'inserimento della propria utenza nel registro "nero", con il quale si stabilisce che gli utenti non potranno essere nuovamente disturbati.

Tale cambiamento dovrebbe consentire al Belpaese, secondo i fautori dell'iniziativa, di allinearsi alla normativa prevalente in Europa dove l'opt-out è ormai adottato tra gli altri da Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Olanda, Norvegia e Regno Unito. Restanocomunque le perplessità per quanto riguarda la possibilità, prevista dall'art. 2 del decreto, che le aziende di telemarketing potranno effettuare il contatto con gli utenti qualora i dati raccolti non siano stati recuperati dall'elenco degli abbonati ma da altre fonti, circostanza non rara. Oppure, le controversie in merito alla carenza nel Codice di regole per i numerosi altri mezzi pubblicitari e commerciali a disposizione degli operatori di TLC quali cartoline, forum online, email e quant'altro. Questi come altri aspetti critici, ampiamente segnalati all'arrivo della notizia per l'istituzione del registro anti-invadenza, rimangono tuttora da analizzare e approfondire.

Ad ogni modo, secondo il presidente di Assotelecomunicazioni Stefano Parisi, il passaggio al sistema opt-out consentirà una maggiore consapevolezza da parte di tutti, operatori e abbonati. "Con il varo del Codice - ha spiegato - gli aderenti ad Asstel hanno inteso cogliere quest'opportunità per far evolvere il telemarketing in strumento trasparente di commercializzazione e promozione dei servizi di TLC, attuato secondo modalità non invadenti, rispettose dei diritti alla privacy e alla riservatezza delle persone". "D'altro canto il telemarketing così regolato è uno strumento sano di sviluppo del mercato, che contribuisce a rendere più dinamico e concorrenziale e, quando realizzato correttamente, rappresenta un valore per il consumatore". "La nostra intenzione - ha concluso - è quella di ampliare il perimetro di adesione al Codice proponendolo anche a operatori di altri settori di servizi".

Il Codice, inoltre, stabilisce le fasce orarie e i giorni in cui è escluso di contattare ogni utente: domeniche e festivi e tutti i giorni dalle 21.30 alle 9.00 del mattino, il sabato prima della 10.00 e oltre le 19.00. Viene, inoltre, stabilito un periodo di trenta giorni denominato "di rispetto" nel quale non è possibile per gli operatori TLC contattare nuovamente la stessa numerazione. Obblighi ben definiti sono stabiliti in capo agli operatori che effettueranno le chiamate di telemarketing, i quali dovranno identificarsi all'inizio di ogni chiamata fornendo il proprio nome e il nome dell'operatore per il quale si sta chiamando, spiegare lo scopo commerciale o promozionale del contatto, il ruolo che la società ricopre, precisare che i dati personali sono stati estratti dall'elenco abbonati, segnalare l'eventuale opportunità di poter iscriversi al registro delle opposizioni e, infine, informare sull'esistenza del codice e fornire l'indirizzo del sito web nel quale trovare ulteriori dettagli e precisazioni. 

Per concludere, sarà affidato ad un Comitato di Garanzia la vigilanza sul rispetto delle regole di condotta e l'aggiornamento del Codice in relazione agli sviluppi del mercato e alle esigenze dei consumatori.

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Addio Pisanu, o arrivederci? (update)

Pubblicato su da ronin

Nel Milleproroghe, il maxi-decreto di fine anno, mancherebbe il rinnovo del famigerato articolo 7 sull'autenticazione. Ma manca ancora all'appello la sua abrogazione. Nel frattempo si accavallano i dubbi

 

Cosa c'è davvero nel decreto Milleproroghe, un appuntamento fisso nella complicata e ridondante macchina legislativa italiana, occorrerà forse attendere la pubblicazione in Gazzetta ufficiale per saperlo. Quello che filtra, dalle dichiarazioni a margine del Consiglio dei Ministri che ha varato il provvedimento, è che i giorni dell'autenticazione obbligatoria per navigare su una WiFi pubblica si avvierebbero a conclusione. Almeno in teoria, perché come di consueto in Italia la soluzione potrebbe essere peggiore del problema.

Secondo le ottimistiche dichiarazioni del ministro per la Gioventù, Giorgia Meloni, parrebbe che da domani il Belpaese si allineerà con le normali nazioni avanzate dove una rete wireless non si nega a nessuno: "Sarà un piccola grande rivoluzione la liberalizzazione del WiFi conseguenza della decisione di non prorogare la validità del decreto Pisanu - avrebbe detto - Da lungo tempo il mio ministero si batteva per la cancellazione di una normativa senza eguali nel mondo occidentale. (...) Gli stessi proponenti originari della norma avevano ammesso ormai da tempo la scarsissima utilità per il contrasto al terrorismo di questa norma, che invece si è rivelata un grave ostacolo per la diffusione del libero accesso alla rete, e dunque per lo sviluppo dell'Italia".Fin qui nulla di particolare. Ma c'è un dettaglio nelle parole del Ministro che impone una riflessione: "Oggi la possibilità di sedersi al tavolino di un bar e connettersi alla rete con il proprio portatile è una consuetudine per i cittadini di tutte le nazioni sviluppate". Sarà così anche in Italia?

Dalle stesse parole del Ministro si evince che il Decreto Pisanu non è stato abolito, ma solo non prorogato: in sostanza, siccome l'autenticazione a mezzo carta di identità è e resta una legge dello stato, non c'è modo che questa disposizione venga accantonata a meno di una sua specifica cancellazione. Senza l'abrogazione dell'articolo 7, come ventilato e come dadisegno di legge depositato il 13 dicembre al Senato (e che è ben lungi da iniziare il suo iter), resta in vigore: ergo, non cambierebbe molto nel quotidiano, non ci sarebbe da sedersi e navigare, ma comunque da riempire un modulo e fare fotocopie per poter accedere a Internet.

Due le ipotesi messe in piedi in queste prime ore dagli addetti ai lavori. In un caso, fatta salva la necessità di continuare a recuperare le carte di identità, potrebbe decadere l'obbligo di trasmettere i dati alla Questura: da sottolineare che in nessun caso, né nelle parole del ministro Meloni e neppure nelle anticipazioni giornalistiche fin qui venute fuori, si parla della cancellazione dell'obbligo di registrazione e licenza per i gestori delle WiFi pubbliche. Questi ultimi dovranno comunque comunicare al questore tutte le informazioni fin qui previste dalla norma, e seguire l'iter consolidato: nessuno snellimento della burocrazia in questo passaggio.

La seconda ipotesi, che dovrebbe dipendere da come i tecnici dei ministeri competenti stileranno e interpreteranno la norma, potrebbe prevedere un meccanismo di identificazione più blando: magari con la registrazione dei MAC Address dei PC che si collegano, con un log da tenere a disposizione in caso di bisogna. Un approccio questo che semplificherebbe non di poco la procedura, pur con tutte le considerazioni del caso sulla facilità con cui è possibile mascherare o alterare il proprio MAC (ma, d'altronde, si è giunti a questo punto in considerazione della scarsa efficacia del Decreto Pisanu per il contrasto al terrorismo).

Se, invece, come sostiene l'onorevole Palmieri (PdL), sarebbe stato abrogato tutto l'articolo 7 tranne il primo comma (quello della registrazione dei gestori), pur in contraddizione con quanto affermato dal Ministro, il tutto potrebbe essere più rapido e incarnare quell'immagine mitteleuropea descritta dalla Meloni.

Nonostante l'euforia, insomma, conviene restare coi piedi per terra: l'annuncio di Maroni, ministro dell'Interno, fatto ormai più di un mese fa non ha automaticamente chiuso l'era della burocrazia wireless in Italia. Senz'altro sul piano politico pare che l'orientamento sia ormai verso la semplificazione e lo snellimento delle norme (fino a un certo punto), ma allo stato dei fatti le complicazioni restano in vigore: bar, ristoranti, negozi dovranno comunque andare in Questura per chiedere licenza per la propria WiFi, gli utenti potrebbero comunque dover consegnare la carta di identità al gestore per navigare. Senza un colpo di reni decisivo, di questo Decreto Pisanu potremmo non liberarci per ancora un bel po'.

Update (23/12): Al coro di felicitazioni si è unito anche il ministro Brunetta. Ma c'è un piccolo giallo da chiarire: nel comunicato stampa relativo alla seduta del Consiglio dei Ministri di ieri non c'è alcuna menzione specifica per il WiFi: secondo quanto è dato sapere le informazioni sul Decreto Pisanu sarebbero contenute nel Milleproroghe, ma non c'è modo di comprendere al momento le modalità di questa presunta "abolizione".





 

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Comunicazione efficace: come incidere sull'inconscio dell'interlocutore

Pubblicato su da ronin

Uno degli elementi più evidenti che balzano all'occhio quando si vedono due persone in sintonia tra loro (ad esempio due innamorati) è il sincronismo e la specularità delle loro azioni. Sembra quasi che si muovano all'unisono. "Somigliarsi" è uno dei modi attraverso cui gli esseri umani intessono relazioni profonde tra loro. Questo avviene sia a livello conscio, sia (e moltissimo) a livello inconscio. Sapersi sincronizzare e calibrare sull'altra persona, dunque, ci consente di predisporla favorevolmente verso di noi – e quindi verso ciò che abbiamo da comunicarle.

Dal momento che le persone si percepiscono tra loro attraverso i diversi canali sensoriali, la sincronizzazione dovrebbe avvenire prestando attenzione ai sensi e alla loro pluralità. Per entrare in sintonia con l'altro dovremmo imitarlo, possibilmente, sotto ogni aspetto sensoriale. Ad ogni modo, più concretamente e realisticamente, sarebbe bene prestare attenzione in particolare a:

  • le posizioni e i movimenti del corpo
  • la voce
  • l'articolazione del discorso

È consigliabile dunque osservare con attenzione la posizione assunta dall'interlocutore, e quelle che è solito assumere; poi bisognerebbe considerare i movimenti, e anche la loro velocità di esecuzione e la frequenza. Ad esempio, si può stare attenti a se l'altro sia una persona che gesticola molto oppure no. Particolare importanza va sicuramente dedicata ai movimenti della testa e delle braccia.

È importante anche acquisire consapevolezza degli atteggiamenti prossemici: ovvero, osservare se l'altro tende a mantenere una certa distanza, oppure a stare vicino, ed eventualmente a toccare l'interlocutore con gesti amichevoli e d'intesa.

Per quanto riguarda la voce, si deve tener presente che essa ha varie "dimensioni": "variabili" da tenere in considerazione e che possono dunque essere imitate. In particolare: il ritmo, la velocità, il volume, l'intonazione.

Importante è l'uso e la frequenza delle pause. Per essere efficaci ci si deve sforzare ad esprimersi in dialetto se l'interlocutore lo fa (per quanto possibile e senza cadere in un atteggiamento innaturale, e sempre che si padroneggi lo stesso dialetto, ovviamente), altrimenti in un italiano più o meno accurato, a seconda di come usa fare l'altro (idem che per il dialetto, è opportuno "avventurarsi" nella dizione, lessico e sintassi italiane solo se le si conoscono e controllano sufficientemente).

Se l'interlocutore ricorre ad una metafora, poi, è utile cercare di restare in tema con quella stessa metafora. Ad esempio: uno dice «Questa situazione non va bene, qui bisogna cambiare musica»; quindi l'altro potrebbe rispondere: «Ho un'idea che potrà trasformare questa musica in una marcia trionfale!».Un ultimo suggerimento: attenzione a sincronizzarsi con l'interlocutore con naturalezza e scioltezza, e a non imitarlo in tutto e per tutto, in maniera pedissequa ed automatica. Ovviamente, se si esagera, l'altro se ne accorge.

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Napolitano sciolga il Pdl

Pubblicato su da ronin

Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, p3ista, responsabile della fusione con i post (?) fascisti di Alleanza Nazionale ha detto in merito alle prerogative di Napolitano sulla formazione di un nuovo governo: "Ce ne freghiamo!". "Me ne frego/me ne frego/me ne frego è il nostro motto (del Pdl, ndr)/ Per Berlusconi e Verdini eia, eia, eia, alalà!". Verdini ha precisato: "Anche i partiti hanno le loro prerogative". Quali? Leggiamo laCostituzione.
- Art. 5. La Repubblica è una e indivisibile.
- Art. 18. I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete.
- Art. 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
- Disposizione Transitoria e Finale XII. È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
In sostanza abbiamo un tizio con il nome di un dopobarba, Denis, il macellaio che non deve chiedere, rappresentante di un partito ripieno di ex piduisti (associazione segreta vietata dall'art.18), il cui capo aveva la tessera P2 1816, un partito fuso con dei fascisticon il busto di Mussolini all'ingresso di casa e il saluto romano incorporato (partito fascista vietato dalla Disposizione XII), alleato con dei secessionisti (vietati dall'art. 5). E' quindi chiaro che l'obbligo del Presidente della Repubblica, non la semplice prerogativa, è loscioglimento immediato del Pdl sulla base della Costituzione Italiana. E' altrettanto chiaro che i partiti hanno occupato spazi istituzionali che non gli competono. I partiti, recita la Costituzione, dovrebbero essere libere associazioni di cittadini, come le liste civiche, e sono invece diventati i rappresentanti di sé stessi occupando ogni spazio da almeno trent'anni, come disse Enrico Berlinguer in una intervista del 1981: "I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali...".
L'arroganza dei partiti deriva dall'impunità, dal credersi padroni del Paese, dal poter trattare le Istituzioni come una pezza da piedi, come è avvenuto con la chiusura della Camera. I partiti, come sono adesso, devono estinguersi. Nominano i loro parlamentari sostituendosi agli elettori, incassano un miliardo di euro di finanziamenti elettorali nonostante un referendum, ignorano le leggi popolari, boicottano i referendum, finanziano i loro giornali con i soldi dei contribuenti, spendono miliardi di euro che non hanno, creando la voragine del debito pubblico. Napolitano sciolga il Pdl, non tema, nessun italiano muoverà un dito. Il resto verrà da sé.

 

Beppe Grillo, ipse dixit

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